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Parlare di "lager polacchi" rimane reato

Varsavia e Gerusalemme discutono la legge approvata il 1° febbraio

Il memoriale ebraico della Shoah, Yad Vashem

Il memoriale ebraico della Shoah, Yad Vashem RONEN ZVULUN/ REUTERS

Il mondo ha salutato con sollievo l'emendamento alla controversa legge polacca sulla Shoah, che elimina le pene detentive (fino a 3 anni di carcere) per chi attribuisce responsabilità a cittadini polacchi per la tragedia dei campi di sterminio. Tuttavia non è il caso di abbassare la guardia. Il reato rimane in vigore: dire "campi di sterminio polacchi" rimane vietato. 

La questione è stata affrontata anche dai governi polacco e israeliano, che hanno negoziato per mesi una posizione comune sulle responsabilità della Polonia nella Seconda guerra Mondiale.

"Rigettiamo le azioni dirette a incolpare la Polonia o la nazione polacca nel suo complesso per le atrocità commesse dai nazisti e dai collaborazionisti di diversi Paesi. Purtroppo, il fatto triste è che alcune persone - indipendentemente dalle loro origini, religione o visione del mondo - in quell'epoca hanno rivelato il proprio lato oscuro", recitava la dichiarazione congiunta di Benjamin Netanyahu e del premier polacco Mateusz Morawiecki, che continuava con la ferma condanna dell'antisemitismo da parte di entrambi i governi, che parallelamente rifiutavano anche "l'antipolonismo" e "altri stereotipi nazionali negativi".
"Sono felice che il governo polacco, il Parlamento, il Senato e il presidente abbiano deciso di annullare quei paragrafi che avevano scatenato una tempesta e malumore in Israele e nella comunità internazionale", ha poi proseguito Bibi Netanyahu commentando la dichiarazione.

A questo punto è intervenuto il memoriale ebraico della Shoah, Yad Vashem, che secondo la stampa israeliana è stato coinvolto fin dall'inizio nelle trattative tra Israele e Polonia.

In primis, ci sono state alcune aspre critiche, soprattutto rivolte dal grande storico Yehuda Bauer, che ha accusato le due parti di avere accolto delle inesattezze e e dei gravi errori storici nella loro versione dei fatti, arrivando a parlare di "tradimento". Per quanto riguarda gli errori, essi consistono nella neutralità del giudizio sulle origini dei collaborazionisti - "erano forse nati sulla Luna? No, erano polacchi, e non pochi", ricorda Bauer e sul fatto di definire "numerosi" i Giusti polacchi, che in realtà furono una minoranza rispetto al numero degli antisemiti che collaborarono allo sterminio ebraico - "anche se pensassimo che la Polonia abbia avuto 200.000 Giusti anziché i 6.700 riconosciuti da Yad Vashem", ha chiarito lo studioso, "si tratterebbe comunque dell'1% della popolazione".
Inoltre, secondo Yehuda Bauer il governo israeliano avrebbe "tradito" gli storici come Jan Gabrowski e Jan Tomasz Gross, puniti per "aver detto la verità" sul coinvolgimento dei polacchi - cattolici e vicini ai nazisti tedeschi - nella Shoah. 

L’invasione della Polonia da parte della Germania nazista fu un'enorme tragedia all'interno della spaventosa vicenda della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Varsavia perse in pochi anni quasi sei milioni di cittadini, tra cui tre milioni di ebrei. Il tema della persecuzione degli ebrei è proprio quello che genera più conflitti in Polonia. Il Paese conta ben 6.700 Giusti fra le nazioni, persone che non esitarono a rischiare la propria vita per aiutare i perseguitati. Tuttavia - sostengono gli storici - molti altri polacchi collaborarono zelantemente con i nazisti nei rastrellamenti e nelle deportazioni. Nella Polonia occupata, inoltre, i nazisti crearono i lager più famigerati, fra cui in primo luogo Auschwitz. Da questo complesso tema nasce l'attuale controversia.

Nella dichiarazione ufficiale del memoriale ebraico, si torna sugli errori storici compiuti da Netanyahu e dal suo omologo polacco, sottolineando che per esempio "gli stessi soccorritori degli ebrei polacchi avevano paura che i propri vicini li denunciassero" e che "l'unico modo di stabilire la verità storica è attraverso una ricerca libera e indipendente".
In seguito, Yad Vashem ha affidato alla studiosa Dina Porat il compito di sottolineare come la posizione comune tra Polonia e Israele rappresenterebbe «uno sviluppo positivo nella giusta direzione». Porat ha chiesto pubblicamente: "Sarebbe forse stato meglio non avere una dichiarazione congiunta?".

Di certo, Morawiecki ha rinunciato pubblicamente a trattare il dibattito storico passando per le vie penali, anche se non ha purtroppo rinunciato a quelle civili, in particolare a una multa che si applicherebbe adesso al caso di chi critichi la Polonia nell'ambito dello studio della Shoah. 

11 luglio 2018

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