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Il ruolo di Roosevelt nel salvataggio degli ebrei

contestato come troppo positivo il quadro dipinto dal Memoriale dell'Olocausto di Washington

James G. McDonald e FDR nel 1935

James G. McDonald e FDR nel 1935 USHMM

La giornalista israeliana Dina Kraft scrive su Haaretz il 6 gennaio 2019: “Il curatore del museo replica alle contestazioni dicendo che un gruppo di storici sta offrendo un’errata rappresentazione di come la mostra ‘Americans and the Holocaust’ ritrae gli sforzi di Franklin D. Roosevelt per accogliere i rifugiati ebrei negli anni ’30 e ’40”. Di seguito pubblichiamo la sua analisi sui dibattiti che hanno seguito l’inaugurazione della mostra, di cui abbiamo parlato a maggio dello scorso anno

L’8 aprile 1933, l’esperto americano di Politica estera James G. McDonald faceva il suo ingresso in una riunione privata con il neoeletto cancelliere tedesco, Adolf Hitler. McDonald era un alto esponente del Midwest che conosceva il tedesco e più tardi avrebbe raccontato come il führer aveva descritto i suoi piani per gli ebrei: “Farò ciò che tutto il resto del mondo vorrebbe che facessi. Esso non sa come ci si può liberare effettivamente degli ebrei, e io glielo mostrerò”.

Le intenzioni di Hitler non erano ancora del tutto chiare a quel tempo, ma si può ritenere che questa dichiarazione fosse una delle prime allusioni al genocidio di 6 milioni di ebrei che sarebbe seguito. Tre settimane dopo quell’incontro decisivo, McDonald giunse alla Casa Bianca per una visita lampo, dove aggiornò il suo amico, il Presidente USA Franklin D. Roosevelt, sul proprio viaggio in Germania.

Secondo un gruppo di storici specializzati in Storia della Shoah, quell’incontro e altri fra McDonald e Roosevelt– nei quali si dice che il Presidente avesse offerto rassicurazioni sul fatto che avrebbe aiutato gli ebrei, che poi non avrebbe mantenuto – sono parte di una scia di prove del fatto che Roosevelt abbandonò e in definitiva condannò a morte gli ebrei d’Europa.

Le azioni (o l’inerzia) di Roosevelt sulla questione dei rifugiati ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale sono state lungamente dibattute. Ora, tuttavia, uno studio di 70 pagine pubblicato da un gruppo di otto storici specializzati nello studio della Shoah riaccende questa disputa, affermando che la mostra attualmente in corso presso il Museo dell’Olocausto di Washington DC “distorce e minimizza l’abbandono dei rifugiati ebrei da parte di Roosevelt durante la Shoah”, escludendo la storia di McDonald dal proprio racconto.

La speciale mostra si intitola “Gli Americani e l’Olocausto” e cerca di esaminare “i moventi, le pressioni e le paure che diedero forma alle risposte americane al nazismo, alla guerra e alla persecuzione e assassinio degli ebrei in Europa durante gli anni ’30 e ‘40”, secondo l’USHMM. Essa ha aperto nel 2018 e proseguirà fino al 2021.

Rafael Medoff, capo dell’Istituto David S. Wyman per gli Studi sull’Olocausto che ha pubblicato questa analisi della mostra, ha dichiarato che “il reale motivo per cui hanno ‘messo sulla lista nera’ McDonald ha a che fare con la nuova politica del museo di promuovere attivamente la pretesa che il Presidente Roosevelt abbia fatto tutto quanto in suo potere per salvare gli ebrei”.

Medoff, che ha all’attivo numerose pubblicazioni sulla storia della Shoah su Haaretz e altre riviste, afferma che gli sforzi di McDonald per procurare soccorso ai rifugiati ebrei rimasero inascoltati presso Roosevelt. McDonald era stato in carica come Alto Commissario per i rifugiati provenienti dalla Germania - che erano in stragrande maggioranza ebrei - della Società delle Nazioni, per oltre due anni prima di lasciare il posto nel dicembre 1935. La sua lettera di dimissioni affermava: “le condizioni che generano flussi di rifugiati si sono sviluppate in modo talmente catastrofico in Germania, che è essenziale una riconsiderazione dell’intera situazione da parte della Società delle Nazioni”.

