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La lezione pedagogica di Piero Martinetti: cura di sé, religione della coscienza, culto della memoria dei Giusti

di Amedeo Vigorelli

Tra le finalità istitutive di Gariwo vi è l’educazione delle giovani generazioni alla scelta etica libera e responsabile, mediante l’esercizio riflessivo sull’esempio e la memoria storica dei Giusti dell’umanità. In questo spirito condiviso, vorrei sviluppare qui alcune considerazioni su un testo di Piero Martinetti, il filosofo canavesano recentemente iscritto tra i Giusti del Giardino di Monte Stella, che si può leggere negli approfondimenti in calce. Si tratta di un raro discorso, dal titolo La funzione della cultura, tenuto il 19 settembre 1926 a Castellamonte, su invito della Associazione Universitaria Canavesana, a cui il filosofo, vincendo la sua naturale ritrosia alle pubbliche cerimonie e all’ufficialità accademica, aderì con caloroso entusiasmo. Sebbene il testo parli di per sé, con molte risonanze di attualità, una breve contestualizzazione è indispensabile alla sua piena comprensione.

L’anno 1926 segna uno spartiacque nel rapporto tra Fascismo e Università. A Milano, nel marzo di quell’anno, si era tenuto il Sesto Congresso della Società Filosofica Italiana, presieduto dallo stesso Martinetti. Esso venne sospeso dall’autorità prefettizia prima della sua naturale conclusione, per le accuse di “manifestazione antifascista” rivolte da alcuni dei partecipanti agli organizzatori. Un evento senza precedenti, che preludeva alla integrale fascistizzazione dell'Università italiana, attuata mediante l’imposizione a tutti i professori, nel 1931, di uno specifico Giuramento di fedeltà al Fascismo e al suo capo, Benito Mussolini. L’incidente che offrì il pretesto dell’intervento autoritario era stato offerto dalla presenza, tra i relatori, di Ernesto Buonaiuti, Docente di Storia del cristianesimo a Roma, dichiarato dalla Chiesa eretico vitando per la sua partecipazione, in un ruolo di primo piano, al movimento di rinnovamento ecclesiastico del Modernismo. Fu proprio un esponente cattolico, allievo di Giovanni Gentile e docente alla Scuola Normale di Pisa, Armando Carlini, a protestare con veemenza (dopo che la delegazione ufficiale dell’Università Cattolica, capeggiata da Padre Agostino Gemelli, si era astenuta dal partecipare, a causa della presenza al Congresso di Buonaiuti) contro un presunto intento “politico” e “antigovernativo” della riunione, sottolineato a suo dire dal discorso inaugurale su La libertà della cultura di Francesco De Sarlo e dalla presenza tra i relatori di noti avversari ideologici del Fascismo e dell’idealismo di Giovanni Gentile, come Benedetto Croce e Giuseppe Rensi.

Martinetti si trovava allora al centro di una serie convergenti di attacchi personali, miranti a inficiarne la proverbiale condotta morale, ispirata a una rigida difesa della libertà di insegnamento, accompagnata ad uno stile pedagogico improntato a una assoluta neutralità scientifica. Non potendolo screditare sul terreno scientifico, i Fascisti seguirono il metodo della calunnia. Nei mesi precedenti al Congresso, un sedicente “studente frequentatore del suo corso di Filosofia” (in realtà un provocatore prezzolato) lo denunciò con l’accusa grossolana di avere sostenuto, nelle sue lezioni sulla storia del cristianesimo, il carattere paganeggiante della Eucarestia (paragonata al rito tribale della consumazione della vittima sacrificale), con una evidente intenzione dissacratoria nei riguardi della religione cattolica. Martinetti dovette difendersi di fronte all’autorità rettorale da questa accusa ridicola e pretestuosa; ma in seguito, in quanto responsabile dell’organizzazione del Congresso, fu avviata nei suoi confronti una umiliante istruttoria disciplinare, che si concluse in un nulla di fatto, ma lasciò il segno del suo carattere fiero e intransigente, fino a dettargli, nel posteriore 1931, l’indignato rifiuto (unico tra i docenti italiani di filosofia) del Giuramento e il conseguente abbandono dell’insegnamento universitario.

