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La memoria universale

di Gabriele Nissim, con altri interventi

Avraham Burg, presidente emerito del parlamento israeliano e uomo di pace e di dialogo all’interno del variegato e plurale panorama culturale e politico dello Stato ebraico, nel suo ultimo e polemico libro Sconfiggere Hitler spiega senza giri di parole che ci sono due modi per ricordare la Shoah. Chi è ancora spaventato dall’immane tragedia pensa: “questo a noi non potrà più succedere” intendendo per noi “gli ebrei”; altri invece sostengono: “ciò che è accaduto non deve più ripetersi per tutti gli esseri umani”. I primi ricordano Auschwitz per difendere se stessi, i secondi ne parlano per denunciare ogni forma di persecuzione. Burg polemizza in Israele con chi ha una visione “esclusivista” della memoria della Shoah e sostiene che se si vuole rendere universale questo ricordo, bisogna fare in modo che la lezione di quel passato serva come monito contro ogni genocidio e crimine contro l’Umanità.
L’apertura al dolore degli altri crea una solidarietà maggiore attorno alla memoria delle vicende ebraiche, mentre la chiusura viene interpretata come una forma di insensibilità. Anzi proprio chi è sopravvissuto a un male estremo dovrebbe essere il primo a battersi per assumersi una responsabilità universale. Per questo egli suggerisce che a Gerusalemme Yad Vashem diventi un museo dedicato a tutti i crimini contro l’Umanità. “Un luogo - spiega - che irradierà l’energia per la lotta contro ogni violenza. Avrà un’ala armena, una sezione serba, una mostra per il Ruanda e la Namibia...Bambini di tutto il mondo verranno a Yad Vashem per ricevere il miglior insegnamento sulla non violenza.”

Burg - che ho avuto l’onore di conoscere nel 2003, quando presentò a Roma, alla Camera dei Deputati, il mio libro Il Tribunale del Bene - ha perfettamente ragione, ma occorre aggiungere un ulteriore elemento nel dibattito che si presenta immancabilmente in occasione della Giornata della Memoria. Le resistenze a una maggiore apertura nascono spesso dal mancato riconoscimento del genocidio ebraico. Fino al 1989 il mondo comunista censurava la memoria ebraica e parlava genericamente di “vittime” senza spiegare che la soluzione finale progettata da Hitler riguardava gli ebrei. Ad Auschwitz non c’era una lapide che ricordasse gli ebrei: si parlava genericamente di vittime polacche. E ancora oggi - come ha ben ricordato Robert Satloff nel suo libro Tra i Giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei Paesi arabi - nel mondo arabo-islamico non soltanto esiste una grande ignoranza sulla persecuzione ebraica, ma la Shoah viene addirittura considerata “una grande messa in scena destinata a creare consenso intorno agli ebrei e permettere loro di rubare la Palestina agli arabi”. Mahmoud Ahmadinejad lo ripete tutti i giorni, ma non dimentichiamoci che quarant’anni fa il presidente egiziano Gamal Abdul Nasser dichiarava ad un giornale tedesco che “nessuno, nemmeno la persona più ingenua, crede seriamente alla menzogna che sarebbero stati sterminati sei milioni di ebrei”.


La battaglia per la memoria della Shoah è tutt’altro che compiuta in un parte importante del pianeta. Non è un caso che lo stesso fenomeno si ripeta per il ricordo di altri genocidi. Armeni, ucraini, bosniaci cadono anche loro in comportamenti unilaterali di fronte al negazionismo degli Stati e alla insensibilità del mondo nei confronti del dolore che li ha colpiti. Il riconoscimento crea invece le condizioni per un’apertura all’altro, anche se - come giustamente osserva Avraham Burg - è compito degli educatori e degli uomini di buona volontà rompere gli steccati e raccontare un genocidio non come un male che ha colpito soltanto un gruppo o un etnia, ma come un crimine che ha ferito l’umanità intera. Per questo motivo abbiamo voluto dedicare la Giornata della Memoria del 2009 ai Giusti della Shoah, del genocidio armeno e della pulizia etnica. Una lettura comparata rompe le barriere e crea le condizioni di una memoria universale. Come ha ricordato il filosofo Hans Jonas ad Auschwitz non c’è stato alcun intervento divino, solo silenzio. I “miracoli” sono arrivati solo da esseri umani, dai Giusti fra le Nazioni del mondo. I Giusti ci insegnano la responsabilità dell’uomo e la possibilità di opporsi nel proprio ambiente a ogni crimine contro l’Umanità. Non esiste alcuna provvidenza contro il manifestarsi del male, ma soltanto l’intervento dell’individuo. È accaduto ieri e sarà sempre così in futuro. È questa la lezione più importante della Shoah e
degli altri genocidi.

Gabriele Nissim, Presidente Gariwo, la foresta dei Giusti

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Gariwo, la foresta dei Giusti

2 gennaio 2009

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Memoria

ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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