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Gli orizzonti della responsabilità

Vaclav Havel e il carcere

Le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci (Einaudi, Torino 1947) rappresentano un incunabolo della letteratura carceraria e un modello di filosofia pratica o di cura di sé, che riprende modelli classici. Se avvicinate alla scrittura dei Quaderni, esse ci offrono al vivo un esempio di stoicismo eroico, sia pure temperato da sentimenti più umili e quotidiani, che verrà rivendicato come tale dalla tradizione comunista. Il politico di professione deve saper coniugare quell’etica della convinzione (indispensabile alla scelta rivoluzionaria) a un’etica della responsabilità (indispensabile alla progettualità e all’efficacia dell’agire politico), che il teorico liberale Max Weber ha viceversa contrapposto con intento ideologico. Si rimane, in ogni caso, all’interno di una morale del dovere e della coscienza post-kantiana.

Le Lettere a Olga di Vàclav Havel (Santi Quaranta, Treviso 2010), che rientrano nello stesso genere letterario e in una analoga (anche se, fortunatamente, meno tragica) pratica di scrittura, ci rimandano a una diversa (e a noi più vicina) tonalità etica. Ciò si deve anche al dialogo che la filosofia della dissidenza cecoslovacca seppe instaurare con la politica, nel ripensare il rapporto tra teoria e pratica. Due sono i nomi che balzano in prima evidenza: Karel Kosík e Jan Patočka. La Dialettica del concreto – che il secondo definirà come "filosofia del nostro tempo", negli anni della effimera Primavera di Praga – è un esempio di come, a partire da un Marx riletto al di fuori degli schemi del marxismo dogmatico, sia possibile ritrovare la filosoficità della prassi e del quotidiano, alla base di un’agire politico autenticamente emancipativo. I Saggi eretici di filosofia della storia di Patočka – risultato di un lavoro collettivo negli anni di preparazione di Charta 77 – approfondiscono la critica al falso messianesimo della tradizione comunista, riportando al centro della riflessione pratico-morale i concetti di cura dell’anima e di persona, in assenza dei quali il concetto etico di responsabilità assume un carattere astratto o mitologico.

Anche se i nomi di questi due autori non compaiono esplicitamente nelle lettere indirizzate alla moglie dal patriota cèco dal carcere, tra giugno 1979 e settembre 1982, le tracce di un personale esercizio filosofico e le suggestioni attinte dalla lezione fenomenologica dei due autori sono facilmente rintracciabili. Esse ci consentono di tracciare le linee di una riflessione, che ha di mira la concretezza dell’agire morale e del suo significato, al di là delle astrazioni concettualizzanti dell’etica professionale. Poche citazioni basteranno a darne l’idea. In una lettera del 1 novembre 1980, Havel affida a Olga le sue riflessioni sul concetto di responsabilità, considerata come "qualcosa che fa dell’uomo un uomo e ne fonda la identità". Esse sono il frutto di una "inquieta" interrogazione, maturata a partire dall’agosto precedente, che l’autore non esita a chiamare "cura di sé", esercizio quotidiano e "programma consapevole" per "inserire un certo ordine nella mia vita esteriore", all’interno del carcere.

"In questo luogo", scriveva in una precedente missiva, "ci si pone spesso la domanda se tutto ciò abbia un senso e quale esso sia. Più ci rifletto, più mi rendo conto che non troverò una risposta ultima e definitiva nelle cose esteriori che dipendono dalle pseudoinformazioni: nessuna informazione è in grado di dare una risposta". Decisivo è qui il concetto di orizzonte: "l’uomo, in tutto ciò che fa … si relaziona a qualcosa che è intorno a lui, a qualcosa di simile al suo personale orizzonte esistenziale". Il carcere distorce violentemente il terreno della Lebenswelt (mondo della vita), su cui tale orizzonte si fonda, ma non lo annulla: "le sue mura nascondono un orizzonte reale – seppur lontano, non visibile e presente stabilmente “solo” nei ricordi e nelle rappresentazioni mentali –, l’orizzonte infinitamente più importante della mia esistenza". La reclusione ha operato in lui una sorta di "ritorno riflessivo sulle cose", simile all’epoché fenomenologica. A partire di qui, egli si sforza di ricostruire un orizzonte autentico, che sia ponte tra il reale e l’immaginario e consenta di preservare e rafforzare la sua identità personale.

La vita reclusa sottrae all’uomo la dimensione dell’abitare il mondo, sostituendogli una struttura artificiale di regole vuote e insensate. L’adattamento a questa ridotta dimensione spaziale e temporale penetra in profondità nella strutturazione psichica dell’individuo, con un effetto "perturbante" sulle normali coordinate spaziali e temporali, a cui il soggetto affida il proprio "essere nel mondo". La "noia" del carcere frappone un velo di indifferenza tra l’attesa e il progetto, annullando ogni significato concreto del fare e dell’operare. La coesistenza forzata entro lo spazio ridotto dei reclusi, fa avvertire al singolo, con una sensibilità acutizzata fino al dolore, la minaccia della perdita di ogni possibilità di comunicazione intersoggettiva, sia con il mondo esterno e <<reale>>, sia con il falso e perturbato universo carcerario, gettandolo in una angoscia priva di orizzonte.

