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Per noi tedeschi questo “Mai più” significa soprattutto “Mai più da soli”

il discorso di Frank-Walter Steinmeier in occasione del 75esimo anniversario della liberazione dal nazionalsocialismo

Lo scopo della memoria non è quello di ricordare in modo distaccato come sono andati gli eventi della Storia, ma di condividere la riflessione sulle atrocità avvenute e sui meccanismi che le hanno causate, per far sì che non si ripetano nel presente e nel futuro. A prescindere dalla ricerca dei buoni e dei cattivi, è necessario indagare attraverso la conoscenza del passato i germi del male nella nostra società, le spie di altre, possibili o già in atto, violazioni dei diritti umani. La Germania, da questo punto di vista, ha qualcosa da insegnare. Da grande colpevole, si è assunta la responsabilità del proprio passato, ha elaborato il tema della propria colpa e della riconciliazione e lavorato per tenere viva la memoria in modo attivo, con uno sguardo sempre rivolto in avanti. Una consapevolezza che, ad esempio, non è stata maturata allo stesso modo in Polonia, che ha approvato una legge che considera punibile chi mette l’accento su delle responsabilità polacche nel dramma degli ebrei, e in altri Paesi come la Turchia, che continua a negare il genocidio degli armeni.

I valori della memoria in Germania e il tema della responsabilità di ogni individuo verso l’altro sono stati ricordati dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Frank-Walter Steinmeier in occasione del 75esimo anniversario della liberazione dal nazionalsocialismo e della fine della Seconda guerra mondiale, presso il Memoriale della Shoah di Berlino. Una riflessione sull’importanza dell’Europa e della cooperazione internazionale di fronte alle sfide del nostro tempo, che il Covid-19 ha fatto emergere in modo drammatico. Proponiamo di seguito alcuni passaggi del discorso.

“Oggi, settantacinque anni fa, in Europa è finita la Seconda guerra mondiale. L’8 maggio 1945 segnò la fine della tirannide nazionalsocialista, la fine delle notti sotto le bombe e delle marce della morte, la fine d’inauditi crimini tedeschi e della frattura di civiltà della Shoah. Qui a Berlino, dove questa guerra di annientamento era stata concepita e scatenata e dove, poi, si riversò con tutta la forza distruttiva – qui a Berlino oggi volevamo ricordare assieme.

Volevamo ricordare – assieme a rappresentanti degli alleati a ovest e a est che, al prezzo di enormi sacrifici, hanno liberato questo continente. Assieme ai nostri partner provenienti da ogni parte dell’Europa che, pur avendo sofferto sotto l’occupazione tedesca, sono stati pronti alla riconciliazione. Assieme ai superstiti dei crimini tedeschi e ai discendenti delle vittime, di cui così tanti ci hanno teso la mano. Assieme a tutti quelli che nel mondo hanno dato a questo Paese l’opportunità di ricominciare” […]

“E volevamo ricordare assieme ai più giovani che oggi, a distanza di tre generazioni, si chiedono quale messaggio la storia possa ancora trasmettere loro – e a loro mi rivolgo: “Voi fate la differenza! Voi dovete affidare al futuro gli insegnamenti tratti da questa terribile guerra!” […]

"Oggi, settantacinque anni dopo, dobbiamo commemorare da soli – ma non siamo soli! Questo è il lieto messaggio della giornata odierna! Viviamo in una democrazia forte e consolidata, nel trentennale della Germania riunificata, nel cuore di un’Europa pacifica e unita. Godiamo di fiducia e raccogliamo i frutti della cooperazione e del partenariato su scala mondiale. Sì, oggi noi tedeschi possiamo dire: il giorno della liberazione è un giorno della gratitudine!" […]

