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​Ripensando, dopo un film, all'insurrezione di Varsavia del 1944

di Francesco Matteo Cataluccio

Ho visto, in una saletta semivuota di un cinema di Milano, il film polacco "Varsavia 44" di Jan Komasa. Ben girato e terribile (mi sono sembrate stonate soltanto le scene "oniriche" con musichette un po' sguaiate). Durante la notte ho rivisto nel dormiveglia molte di quelle immagini e anche quelle di parecchi documentari e servizi fotografici che avevano accompagnato, molti anni fa, i miei studi sull'argomento. È uno di quegli argomenti che, pur non essendo polacco, mi bruciano dentro, sempre. Non riesco a a padroneggiare freddamente quel miscuglio di eroismo e insensatezza, ferocia e distruzione. Mi si ripropongono di nuovo le domande che non troveranno mai una risposta definitiva.

L'insurrezione di Varsavia del 1944, preceduta, l'anno prima, nell'aprile, dalla tragica insurrezione del ghetto ebraico, chiuse un'epoca della storia della Polonia, e contribuì a dare un preciso indirizzo a quella europea. Infatti, in quei due mesi (dall'1 agosto al 2 ottobre) venne cancellata la possibilità della Polonia di continuare ad essere una nazione indipendente e fu sancito, tra le macerie fumanti, l'accordo di spartizione dell'Europa, sottoscritto a Teheran tra le grandi potenze. Gli inglesi e gli americani infatti lasciarono soli gli insorti e le truppe sovietiche si fermarono al di là del fiume Vistola ad aspettare che i tedeschi compissero l'opera di annientamento di coloro che avrebbero potuto dar nuova vita a quella Polonia la cui soppressione e smembramento (con il patto Ribbentrop-Molotov) era stata la causa scatenante della seconda guerra mondiale. In quelle giornate furono ammazzate 200.000 persone e l'80 per cento degli edifici storici della capitale (con biblioteche, archivi, musei) fu bruciato o saltò in aria.

Dalle macerie di Varsavia -che non sono soltanto rovine di palazzi e strade, ma montagne di cadaveri e piaghe incancellabili nella memoria dei sopravvissuti, e deserto di speranze e fiducia negli uomini e nel futuro- bisogna partire per cercare di comprendere la storia della Polonia dal 1945 fino a oggi. Quello è stato l'inizio. Giustamente lo scrittore Andrzej Szczypiorski ha spiegato, nel suo fortunato romanzo "Poczatek" (L'inizio) -che in italiano, e in tedesco, è stato tradotto non si sa come mai: La bella signora Seidenman (Adelphi, Milano 1988)- che tutto cominciò dall'Apocalisse della seconda guerra mondiale. E il cuore nero di questa tragedia furono lo sterminio degli ebrei, con al culmine la rivolta del ghetto nel 1943, e la distruzione di Varsavia dopo la fallita insurrezione,

Studiare, capire e riflettere sull'Insurrezione. A me, voglio confessarlo, sono servite molto le paginette di un quaderno riempito dall'ordinata calligrafia di una ragazzina dalla trecce bionde. Talvolta, infatti, capita che gli eventi storici abbiano dei piccoli cronisti che, con quella acutezza che solo i bambini hanno, ci permettono di comprendere meglio l'atmosfera di ciò che è accaduto. Wanda Przybylska ci ha lasciato con il suo diario una testimonianza preziosa dell' insurrezione di Varsavia del 1944 (W. Przybylska, "Una parte del mio cuore", Sandron, Firenze 1963). Questa quattordicenne, come altre centinaia di minorenni che risiedevano nella capitale polacca, perse la vita in quelle tragiche giornate, colpita da una pallottola tedesca.