La cura di sé, a cui Havel si dedica con impegno assoluto, è il tentativo di risignificare lo spazio umano del carcere, di sottrarlo il più possibile al nonsenso quotidiano, costruendosi una dimora provvisoria e non sostitutiva, al proprio spontaneo aprirsi al mondo. Egli descrive con minuzia alla moglie i "rituali con cui una persona si mantiene salda", che operano come "una camicia di forza salutare". Tra questi signoreggia il rito quotidiano del tè. Per prima cosa, esso cura meglio dei rimedi medici, di cui si corre il rischio di abusare, per non sentire la sofferenza reale del carcere. In secondo luogo riscalda, facendo risentire la vitalità del proprio corpo. In terzo luogo tiene svegli, impedendo all’accidia di avvelenare con "il cattivo umore, l’apatia, la sonnolenza ecc." ogni momento della sia pur ridotta vita reclusa. Non ultima, ma anzi primaria, è la funzione sublimante del tè. È l’unico alimento che ci si può preparare da soli, in un momento di libertà. È simbolo di "un luogo privato di sospensione dalla confusione circostante, di raccoglimento e contemplazione intima". Esso rappresenta "il mondo della libertà come mondo del tempo libero", con una diretta significazione sociale: "il mondo delle birrerie, delle enoteche, delle serate, dei bagordi, della vita sociale, di nuovo qualcosa che un individuo sceglie da solo e nella quale realizza socialmente la propria libertà".

Quello che va costantemente riattivato è un esercizio di attenzione e di consapevolezza ad ogni atto e gesto che si compie: dalla cura quotidiana del corpo, alla concentrazione nello studio e (per quanto forzato) nel lavoro, alla preparazione agli incontri con i famigliari, nelle rare e preziose ore di visita (spesso deludenti, rispetto alle aspettative di comunicazione intersoggettiva a cui ci si era preparati). È qui essenziale la capacità di ricostruire un senso umano e personale nello spazio ridotto del carcere: un ritmo di apertura e isolamento, di parole e di silenzio, che consente di far risuonare di nuovo la voce e di farla valere sopra il rumore del carcere. Ma una cura ancora più tenera e delicata va dedicata alla ricostruzione del tempo interiore: un ritmo di presenza e assenza, rimembranza e speranza, che ricongiunge la temporalità sospesa della vita reclusa con quella corrente della vita che continua al di fuori, negli affetti e nei progetti interrotti.

È importante che Havel intenda questa pratica contemplativa, non come un sostituto o una compensazione illusoria della vita attiva, a cui gli uomini liberi affidano il compito di dare un senso stabile e definitivo alla propria presenza nel mondo e alla propria felicità. Ma come una occasione (per quanto dolorosa) di approfondimento del significato e della propria responsabilità di fronte al mondo reale. Havel non interpreta tale esperienza riflessiva in un significato esplicitamente religioso (pur senza escluderlo), ma in un base ad un orizzonte totalmente mondano, con cui egli avverte nel profondo la possibilità di ricongiungersi (nella speranza), pur senza poter escludere la eventualità di una separazione definitiva (nella disperazione e nell’angoscia della morte). Il tempo del dopo non sarà in ogni caso quello del prima. Il carcere è una reale sottrazione di vita e di libertà (che nessun atteggiamento stoico può compensare). Ma il ritorno su se stesso offre la possibilità che il dopo possa essere vissuto come maggiore apertura sul mondo, rispetto al prima di una libertà spesso smarrita e banalizzata nel quotidiano, nell’utile vissuto come il necessario, nel fare come sostituto dell’essere e della responsabilità verso gli altri.

Queste riflessioni di Havel, oltre che per l’innegabile contenuto teoretico, mi sembrano straordinarie per la chiarezza che possono trasmettere al nostro confuso orientarci nel mondo. In presenza di eventi traumatici, che spezzano la nostra quotidianità senza scuoterla. Di fronte a processi e a movimenti mondiali, che sfuggono al nostro controllo e ad ogni consueta capacità di previsione e misura. Immersi in una forma di esistenza che è spinta a modellarsi su stili di consumo e di godimento appiattiti sulla mera sopravvivenza animale. Moralmente oscillanti tra gli estremi della facile compassione e del cinismo. In questa situazione, che ci illudiamo di poter concepire come transitoria e di crisi, e che invece ci spinge (contro la nostra volontà) verso il centro di gravità permanente, dai tratti contraddittori di terribile e sorprendente, della nostra condizione umana, dovremmo forse applicare a noi stessi un tale esercizio. Ripetiamo a noi stessi le parole di Havel: "verso cosa un uomo è responsabile? Qual è l’orizzonte della mia condotta? Qual è per me la coscienza del mondo e la sua più alta istanza giudicante? E qual è il testimone più importante o il partner misterioso" delle mie conversazioni quotidiane con me stesso e con gli altri? Sin dall’infanzia "sento che io non sarei me stesso, un essere umano, se non vivessi in continua e composita tensione verso questo mio orizzonte, sorgente di significato e di speranza". E tutto ciò, nella consapevolezza della non facile solubilità del dilemma etico, poiché "il mistero dell’uomo è il mistero della sua responsabilità".

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

23 dicembre 2016

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La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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