Non vi è traccia di queste tempeste della coscienza, nelle pacate e serene parole rivolte agli universitari del Canavese nel citato discorso. Vi si respira anzi un tono di giovanile abbandono e di socratica apertura alla vita della comunità studentesca. Non è il professore a parlare ex cathedra, ma è un più anziano studioso e innamorato della filosofia a rivolgersi al cuore, oltre che alle menti, del giovane uditorio. Le sue amare considerazioni sulla condizione intellettuale dell’Italia, nel più vasto panorama europeo, oltre a ripetere le denunzie dei grandi intellettuali del Risorgimento, come Leopardi e Manzoni, sulla distanza tra intellettuali e popolo, cultura spirituale e materialismo della vita sociale, conservano per il nostro orecchio singolari accenti di attualità:

L’Italia ha tutte le apparenze di un paese altamente civile. Ma la civiltà di un paese non si misura dalle apparenze, dal numero delle automobili che corrono o dal lusso delle donne. Ma noi dobbiamo piuttosto chiederci: a che livello sono le scuole, le Università, le biblioteche? Qual è in Italia la fortuna del libro? A che livello è la coltura media della sua borghesia? Quante persone, così dette colte, del vostro ambiente, voi conoscete che siano capaci di riconoscere le stile di una chiesa, che abbiano letto Leopardi, Goethe, Anatole France, che sappiano con qualche precisione che cosa è il profetismo ebraico? Quante sono le persone colte di vostra conoscenza capaci anche solamente di distinguere, con una certa sicurezza, i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento?

Questi riferimenti alla cultura religiosa non erano casuali. Martinetti era un intellettuale laico, che non aderiva a nessuna confessione religiosa, ma era (in senso lato) uno spirito “religioso” che considerava la Fede (nelle tracce di Kant e di Fichte) il fondamento stesso della moralità. Per questo motivo distingue nettamente – nel suo discorso – tra senso religioso della vita e atteggiamento clericale, vale a dire tra l’esteriorità e l’interiorità della condotta etica dell’uomo.

Un aspetto cruciale che emerge dallo stile retorico del discorso è il richiamo dei grandi maestri della spiritualità europea: oltre a Fichte e Kant, Socrate, Marco Aurelio, Montaigne, Schopenhauer. Specialmente nella citazione di quest’ultimo – nella distinzione tra apparire, avere ed essere, quali distinti e opposti fini dell’agire – viene in primo piano l’originale idea di cura dell’anima (o cura di sé) a cui questo maestro della cattedra milanese ispirava la propria pedagogia. Nell’intento di formare l’élite culturale della nuova Italia, minacciata in quegli anni (e sempre più negli anni a venire) da un ritorno di barbarie, Martinetti non si affidava esclusivamente all’intento scientifico (che pure non trascurava, da grande specialista della materia filosofica e straordinario erudito qual era), ritenendolo una componente strumentale nella formazione della personalità morale dei giovani. A questa si indirizzavano principalmente le sue cure, al fine di rafforzare negli allievi il carattere, la fermezza della volontà, la lucidità del giudizio e della scelta etica. Egli contrappone (ed è evidente il giudizio politico sottostante) l’idea etica dello Stato come incarnazione della Forza e quella (superiore) della Giustizia. La giustizia non era per lui idea astratta, ma modello incarnato di condotta, ispirata al valore assoluto della coscienza. Significativo, in conclusione del discorso, è il richiamo alla memoria storica delle tradizioni etniche canavesane, della fiera resistenza opposta dalla minoranza religiosa valdese alla violenta imposizione della fede cattolica operata (mediante uno sterminio di massa) dal re di Francia e dai Principi di Savoia, al tempo delle guerre di religione. Sebbene sconfitti, e cancellati dalla storia ufficiale, questi eroici cristiani – che seppero difendere a costo della vita la propria libertà di coscienza e il diritto a una libera interpretazione della Bibbia (che, sebbene di estrazione sociale popolare, conoscevano probabilmente meglio della odierna élite borghese), contro la inquisizione statale ed ecclesiastica – rappresentano, nella consapevolezza culturale di Martinetti – degli autentici Giusti, il cui esempio di fedeltà intransigente ai valori morali di libertà e giustizia, va coltivato in una memoria non meramente culturale oe libresca, ma viva e attuale.

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

11 maggio 2020

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