Come inizio? Illusisi che i tedeschi se ne stessero andando, incalzati dalla rapida avanzata dell' Armata Rossa (con la quale combatteva anche una divisione polacca guidata dal generale Zygmunt Berling), i partigiani dell' "Armja Krajowa" (Esercito Nazionale), legato al governo polacco in esilio a Londra guidato dal leader del partito dei contadini Stanislaw Mikolajczyk, ritennero che fosse giunto il momento più opportuno per liberare la capitale ed evitare anche il rischio che Varsavia venisse trasformata in nuova Stalingrado, con tedeschi e sovietici combattenti per mesi, casa per casa.

Alla fine di luglio, le armate sovietiche al comando di Konstantin Rokossowski (che, dopo la guerra, sarà Ministro della Difesa polacca fino al 1956), erano giunte a quindici chilometri, a sud di Varsavia. La notte, gli aerei sovietici bombardavano la capitale polacca e di giorno i cannoni sparavano sui quartieri periferici alla destra del fiume Vistola, che attraversa la città. Agli occhi dei varsaviani si presentava un insolito quanto atteso spettacolo: civili tedeschi che scappavano verso ovest, portandosi dietro tutto quel che potevano; colonne di camion pieni di soldati della Wehrmacht sporchi e laceri che si allontanavano in gran fretta verso la periferia; dalla prigione di Pawiak venivano liberati i 200 polacchi, soprattutto medici e infermieri, costretti da anni a lavorare per i tedeschi. Dalle campagne, la gente terrorizzata dalla guerra si riversava con ogni mezzo in città, rifugiandosi presso parenti o ammassandosi in luoghi di fortuna. Appariva ormai certa la fine dell'occupazione tedesca, durata cinque anni.

Il 27 luglio, però, fecero ritorno in città i reparti delle SS e della polizia che se ne erano andati pochi giorni prima. Il governatore Fischer fece richiamare, per lavori di fortificazione della sponda sinistra della Vistola, 100.000 polacchi di età tra i 17 e i 65 anni. Nessun polacco si presentò il giorno seguente al lavoro ma, cosa senza precedenti, i tedeschi non attuarono nessuna forma di repressione. Questo fatto fu interpretato dai capi della resistenza come un ulteriore segno dello sfascio ormai esistente nell'esercito tedesco. Probabilmente invece, i comandi germanici avevano deciso di fare di Varsavia una barriera contro l'avanzata sovietica e quella precettazione di uomini per lavori sulla Vistola non era che un modo per tenere occupati gli abitanti della città. Avevano l'Armata Rossa alle porte, c'erano problemi assai più grossi a cui pensare. Non si aspettavano una sollevazione dei polacchi. Assieme alle truppe sovietiche, nei sobborghi della città, c'era anche la I Armata Polacca, formatasi in URSS con ex-prigionieri e contadini mobilitati nella regione di Lublino, comandata dal generale Zygmunt Berling.

Questi soldati erano l'espressione militare del Comitato di Liberazione Nazionale Polacco (PKWN), costituitosi a Mosca il 21 luglio sotto la presidenza di Edward Osóbka-Morawski, che in quelle ultime giornate di luglio dava vita a Lublino al primo governo provvisorio, controllato dai comunisti. La radio della I Armata Polacca invitava la popolazione della capitale alla sollevazione, ricordando che a Bialystok i tedeschi, prima di andarsene, avevano distrutto ogni cosa ed ucciso migliaia di persone. Senza che i sovietici sapessero nulla, a Varsavia circolavano volantini, firmati dai Ministro della Difesa del governo provvisorio, generale Mikal Roli-Zymierski, che chiamavano i polacchi alla insurrezione. Tutti questi fatti convinsero la principale organizzazione partigiana Polacca l' "Armia Krajowa" (Esercito Nazionale, noto con la sigla "AK"), legata al Governo Polacco in esilio a Londra, -che raggruppava tutte le forze politiche non comuniste ed era guidato dal leader del Partito dei Contadini, Stanistaw Mikotajczyk- ad organizzare l'insurrezione.