“Un’assurdità”

Il curatore della mostra, lo storico Daniel Greene, rigetta con forza l’accusa che il museo cerchi di dipingere un quadro eccessivamente positivo di Roosevelt o ignori il ruolo di McDonald pur di ottenere i propri fini.

I limiti che Roosevelt affrontò aprendo le porte dell’America sono ben noti: egli entrò in carica al culmine della Grande Depressione, con un’opinione pubblica e un Congresso sempre più isolazionisti, e un Dipartimento di Stato con funzionari antisemiti, nominati in posizioni chiave che pare ostacolassero in tutti i modi gli sforzi per allentare le maglie dell’immigrazione. La mostra rende conto di questi influssi.

“La mostra non scusa in alcun modo le azioni o inerzie del Presidente Roosevelt durante gli anni ’30 o ‘40”, ha spiegato via mail ad Haaretz il docente Greene, professore associato di Storia alla Northwestern University. “Di fatto, la mostra pone direttamente l’interrogativo: ‘Che cosa si sarebbe potuto fare di più?’. La nozione che la mostra porti avanti l’idea che ‘il Presidente Roosevelt abbia fatto tutto quanto in suo potere per salvare gli ebrei’ è un’assurdità. Al contrario: la mostra invece pone l’interrogativo del perché il salvataggio degli ebrei non diventò mai una priorità per il governo USA, guidato dal Presidente Roosevelt”.

La regista Shuli Eshel, che ha girato il documentario A Voice Among the Silent: The Legacy of James G. McDonald (finanziato dalla famiglia McDonald), e ha contribuito allo studio dell’Istituto Wyman, ha dichiarato che il Museo le aveva comunicato che la storia di McDonald sarebbe stata inclusa nella mostra.

Greene, tuttavia, ha detto che non c’era abbastanza spazio nell’ampia e variegata mostra – il che evidenzia decisioni prese non solamente dal Governo USA, ma anche dai media, individui, organizzazioni e perfino da Hollywood – per includervi la storia di McDonald. Egli sottolinea il fatto che il museo ha operato per preservare e condividere l’eredità di McDonald partecipando alla pubblicazione di quattro volumi dei suoi diari e sponsorizzando ricerche pubbliche sulla sua opera.

“La mostra tratta di 12 anni cruciali della storia americana, e non tutti gli eventi o le persone che vi hanno svolto un ruolo potevano essere menzionati”, Greene ha spiegato ad Haaretz. “Le mostre sono solo un modo che ha il museo per educare il pubblico e fare progredire la ricerca su questa storia, e il museo ha dedicato risorse cospicue a raccontare l’importante storia di McDonald”.

Egli aggiunge che gli otto storici che hanno avanzato le accuse contro la mostra avrebbero “scientemente e coerentemente travisato il contenuto di ‘Americans and the Holocaust’, offrendone una rappresentazione errata”.

La questione dell’antisemitismo

La battaglia tra Medoff, il Wyman Institute e il museo precede l’inaugurazione della mostra, e comprende le loro critiche agli storici del museo che hanno curato l’edizione dei McDonald's Papers (il primo volume delle quali fu pubblicato nel 2007). Medoff e i suoi colleghi hanno dichiarato che la loro caratterizzazione di Roosevelt in quei saggi sovrastima i suoi sforzi per aiutare i rifugiati ebrei.

“Era la storia ben conosciuta di FDR che occasionalmente si mostrava interessato, ma non compiva mai dei passi seri per aprire le porte dell’America o aiutare i rifugiati”, ha detto Medoff, citando quote di immigrazione mai raggiunte in alcuni degli anni precedenti al conflitto come esempio di quanto Roosevelt avrebbe potuto fare per agire diversamente da come fece.

Questa era la politica di Roosevelt: sopprimere l’immigrazione al di sotto dei limiti legali per rendere difficile avere i requisiti per un visto”, aggiunge lo storico. “La visione di FDR dell’America è quella di un’America in stragrande maggioranza bianca e anglosassone. Non desiderava che gli ebrei o altre minoranze vi entrassero”, dice ancora Medoff, riferendosi a commenti privati del Presidente che sono stati riferiti, spesso presenti in resoconti di seconda e terza mano.