La liberazione nel 1945 era arrivata da fuori, era necessario che arrivasse da fuori – poiché il nostro Paese era profondamente immerso nella sua sciagura, nella sua colpa. E anche la ricostruzione economica e la ripartenza democratica a ovest della Germania furono possibili solo grazie alla generosità, lungimiranza e disponibilità alla riconciliazione dei nostri avversari di prima. Tuttavia anche noi stessi abbiamo dato un contributo alla liberazione. Era la liberazione interiore. Non avvenne l’8 maggio 1945 e in un giorno solo. Si trattò, invece, di un lungo e doloroso percorso. Rielaborazione e approfondimento su connivenze e complicità, strazianti interrogativi all’interno delle famiglie e fra le generazioni, la lotta contro l’omissione e la rimozione dei fatti. […]

Sono stati decenni in cui, a est del nostro continente, non è stato più possibile contenere dietro muri il coraggio e l’amore per la libertà – per giungere a quel felicissimo momento della liberazione: della rivoluzione pacifica e della riunificazione. Questi decenni di lotta con la nostra storia sono stati decenni in cui in Germania la democrazia ha potuto maturare. E questa lotta rimane ancora oggi. Non c’è fine alla memoria. Non c’è riscatto dalla nostra storia. Poiché senza memoria perdiamo il nostro futuro. Solo perché noi tedeschi guardiamo in faccia la nostra storia, perché accettiamo la responsabilità storica, solo per questo i popoli del mondo hanno donato nuova fiducia al nostro Paese. […]

La dignità dell’uomo è intangibile. In questa prima frase della nostra Costituzione è – e rimane – inciso in modo visibile a tutti, quanto avvenne ad Auschwitz, durante la guerra e la dittatura. No, non è la memoria a essere un fardello – la mancanza di memoria lo diventa. Accettare la responsabilità non è una vergogna – la negazione è una vergogna! Ma cosa significa la nostra responsabilità storica oggi – a distanza di tre quarti di secolo? La gratitudine che oggi proviamo non deve indurci alla comodità. Anzi, per noi la memoria è un’esigenza e un impegno! “Mai più!” – l’abbiamo giurato dopo la guerra. Tuttavia per noi tedeschi questo “Mai più” significa soprattutto “Mai più da soli”. E questa frase vale in Europa più che in qualsiasi altro luogo. Dobbiamo tenere unita l’Europa. Dobbiamo pensare, sentire e agire da europei. Se in Europa, anche durante e dopo questa pandemia, non saremo uniti, allora ci dimostreremo indegni dell’8 maggio. Se l’Europa fallisce, fallisce anche questo “Mai più”!

La comunità internazionale ha imparato da questo “Mai più”. Dopo il 1945 ha fatto confluire gli insegnamenti tratti dalla catastrofe in una base comune, nei diritti dell’uomo e nel diritto internazionale, in regole per la pace e la cooperazione. Il nostro Paese, da cui era partita tanta sciagura, si è trasformato nel corso degli anni da minaccia per questo ordinamento internazionale a suo sostenitore. Non dobbiamo consentire che quest’ordinamento di pace oggi s’infranga dinanzi ai nostri occhi. Non dobbiamo rassegnarci all’alienazione di coloro che l’hanno edificato. Vogliamo più, e non meno, cooperazione al mondo – anche nella lotta alla pandemia.

Allora siamo stati liberati. Oggi dobbiamo liberarci da soli! Liberarci dalla tentazione di un nuovo nazionalsocialismo. Dal fascino degli autoritarismi. Dalla sfiducia, dall’isolamento e dall’ostilità fra le nazioni. Dall’odio e dalla diffamazione, dalla xenofobia e dal disprezzo per la democrazia – poiché questi non sono altro che i demoni malvagi del passato sotto nuove spoglie. Pensiamo, in questo 8 maggio, anche alle vittime di Hanau, di Halle e di Kassel. Vittime non dimenticate a causa del coronavirus. […]

A settantacinque anni dalla fine della guerra, noi tedeschi possiamo essere grati per tante cose. Tuttavia, quanto di buono è nato da allora non è garantito per l’eternità. Pertanto, anche in questo spirito: l’8 maggio non era la fine della liberazione – libertà e democrazia sono piuttosto la sua perenne missione, la nostra missione!

Discorso integrale in calce.

Frank-Walter Steinmeier, Presidente della Repubblica Federale di Germania

26 maggio 2020

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Memoria

ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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