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Il Virus e l'estrema destra tedesca

di Simone Zoppellaro

Berlino, proteste contro le norme anti-Covid

Berlino, proteste contro le norme anti-Covid

DA STOCCARDA – Sono state oltre novanta, a livello nazionale, le manifestazioni contro le misure governative messe in atto per il Coronavirus in questi ultimi mesi. Non c’è solo Berlino, dove alcune centinaia di manifestanti, in un atto non solo simbolico, hanno tentato di prendere d’assalto il parlamento a fine agosto. Tante le città coinvolte – inclusa la mia, Stoccarda – in un crescendo che ha conosciuto una parziale battuta d’arresto solo nell’ultimo weekend, dopo che il governo ha deciso di intervenire in modo più deciso. Manifestazioni che, al loro apice a fine agosto, hanno raccolto decine di migliaia di persone ammassate e senza mascherine, nella preoccupazione generale.

Le proteste, ben oltre la questione del virus, stanno creando un dibattito molto acceso, qui in Germania. Nervi tesissimi, con un nervo scoperto che affiora di continuo: quello del passato nazista, che riemerge nella presenza massiccia (anche se non esclusiva) di membri dell’estrema destra nelle proteste, simboleggiata dall’utilizzo di bandiere del Reich, in foto che hanno fatto il giro del mondo.

La posta in gioco, a ben guardare, è tutta ideologica. L’estrema destra, sin dall’inizio della crisi, ha tentato di monopolizzare il malcontento economico e sociale (reale), facendo leva su teorie del complotto, antisemitismo, odio per gli immigrati. Vuoti slogan buoni per tutte le stagioni, ma che trovano in parte (anche grazie al web) terreno fertile, in una crisi che ha lasciato il segno su molte persone, sia in termini lavorativi che psicologici. Triste dirlo, ma è stata una strategia che sembra aver pagato in termini politici e comunicativi, dando visibilità a gruppi di estremisti e di neonazi che ben di rado riescono, dato i numeri esigui dei loro sostenitori e l’ostracismo sociale che li circonda, a richiamare l’attenzione di un vasto pubblico.

Un paradosso, questo, solo apparente, per una crisi che – secondo tutti i sondaggi – ha rafforzato ulteriormente l’egemonia della Merkel e del suo partito, che ha raccolto consensi sia a livello nazionale che locale (su tutti, il caso della Baviera). E il punto, a ben guardare, risiede proprio qui. Tale è stata l’abilità politica della Merkel da indebolire nei lunghi anni del suo operato, fino quasi all’irrilevanza, il tradizionale antagonista del suo partito, ovvero i socialdemocratici della SPD, soffocati nell’abbraccio della grande coalizione che ha garantito loro, pur in posizione di minoranza, una lunga stagione di potere.

Anche i Verdi, cosa meno nota, hanno subito una mutazione radicale negli ultimi anni, che li ha portati ad attestarsi su posizioni assai più conservatrici, fino a sovrapporsi, per taluni aspetti, alla politica del governo (si veda ad esempio, nello stato del Baden-Württemberg, il successo dell’alleanza di governo fra loro e la CDU). Questo ha prodotto un vuoto politico, la cui prima ragione risiede proprio nelle capacità della Merkel, che svetta come un gigante in una stagione politica, sia a livello tedesco che europeo, fra le meno felici del dopoguerra.

A partire dalla crisi migratoria del 2015, questo vuoto, questa mancanza quasi totale di un pensiero altro, di una prassi di opposizione politica rilevante, è stato cavalcato dalla nuova destra tedesca dell’AfD. Partito che, fin dalle sue origini, è ingiusto e errato liquidare come neonazista, e che tuttavia ha contribuito, e in modo determinante, a sdoganare e dare ossigeno a tanti gruppuscoli di estremisti, vecchi e nuovi, che avevano vissuto nell’ombra, ai margini stessi della vita politica tedesca, la lunga stagione del dopoguerra tedesco, tanto nell’Ovest che all’alba della Germania riunificata. Tanto che si è giunti, nello scenario politico attuale – di cui queste manifestazioni rappresentano solo l’ultima, più visibile incarnazione – a una dicotomia Merkel vs estrema destra, che fa emergere punti interrogativi inquietanti sul futuro tedesco e dell’Europa tutta.