I dati mostrano che la maggior parte degli ebrei lottò per ottenere i visti degli Stati Uniti, e la maggior parte non li ottenne. Ma circa 132.000 ebrei – più o meno un quarto della popolazione ebraica della Germania di quel tempo - trovò rifugio negli Stati Uniti.

Medoff si spinge oltre e accusa FDR di antisemitismo, citando un passaggio nei diari del Segretario al Tesoro Henry Morgenthau jr. (che era ebreo). In esso si trova una minuta di una conversazione che egli aveva avuto con un collega dell’amministrazione che gli disse che Roosevelt gli aveva detto che l’America era un Paese protestante, e “i cattolici e gli ebrei erano lì a malincuore”.

Medoff offre anche un esempio dalla Conferenza di Yalta del febbraio 1945 quando, secondo l’autobiografia di Charles E. Bohlen – un funzionario anziano del Dipartimento di Stato che faceva parte della delegazione - , Roosevelt disse a Josip Stalin che avrebbe presto visto il leader dell’Arabia Saudita Ibn Saud. Quando Stalin gli chiese se intendesse fare delle concessioni al re, il libro riferisce che il Presidente sorrise e disse che l’unica concessione che poteva offrire erano 6 milioni di ebrei americani.

Il Prof. Yehuda Bauer, consigliere accademico di Yad Vashem e Professore emerito di Storia e Studi sulla Shoah alla Hebrew University, ha ammonito sui rischi del giudicare le azioni di Roosevelt in modo manicheo. “È un quadro con molti chiaroscuri”, ha detto, e descriverlo in altro modo “è semplicemente errato. Ignora completamente la realtà”.

Tale realtà comprende ciò che Bauer descrive come forti sentimenti anti-immigrazione e antisemiti, o semplicemente indifferenza verso i pericoli che gli ebrei dovevano affrontare,che regnavano specialmente nei dipartimenti di Stato e di Guerra americani.“Non ha alcun senso dire che FDR fosse pro-ebrei o anti-ebrei”, dice Bauer. Egli osserva anche che per la fine del 1935, Roosevelt aveva dato istruzioni ai funzionari affinché interpretassero le restrizioni ai visti in modo più liberale, il che risultò in quello che egli definisce un “notevole aumento” dei visti concessi agli ebrei tedeschi entro la metà o la fine degli anni ’30. La domanda conobbe una forte crescita alla fine del 1938, quando si diffuse il panico dopo la Notte dei Cristalli e decine di migliaia di nuove richieste di visto furono presentate, ma la politica migratoria degli USA rimase invariata. Tuttavia, diversamente dagli anni precedenti, la quota fu raggiunta per quanto riguarda gli ebrei che richiesero il visto fra 1938 e 1939, secondo Bauer.

La prof.ssa Dina Porat, capo degli storici di Yad Vashem, afferma che nel 1938, “nessuno pensava che gli ebrei sarebbero stati assassinati. Si pensava che al massimo sarebbero stati messi nei campi di concentramento”. “Definire Roosevelt un antisemita è troppo facile e troppo populista”, aggiunge la storica.

Tuttavia, entro il 1940, Roosevelt aveva suggerito che gli ebrei tedeschi potessero entrare negli USA come spie, dando credito a voci di corridoio e timori che circolavano a quel tempo. Entro la fine del 1941, gli americani erano entrati in guerra. Lo stesso Medoff è stato criticato dai colleghi storici che si occupano di quel periodo.

In una lettera del 2013 a The Nation, rispondendo a un articolo che la rivista progressista aveva pubblicato per indagare sul dibattito polarizzato su Roosevelt e il suo approccio alle problematiche ebraiche, Richard Breitman e Allan J. Lichtman – autori del libro “FDR and the Jews” e professori di Storia all’American University – citarono Medoff come il loro principale critico. Breitman era fra gli editori dei McDonald's Papers. I due descrissero Medoff come “un critico di lunga data di FDR che attacca tutti coloro che non seguono la sua linea ideologica”.

Gli storici scrissero: “La vera storia di FDR e degli ebrei è di come un Presidente umano, ma pragmatico navigò fra priorità in concorrenza fra loro durante la Grande Depressione, diverse crisi di politica estera e la Seconda Guerra Mondiale. Non stiamo cancellando le azioni di FDR dalla memoria. ‘Per la maggior parte della sua Presidenza, FDR fece poco per aiutare gli ebrei in pericolo di Germania ed Europa’, abbiamo scritto nel nostro libro. Tuttavia, FDR non era un monolite nelle sue politiche e ‘a volte compì azioni decisive per salvare gli ebrei, spesso scontrandosi con pressioni contrarie dell’opinione pubblica americana, del Congresso, e del suo stesso Dipartimento di Stato’” hanno scritto, citando ancora il loro libro FDR and the Jews.