Così i capi dell'insurrezione, i generali Komorowski e Chrusciel, trascinarono inconsapevolmente i propri soldati e la popolazione civile in una trappola. Alle prime avvisaglie di insurrezione, le truppe tedesche (25.000 uomini armati di tutto punto) tornarono a Varsavia, sotto la guida del generale delle SS Enrich von den Bach-Zelewski e iniziarono la controffensiva con l'ordine di Himmler di non fare prigionieri, uccidere tutti gli abitanti della capitale e radere al suolo la città per dare un esempio all'Europa. I partigiani polacci, da soli come l'anno prima Marek Edelman e gli insorti ebrei, si trovarono a fronteggiare con poche armi e senza altri mezzi un esercito forte e determinato ad annientare (si distinsero in particolare, per ferocia, gli ucraini inquadrati nelle SS della Brigata RONA). I sovietici, nonostante il grande lavoro diplomatico del governo polacco in esilio, rifiutarono persino il transito degli aerei inglesi guidati dai polacchi che dovevano paracadutare armi e viveri. Ben presto la battaglia si polverizzò in mille punti, spostandosi poi nelle fogne, e coinvolgendo anche donne e bambini. Seppure, agli inizi di settembre, fosse ormai chiaro che tutto era perduto, i polacchi rifiutarono di arrendersi.

Perché quella gente, tra le macerie fumanti, quando era ormai evidente la sconfitta, quando era ormai chiaro che erano abbandonati da tutti, continuò a farsi ammazzare? Una risposta sulla quale riflettere ce l'ha fornita il regista polacco Andrzej Wajda che dedico un film —"Kanal. I dannati di Varsavia" (1957)— all' insurrezione del 1944: "I protagonisti di "Kanal" sono gente che ha già perso e che vuole soltanto salvare la faccia. In fondo non cercano che una cosa, in questa situazione senza precedenti, senza scampo: cercare di essere coerenti. È per questo che lottano. Non hanno più nessuna speranza di vincere. In fin dei conti, si possono capire. Un tentativo di arrivare ad una sorta di vittoria morale, una cosa che, chiaramente, nella nostro letteratura, nella nostra tradizione (soprattutto romantica) ha delle radici assai profonde".

Dopo la guerra, il regime comunista, appoggiato dai sovietici, fece di tutto per screditare gli insorti di Varsavia. Molti partigiani dell' "Arma Krajowa", accusati di essere anticomunisti, furono processati, alcuni condannati a morte, e imprigionati. La storiografia ufficiale trattava i partigiani come dei pazzi ai quali andava addebitata la distruzione di Varsavia e la morte di tanti innocenti.

Ma anche tra le file degli oppositori non sono mancate voci critiche. Il poeta Czeslaw Milosz, premio Nobel per la letteratura nel 1980, ad esempio, ha sempre avuto parole molto dure: "I capi polacchi che diedero l'ordine dell'insurrezione di Varsavia nel 1944 sono colpevoli di stupidità e la loro colpa ha carattere individuale. Ben altra però è la colpa individuale che pesa sul comando dell'Armata Rossa non venuto in aiuto agli insorti, una colpa non certo dvuta stupidità bensì a perfetta intelligenza dei 'processi storici' -cioè a una esatta valutazione dei rapporti di forza" (Cz. Milosz, "La mente prigioniera", 1953).

Una vicenda simile all'insurrezione di Varsavia avvenne, in un significativo parallelo, nel maggio dello stesso anno, a Montecassino, dove le truppe polacche del generale Anders furono decimate. Lo scrittore Gustaw Herling, che vi prese parte, ha scritto: "È facile oggi sostenere che, cinque mesi dopo gli accordi di Teheran, era una cosa politicamente inutile. Così come può sembrare facile, se non ancora più categoricamente, il giudizio sull' insurrezione di Varsavia. Ci sono dei processi che una volta mesi in moto, e fomentati spesso, non si possono fermare a un passo dalla loro realizzazione senza il rischio di una capitolazione spirituale per lunghi anni. La storia dell' AK andava sin dall'inizio verso l'insurrezione, così come nella storia del Secondo corpo di Anders era iscritta sin dall'inizio la battaglia".

Francesco M. Cataluccio, giornalista e scrittore

9 febbraio 2016

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