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​Perché l’Albania è lo specchio dell’Europa di oggi

di Simone Zoppellaro

Foto di Simone Zoppellaro

Da Tirana – Edifici lasciati a metà, incompiuti: spesso un abbozzo appena di fondamenta – nudo cemento e ferri rugginosi che spuntano – che rispecchia le nubi. Costruzioni abbandonate prima ancora, a volte, di poterne intravedere il progetto originario o la fine; riciclate di quando in quando come depositi o parcheggi, oppure abitate da poveri in un piano terra sventrato, senza alcuna prospettiva. Attraversare in viaggio l’Albania significa imbattersi con frequenza in un simile paesaggio. Come non chiedersi, allora, quali volti e storie si celino dietro a questi ruderi: una fuga improvvisa o un’emigrazione senza ritorno? Un accumulo di debiti? Minacce, o un’esplosione acuta di violenza?

Il messaggio da leggere è chiaro, comunque sia: nessun futuro, una Waste Land di speranze, per chi abbia abbandonato a metà, senza più tornarvi, una casa in cui aveva investito tempo e fatica. L’anima dell’Albania è rinchiusa, a mio avviso, in questa immagine: fenice soffocata nella sua cenere, tenuta a terra in un impasto di polvere e piume. Un tentativo di transizione e rinascita, sempre replicato, e immancabilmente fallito, dentro un tempo sospeso come in una maledizione. Un «Try again. Fail again. Fail better» di beckettiana memoria, che ci interroga tutti, ma a cui l’Europa si ostina a voltare le spalle (o, più semplicemente, a alzarle).

Eppure l’Albania è lì, a un passo da casa, insieme familiare e straniante. Ricca di fascino, dalle sue città dalle molte anime e storie ai paesaggi sinuosi e scabri. La capitale, Tirana, è un corpo ferito: una superfetazione dopo l’altra, città eterna incompiuta, ma sempre miracolosamente piena di vita: in ogni strada, ogni angolo, fino all’ultima pietra. Ottimo cibo, gente accogliente e sempre desiderosa di parlare, anche in italiano (con percentuali altissime di italofoni, mai viste altrove).

Eppure, qui il passato non passa. E quello che brucia, in primo luogo, è il retaggio della lunga dittatura comunista, che a partire dal dopoguerra ha tenuto chiuso il paese al resto del mondo – dopo la celebre svolta di Chruščëv, persino al blocco comunista – in uno stalinismo brutale, isolazionista e fuori tempo massimo che ha lasciato gli albanesi prigionieri di uno stato-prigione fino al 1991. Oltre 170.000 bunker, per attenerci alle stime più basse, sono le cicatrici più visibili di questo tempo durissimo. Altre, più profonde, le scopro visitando i luoghi della memoria delle vittime del comunismo e incontrando rappresentanti della società civile albanese in una serie di appuntamenti predisposti dall’Institute for Democracy, Media and Culture, organizzazione non governativa di Tirana, in collaborazione con la Platform for European Memory and Conscience, di cui è parte e che ci ospitava.

A Scutari visito un ex convento di clarisse confiscato e trasformato dai comunisti nel 1946 nella sede della polizia segreta, dove gli arresti, le torture e le esecuzioni – particolarmente numerose in questa città di resistenti – arrivavano direttamente dagli ordini del dittatore Enver Hoxha. Fra loro molti cattolici, laici ed ecclesiastici, parte dei 38 martiri la cui beatificazione è stata proclamata dalla chiesa cattolica nel 2016 di fronte alla Cattedrale di S. Stefano, proprio in questa città. Sempre a Scutari, insieme ai colleghi europei, visitiamo il monumento (l’unico, al momento, in Albania) dedicato alle vittime del regime, posando un fiore.

A Tirana visito la Casa delle Foglie, così chiamata per il rivestimento di rampicanti che, per molti decenni, ha simboleggiato il misto di mistero e d’orrore di questo luogo. Già sede della Gestapo durante l’occupazione tedesca, fu sede dei servizi di sicurezza comunisti, che da qui controllavano il centro di Tirana con una rete di spionaggio capillare quanto spietata. Un’esposizione permanente racconta, in modo dettagliato e efficace, il funzionamento di questa macchina creata per sorvegliare e punire ogni più minima forma di dissenso. Una memorializzazione paradossale, tuttavia, se si pensa a quanto – come spiega Jonila Godole, direttrice esecutiva dell’Istituto già citato – non vi sia stato ricambio all’interno delle forze di sicurezza, come ad ogni altro livello della società albanese, anche i più alti. La Godole gestisce diversi progetti nelle scuole (e non solo) per tentare di rompere il silenzio che grava ancora, a distanza di quasi trent’anni dalla fine del regime, sugli atroci crimini del comunismo in Albania. Di fronte alla Casa delle Foglie, un bunker ci accompagna in quel mondo ctonio parallelo, esteso e deserto, che contraddistingue il sottosuolo albanese, in modo non dissimile dalla Germania.

E il senso di questo viaggio, alla fin fine, mi riporta sempre a pensare all’Europa, di cui credo che questa piccola terra – laica e ricca di storie e memorie comuni alle nostre – debba essere parte in futuro. Un’Europa eterna incompiuta, prigioniera di una transizione irrisolta, proprio come l’Albania cui Macron ha di recente posto un veto riguardo all’allargamento. E proprio al pari dell’Albania – lo stiamo vedendo in questi giorni in Italia – l’Europa è terra di traumi che non passano, retaggi e nostalgie totalitarie, rigurgiti di odio e violenza. Quella che dovrebbe essere la nostra casa comune, sognata a Ventotene, rischia di assomigliare sempre più agli edifici abbandonati e incompiuti del paesaggio albanese.

Per questo – piaccia o meno – l’Albania è lo specchio più vero dell’Europa di oggi. Uno specchio – o uno spettro, se preferite, simile alle visioni che nel Macbeth preannunciano il futuro e la fine. Per questo dobbiamo guardare a Tirana, non dimenticarla, anche per il nostro bene comune. L’Europa, per essere forte, deve prima affrontare una volta per tutte i suoi spettri e sconfiggerli; porre gli ultimi mattoni affinché la nostra casa, finalmente compiuta, possa vivere.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

8 novembre 2019

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ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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