L’abbandono degli ebrei

McDonald occupò diverse posizioni chiave negli anni ’30 e ’40. Durante il suo mandato alla Lega delle Nazioni, Roosevelt gli promise che il Congresso avrebbe stanziato 10.000 dollari per lo sforzo di aiuto ai rifugiati – ma il denaro non giunse mai a destinazione. La frustrazione di McDonald attestata nelle sue carte per la mancanza di aiuto internazionale ai rifugiati portò alle sue dimissioni nel 1935, che egli sperava servissero a richiamare attenzione sulla tragedia ebraica.

Egli continuò a difendere i diritti degli ebrei europei, come membro del Comitato Consultivo per i Rifugiati Politici di Roosevelt,e fu anche membro della delegazione americana alla Conferenza di Evian nel luglio 1938, indetta per permettere ai Paesi di affrontare la crescente crisi dei rifugiati – sforzi che portarono a un nulla di fatto.

“Le mie ricerche mostrano che McDonald fu frustrato dall’abbandono degli ebrei da parte di Roosevelt”, dice Medoff. Egli afferma che un discorso che McDonald tenne a una convention a B’nai B’rith, nel 1943, nel quale disse: “I leader politici sono più interessati a essere rieletti che a salvare vite”, era un velato riferimento al Presidente americano.

“McDonald era vicino a FDR… Ma era troppo vicino a lui per provocare uno scandalo e non abbastanza da persuadere Roosevelt a fare qualcosa di più significativo e assertivo per aiutare gli ebrei”, afferma Shlomo Slonim, professore emerito con cattedra James G. McDonald di Storia americana presso la Hebrew University.

Negli anni ’30 e ’40, servendo i presidenti, prima FDR e poi Harry Truman, McDonald incontrò molti leader ebrei – compresi David Ben-Gurion, l’allora capo della comunità ebraica nella Palestina sotto mandato inglese – mentre lavorava per trovare un porto sicuro per i rifugiati ebrei. McDonald si convinse che la Palestina dovesse essere il loro rifugio e, una volta nominato alla Commissione d’Inchiesta Angloamericana nel 1946, fu incaricato di fornire consulenza a proposito dell’immigrazione ebraica in loco. La Commissione consigliò di ammettere 100.000 rifugiati ebrei in Palestina, ma consigliò che non diventasse né uno Stato ebraico, né uno Stato arabo.

McDonald era considerato un interlocutore importante fra Truman e i leader della comunità ebraica della Palestina Mandataria preesistente alla creazione dello Stato di Israele. Nonostante le raccomandazioni della Commissione dicessero altrimenti, egli fu un convinto sostenitore della creazione di uno Stato ebraico. Per esempio, appare in un breve film del 1946 intitolato Land and Hope (Terra e Speranza), che intendeva persuadere l’opinione pubblica sull’importanza di ammettere i rifugiati ebrei in Palestina mandataria. In esso, affermò che i rifugiati ebrei avrebbero dovuto avere il permesso di costruire una casa lì, dove “ricostruire i loro corpi e curare le loro anime”.

Qui c’è una risposta per gli ebrei superstiti in Europa. Il luminoso sole di Palestina è il loro punto fermo, se non la loro unica speranza”, scandiva la sua voce mentre scorrevano le immagini di giovani contadini ebrei che lavorano i loro campi. “La terra c’è. Le mani e i cuori di amici anche. Come i pellegrini nella nostra stessa America trovarono rifugio a Plymouth Rock, gli ebrei di Palestina troveranno la loro roccia e il loro riscatto”.

Due anni dopo, Truman lo nominò Rappresentante speciale degli USA in Israele e a febbraio 1949 venne nominato ambasciatore. Nel suo libro del 1953 What price Israel?, Alfred M. Lilienthal scrisse che una copia omaggio del libro di McDonald My Mission in Israel 1948-1951 fu inviata a ogni rabbino negli Stati Uniti.

9 gennaio 2019

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