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La memoria "complicata" delle Brigate Internazionali nella Guerra civile spagnola

Furono eroiche per gli occidentali, ma in Europa orientale vengono considerate strumenti dell'imperialismo dell'Urss

Nella foto, George Orwell (il più alto), al centro della brigata Abraham Lincoln

Nella foto, George Orwell (il più alto), al centro della brigata Abraham Lincoln


Giles Tremlett, corrispondente da Madrid del Guardian, è l’autore di un ampio articolo, The contested legacy of the anti-fascist International Brigades, che il quotidiano londinese pubblica oggi nella sezione The Long Read.

Alla base dell’approfondimento c’è il dibattito sulla memoria di quelle migliaia di donne e uomini che negli anni '30 si arruolarono per combattere il fascismo in Spagna. Tra i sopravvissuti, molti  hanno continuato a svolgere un ruolo chiave nella lotta contro i nazisti altrove ma, in alcuni casi, sono successivamente diventati potenti servitori di regimi brutali.

Le Brigate Internazionali sono state quelle unità di oltre 35.000 stranieri provenienti da 80 delle nazioni odierne che avevano combattuto contro il fascismo nella guerra civile spagnola, sciogliendosi nel 1938.

Oggi questi volontari sono unanimemente esaltati in Occidente, esistono gruppi dediti alla loro memoria negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in molti altri paesi europei. C’è un’ampissima letteratura a riguardo e addirittura David Simon, creatore di The Wire, sta ora pianificando una serie drammatica sulle Brigate Internazionali.

Altrove, l'opinione è drammaticamente contraria. In Polonia, ad esempio, le strade dedicate al battaglione Dabrowski delle Brigate Internazionali sono state rinominate dall'Istituto della memoria nazionale, che sovrintende in seguito a una controversa legge sulla "decomunizzazione" approvata dal partito ultraconservatore al governo nel 2017. La critica polacca mossa verso di loro è che i brigadieri avevano "servito lo stalinismo". E non avevano completamente torto.

Molti dei veterani delle Brigate internazionali hanno continuato a contribuire alla vita pubblica come primi ministri, o equivalenti, al di là della cortina di ferro, nella Germania orientale, in Ungheria e in Albania. Hanno fornito decine di ministri, generali, capi di polizia e ambasciatori in tutti i regimi comunisti europei, formando di fatto una potente élite, sebbene fossero per lo più provenienti dalla classe operaia. Nella Germania dell'Est, furono proprio ex volontari delle Brigate Internazionali a gestire la famigerata Stasi. “Sopprimere la libertà faceva parte del loro lavoro. Non sorprende quindi che alcuni connazionali ora li disprezzino”, scrive Trimlett.

Tra le reclute delle Brigate giungevano giovani da tutto il mondo, spesso mossi da ideali romantici e anti-fascisti ma al contempo con scarsa conoscenza bellica. È il caso, ad esempio, del nipote ribelle di Winston Churchill Esmond Romilly, che aveva attraversato in bicicletta la Francia alimentato da caffè e cognac per poi salpare su una barca da Marsiglia e ritrovarsi a dover combattere l’esperto Franco a Madrid. Fu ucciso nel 1936 in Andalusia.

Nuove reclute arrivavano a centinaia ogni settimana da paesi lontani come Cina, Cile e Abissinia, anche se la maggior parte proveniva dall'Europa o dalle Americhe - e molte erano già esiliati politici o economici. Almeno il 10% era composto da ebrei, che si ribellavano alla loro posizione di vittime elette del fascismo. Lo storico e veterano americano Albert Prago definì le Brigate Internazionali "il veicolo attraverso il quale gli ebrei potevano offrire la prima resistenza armata organizzata al fascismo europeo". In effetti, quasi tutti i brigadieri si vedevano combattere una battaglia globale per fermare il fascismo, di cui la Spagna era solo una parte. 

Quando gli ultimi brigadieri lasciarono la Spagna, nel 1939, il bilancio totale era di 7.000 morti. Avevano perso la loro guerra. A quel punto, la maggior parte dei briganti era tornata a casa o era stata rinchiusa nei campi profughi della Francia. Quelli non ben accetti nei loro paesi - tedeschi, italiani, polacchi e altri - o poi ritenuti "pericolosi" dalle autorità di Vichy ci trascorsero diversi anni.

Hitler invase la Polonia esattamente cinque mesi dopo che Franco aveva dichiarato la vittoria in Spagna. “Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, era naturale che i brigadieri si sarebbero arruolati”, scrive Giles. Avevano combattuto il fascismo per tre anni, ma il compito non era stato completato. Ben presto divenne chiaro che i brigadieri avevano un'esperienza estremamente utile nella guerra e formavano una rete unica in tutta l'Europa occupata. Tra i brigadieri noti c’è anche Aldo Lampredi, uno dei tre partigiani che hanno giustiziato Mussolini e la sua amante Claretta Petacci nel 1945, Randolfo Pacciardi, che divenne ministro della difesa italiano del dopoguerra. E tra i veterani delle Brigate ci fu anche Erich Mielke, per trent’anni a capo del Ministerium für Staatssicherheit, il ministero della sicurezza dello Stato, comunemente noto come Stasi. Conosciuto come il "maestro della paura", aveva di fatto trasformato la Germania dell'Est in quello che la scrittrice Anna Funder, nel suo libro Stasiland, ha definito "lo stato di sorveglianza più perfetto di tutti i tempi".

