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Giuseppe il nutritore: una metafora per i Giusti?

di Amedeo Vigorelli

Sto rileggendo, in questi giorni, Giuseppe il nutritore: l’ultimo volume dell’epico romanzo di Thomas Mann Giuseppe e i suoi fratelli. La storia di Giuseppe, il figlio prediletto di Giacobbe e Rachele, venduto dai fratelli a dei mercanti nomadi e da questi portato come schiavo in Egitto, dove avrà una seconda vita, che ne conferma l’elezione divina e lo propone come salvatore del popolo egizio e di quello d’Israele, è forse la più celebre dell’Antico Testamento. Il Nuovo Testamento la interpreta come prefigurazione messianica del Cristo. Disceso per due volte nella fossa, e rinato due volte a nuova vita (prima come servo di Potifar, poi come consigliere di Faraone) Giuseppe è metafora poetica dell’umanità peccatrice e redenta. Thomas Mann rilegge tuttavia in chiave laica il mito biblico, interpretandone la figura in un significato umanistico. Giuseppe è il rappresentante simbolico dell’umanità, il cui destino è sospeso tra immanenza e trascendenza, necessità e libertà, razionalità e mito. Come ha scritto uno dei suoi più appassionati lettori e profondi interpreti, il filosofo Enzo Paci: “l’uomo vive in piena libertà una vita già predestinata, una vita già vissuta innumerevoli volte, una vita già codificata nel mito, che sempre viene rivissuto e reincarnato dall’uomo, che rivive in realtà sempre la stessa avventura, lo stesso mito dell’umano, la vita dell’unica e della stessa persona che è modello di tutti gli individui” (Relazioni e significati, vol. II, Milano 1965, p. 282).

Ma Giuseppe, agli occhi di Mann, è anche figura e metafora della umanità europea e della tragedia della cultura nel Novecento. Giuseppe e i suoi fratelli ebbe una scrittura travagliata e interrotta, che seguì da vicino la tragedia della Germania, dalla fine della Repubblica di Weimar all’avvento del Nazismo, dalla Guerra mondiale allo sterminio degli ebrei. In particolare l’ultimo volume, Giuseppe il nutritore, fu composto durante l’esilio in America, nella fase più amara (benché aperta alla speranza) della esperienza di questo intellettuale-simbolo della nostra modernità. La finale metamorfosi di Giuseppe, interprete dei sogni di Faraone e suo plenipotenziario all’ammasso del grano e nutritore dell’Egitto, nei sette anni di carestia (o di vacche magre), seguiti ai sette anni di abbondanza (o di vacche grasse), è attualizzata da Mann con riferimento alla esperienza americana del New Deal, prefigurazione della rinascita dell’Europa dopo la tragedia della Guerra mondiale. Fatto esperto dalla personale vicenda di male e ingiustizia patiti (gli anni di carcere per l’ingiusta accusa di stupro ai danni della moglie di Potifar), Giuseppe saprà “interpretare i sogni di faraone, nel senso che durante gli anni del bene, dell’abbondanza, l’uomo deve saper essere previdente e ammassar il grano in attesa della carestia e del male” (E. Paci, op. cit., p. 298). Ma il racconto biblico appare rovesciato rispetto al tempo storico vissuto da Thomas Mann e dalla Germania in quegli anni di tragedia. Nel mito, gli anni di abbondanza (annunciati dal sogno profetico di Faraone) precedono quelli di carestia, consentendo al popolo di superare l’immancabile prova del male e della sventura. Nella realtà storica presente, la guerra e lo sterminio del popolo ebraico precedono la eventuale rinascita. I valori umani appaiono per il momento senza difesa, così che la miseria materiale diviene simbolo tragico del destino fragile della cultura. Di che si potrà nutrire ancora l’umanità europea, dopo il suicidio della guerra e il barbarico autodafé dei libri e della nuda carne dell’umanità europea, resa schiava dai totalitarismi e sottomessa a un destino senza vera tragedia e senza possibile redenzione? La risposta indiretta del romanzo di Mann è: la cultura e i libri, quella stessa cultura e quegli stessi libri che (incompresi) hanno prodotto la tragedia, ma nuovamente pensati e riscritti, incarnati e tradotti nei gesti umili ed eroici, quotidiani ed eterni dei Giusti, apriranno una nuova vita e nutriranno nuove speranze.

Fuor di metafora, tra le esperienze culturali che hanno ispirato la nascita di Gariwo vi è anche la grande stagione letteraria e romanzesca del Novecento tedesco, di cui Thomas Mann (il suo fratello Heinrich) sono stati monumentali esempi di arte e di religione civile (antifascismo). Prima di diventare interprete dei sogni e plenipotenziario di Faraone, Giuseppe era stato giardiniere nella casa di Potifar. In questo ruolo, era divenuto esperto della conservazione e riproduzione delle piante e dei generosi frutti della terra fangosa d’Egitto. In questa duplice veste, di impollinatore e di nutritore, Giuseppe può esserci di modello, fornendo una aderente metafora dei ruolo dei Giusti. I Giardini dei Giusti di Gariwo non sono semplici luoghi di commemorazione e di ricordo, ma devono diventare spazi di vita e di nutrimento. Gli alberi sono segni concreti di vitalità e di sopravvivenza delle azioni buone e delle pratiche virtuose dei Giusti. Come i Giusti, essi vengono ammirati e valutati per la loro bellezza, il loro rigoglio, e i loro frutti. Quando vengono potati rivelano all’esterno, nelle impaginate venature del legno, la natura di libri viventi che da sempre la immaginazione poetica attribuisce loro. Ma perché portino frutti, vanno nutriti, e perché siano nutrienti, vanno concimati. Per questo, ai giardini reali, che sono sorti, sovente per spontanea emulazione, nei tanti luoghi in cui si è fatto sentire l’appello alla coltivazione della memoria dei Giusti di Gariwo, si sono associati i giardini virtuali, che conservano la ricca memoria e documentazione delle storie personali e collettive che i Giusti incarnano e rappresentano. Sarebbe importante che, nei luoghi in cui sorgono i giardini, o nei loro pressi, nascessero delle biblioteche e dei centri di documentazione sui temi che sono stati al centro del loro attivo operare. Solo così l’iniziativa di Gariwo potrà durare nel tempo e fornire nutrimento agli uomini di buona di volontà, che certo non mancano, né mancheranno, nel nostro tempo e in quello a venire. Non vi sono anni di povertà spirituale che non consentano qualche forma di nutrimento e di sollievo. Come non vi sono anni di vacche grasse che non offrano ai più previdenti e consapevoli di fare provviste per gli anni (che non mancheranno) di magra e di desolazione, anziché consumare e distruggere le fonti della vita e dello spirito con cieca ed egoistica vanità.

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

29 novembre 2019

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Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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