Anche perché, mitologie mediatiche a parte, la Germania della pandemia è un Paese che vede emergere, in modo che potrebbe diventare drammatico, disuguaglianze sociali e problematiche economiche che già da anni segnavano l’epoca della Merkel. Il rischio concreto, in questa situazione, è il crollo del mito fondativo (parlo qui a livello diffuso, popolare, tralasciando le grandi riflessioni degli intellettuali che, pure, ebbero un loro peso) della Germania occidentale risorta dalle ceneri morali e materiali della guerra: quella del miracolo economico e della ricostruzione, di benessere e di un consumismo diffusi almeno a livello capillare, se non universale. Un mito che fu alla base anche del processo di riunificazione, a meno di voler credere alla retorica, sventolata malamente anche da alcuni sovranisti italici, di un nuovo Anschluss.

Ebbene, il rischio concreto è che, in un’epoca come la nostra, convulsa e a tratti drammatica, anche a causa di una pandemia che non accenna a spegnersi, i due punti si congiungano, riversando sulla politica tutta, tedesca ed europea, il veleno di una rabbia scomposta che, in ambienti anche lontani dall’estremismo, si respira a pieni polmoni qui in Germania. Torniamo così alle manifestazioni da cui siamo partiti, che sono, nella loro composizione interna, assai più variegate di quanto si pensi: non solo estremisti di destra, ma anche anti-vax, seguaci dell’antroposofia stirneriana, cospirazionisti di sinistra e guru alternativi hanno dato peso e numeri a una protesta che, comunque la si guardi (e non senza imbarazzi e smentite in questa galassia variegata), ha rafforzato tutti fuorché questi ultimi.

Ho preso parte (a debita distanza, in tutti i sensi) a una di queste manifestazioni, qui a Stoccarda, che è stata una delle prime città a vedere nascere queste proteste. Una ragazza e un signore, sorridenti, distribuivano rose ai passanti, mentre sul palco lo spirito ginnico delle palestre si congiungeva ad accorati appelli alla libertà personale e al rispetto della Costituzione, a loro avviso tradita dal governo. Diversi bambini, molti slogan e pochi simboli, nessun atto di violenza (nonostante anche e Stoccarda, in altre occasioni, non siano mancati scontri con la polizia). Una realtà ben lontana dalle rappresentazioni estremistiche veicolate dai media internazionali. Un’allegra festicciola del vittimismo e dell’incoscienza che ha tuttavia, nel suo rovescio, un messaggio assai pericoloso.

Non sono mancati altrove, infatti (e qui il cerchio si chiude), slogan che paragonavano le persone messe in crisi dalla pandemia (e, a loro avviso, soprattutto dalla politica guidata dai cosiddetti poteri forti) alle vittime della Shoah. Un messaggio insidioso e assurdo, che rinforza un’autorappresentazione, tipica di questa galassia sovranista, che si vorrebbe fare voce di un popolo oppresso, innocente, senza colpa. Di qui al negazionismo, alla messa in discussione della memoria e, di conseguenza, del futuro di tutti noi (nessuno fra i presenti sembrava purtroppo, cogliere l’ironia di un appello alla libertà personale proveniente da tali pulpiti), il passo è fin troppo breve.

Certo, se in questo contesto instabile l’estrema destra tedesca (forte anche delle infiltrazioni, più volte denunciate dai media, nell’esercito e nei servizi di sicurezza) tornerà ad alzare la testa, non avrà molte possibilità di successo, almeno nell’immediato. Ma anche il semplice fatto che, per la prima volta dal dopoguerra, questa possibilità stessa esista, è già un dato terribile e doloroso, per chi in questo Paese vive e lo ama, come per chi crede in un’Europa ancora possibile.

L’azzardo dell’estrema destra tedesca sul virus potrebbe rivelarsi una mossa politica tutt’altro che ingenua. Presto per trarre conclusioni che sarebbero inevitabilmente affrettate; ma non è affatto presto per raccogliere questa sfida ed evitare di ripiegare su noi stessi, tentazione sempre pericolosa, a maggior ragione in un’epoca di crisi come la nostra.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

7 settembre 2020

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