Il punto è che i sovietici si fidavano dei reduci delle Brigate Internazionali. Ad un certo punto tutti e tre i ministeri armati della Germania dell’Est - difesa, interno e sicurezza dello Stato - erano diretti da ex brigadieri. E ancora, Ferenc Münnich divenne primo ministro ungherese e il mitragliere Mehmet Shehu fu la sua controparte in Albania per 27 anni. Karlo Lukanov divenne invece il vice primo ministro della Bulgaria. 

Le loro specialità, come soldati, erano la difesa e la sicurezza. Nel mondo paranoico dello stalinismo, ciò significava anche repressione. Orwell l'aveva già notato in Spagna, dopo che l'unità della milizia marxista per cui aveva combattuto era stata bandita e le mura di Barcellona furono improvvisamente ricoperte di "manifesti che urlavano dai cartelloni che io e tutti come me eravamo una spia fascista". Quell'esperienza ha ispirato La fattoria degli animali e 1984. Eppure la maggior parte dei brigadieri comunisti non sapeva nulla degli orrori dello stalinismo e si considerava parte di un'ampia coalizione antifascista. La maggior parte alla fine si sentì disillusa. Alcuni, come Mielke, no.

Con la fine della guerra fredda, la storia entrò in una nuova fase. Il comunismo sovietico non era più un pericolo, il fascismo era un lontano ricordo. Così tornò a crescere la fascinazione verso le Brigate Internazionali.

Il 18 luglio 2011, i membri della Lega dei lavoratori del partito laburista norvegese svelarono una targa, sull'isola di Utøya, dedicata a quattro giovani socialdemocratici morti nelle Brigate Internazionali. Fu lì che, quattro giorni dopo l'inaugurazione, il terrorista di estrema destra Anders Breivik raggiunse l'isola fingendosi un poliziotto e uccise 69 giovani nel peggior massacro del paese dalla fine seconda guerra mondiale.

Per le famiglie dei veterani delle brigate, il fatto che essi abbiano combattuto una tirannia ma alcuni di loro sono finiti per servirne un'altra ne complica la memoria. In Ungheria, la nipote dello scrittore Pavol Lukács (alias Béla Frankl o Máté Zalka), comandante della brigata Garibaldi, si è impegnata per difendere l'onore del suo adorato zio. Quando lei e sua figlia hanno contattato il giornalista del Guardian per raccontare la loro versione della vita dello zio, hanno sottolineato che, prima di essere ucciso in Spagna, Lukács stava rimettendo in discussione il modello sovietico e la sua famiglia aveva distrutto il suo diario, che conteneva annotazioni pericolosamente antistaliniste.

Come diversi ufficiali di brigate Internazionali che non erano di origine russa, ma si erano arruolati nell'Armata Rossa e si erano stabiliti a Mosca, Lukács sarebbe potuto tornare solo per essere fucilato. “In Ungheria, che ha vissuto sia il regime fascista che quello comunista, questo lo colloca convenientemente due volte dalla "parte giusta della storia"”, scrive Tremlett.

Più complicata la questione polacca. L'Istituto polacco della memoria nazionale vede i membri delle brigate come "strumenti della politica imperialista dell'Unione Sovietica" facendo presente che alcuni di loro "hanno preso parte all'introduzione forzata e brutale del comunismo in Polonia". Per i comunisti al di fuori del blocco sovietico, la contraddizione è meno intensa. Nel suo video testamento, il combattente Virgilio Fernández del Real (scomparso recentemente, uno degli ultimi superstiti) aveva annunciato con orgoglio di essere " comunista da quando avevo 14 anni", prima di aggiungere che "non siamo delinquenti".

Una questione, quella della memoria delle Brigate, che difficilmente troverà mai una sua sintesi. Tremlett conclude la sua analisi raccontando la storia di Bernard Knox, uno studioso di letteratura greca che, durante l’intervista preliminare per il suo ingresso a Yale, ricevette da uno dei professori una considerazione sul suo passato da brigadiere, definendolo “antifascismo prematuro”. “Come si può essere un antifascista prematuro?” si chiese Knox. “Esiste un antidoto prematuro a un veleno? Un antisettico prematuro? Un'antitossina prematura? Un razzismo prematuro?”

Domande aperte a cui l’autore dell’articolo ha preferito non rispondere.

22 ottobre 2020

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