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Sirio ed Ercole. Una voce dalla terza generazione

di Francesco Ferrari

Partigiani del Reparto celere Aldo Brosio a Torino il 6 maggio 1945.

Partigiani del Reparto celere Aldo Brosio a Torino il 6 maggio 1945. partigianiditalia.beniculturali.it

Per molti di noi, la Storia “sono gli altri”. La storia sembra lontana, se non inaccessibile. Per chi è stato scolarizzato attraverso una concezione evenemenziale della Storia, questa è fatta di grandi nomi ed eventi. Di fronte ai quali ci si sente sempre troppo piccoli. E nel sentirsi piccoli, si finisce ben presto per non sentirsi parte di quella Storia. Come se quei nomi e quegli eventi, in fondo, non ci riguardassero, se la nostra storia individuale è scritta con la esse inesorabilmente minuscola. Eppure, la Storia è un irretimento reciproco, da cui nessuno è in fondo escluso, fosse solo per il fatto di raccontare storie su quella Storia.

Per quanto mi riguarda, sono nato a metà degli anni Ottanta, e sono cresciuto in paese di tremila abitanti sull’Appenino Ligure. Sono diventato una persona che ha studiato filosofia, storia e scienze sociali, e le insegna, coordinando un centro di studi sulla riconciliazione a Jena, in Germania, a una manciata di kilometri dal campo di concentramento di Buchenwald. Ma prima di tutto questo, sono uno dei tanti ragazzi della “terza generazione”: un nipote, per così dire, dell’ombra lunga delle dittature novecentesche. I miei nonni erano tutti degli anni Dieci: ho fatto appena in tempo a conoscerli, e quando sono mancati non avevo neanche quattordici anni. I miei genitori sono nati pochi anni dopo la Seconda guerra mondiale: e della prima, tremenda, metà del Ventesimo secolo, così vicina, in fondo, alle loro date di nascita, si curano relativamente poco. Come di una immane tragedia, da cui sono stati, quasi miracolosamente, esentati.

Non ci vuole molto per capire che risalendo alla generazione dei miei nonni, ci si trova di fronte non solo a eventi epocali, come una dittatura e una guerra mondiale, ma anche a decisioni individuali, in vero sempre possibili, anche sotto un regime totalitario. Mi è sempre stato detto di essere un nipote di due partigiani, uno dal lato paterno, e uno dal lato materno della mia famiglia. Mi è stato detto questo, ma poco più. Le informazioni ricevute si sono sempre limitate a un paio di fotografie mostratemi velocemente, un giro di frasi estremamente succinte, quasi di circostanza e ridotte a mantra, comeil fratello del nonno ha fatto la Resistenza”. Frammenti, cenni, poco altro. Mai visti né incontrati, quasi irreali quindi i due zii. Solo una storia a parlare di loro, per identificarli.

Pochi giorni fa, alla vigilia del 25 aprile, mi viene suggerito da mio suocero di guardare un sito. Contiene un link a un archivio, recante tutti i nomi dei partigiani italiani, con relative schede. Mi registro, faccio login, digito il nome e il cognome dello zio di mio padre. Ed appare. Il suo nome, il suo cognome, persino il suo nome di battaglia, Campo Ligure, il paese dove sono cresciuto anch’io. E soprattutto: la scansione di una scheda del 1947, che certifica la sua identità di partigiano. Mi è stato raccontato di lui, ma è come se quella pagina verde scura retrodigitalizzata, compilata a macchina tre quarti di secolo addietro, rendesse la sua esistenza storicamente reale. Potenza della documentalità. Tanto più che né lui (Stefano Ferrari, nome di battaglia “Sirio”, nato nel 1906 a Campo Ligure, GE) né l’altro zio (Armando Daniele, nome di battaglia “Ercole”, nato nel 1920 a Bergamasco, AL) ho mai avuto la possibilità di conoscere in prima persona.

E che storia, mica una qualunque. Una storia in cui loro due, entrambi figli di un’Italia rurale e a fatica alfabetizzata, di quelle “generazioni senza nome” di cui cantava Guccini, hanno sentito che la Storia (quella con la esse maiuscola di cui sopra) dipendeva, in fondo, anche da loro. Non c’è infinitamente piccolo che non faccia la differenza, che non abbia margine di cittadinanza attiva e agency all’interno della Storia. I miei prozii hanno saputo distinguere tra un regime ingiusto e una eticità, in quel momento posta al di fuori della legge; hanno messo a rischio la propria vita, in nome di valori concreti, non di generici “ideali”; hanno scelto la responsabilità e il prendersi cura, laddove avrebbero potuto girarsi dall’altra parte, e affaccendarsi solamente con le loro vite private. E io, che cosa scelgo? Con quali responsabilità sono confrontato? Di cosa, ovvero, sono chiamato a rispondere?

Quello stesso giorno, a pensarci bene, iniziavo a lavorare a un ampio progetto di digitalizzazione e commento dell’epistolario del filosofo Martin Buber presso l’Accademia di scienze e lettere di Magonza. Mi figuravo diversi anni dinnanzi a me a lavorare su lettere digitalizzate, testimonianze vergate a mano o a macchina, di un Novecento che, come dicevo in apertura, sembrano sempre “gli altri”. Ma alla vigilia del 25 aprile, ho invece sentito, e in un certo senso, financo scoperto, che anche i miei zii “Sirio” ed “Ercole”, che anche la mia famiglia è stata (ed è) Storia. E ha preso posizione dalla parte giusta, quella più difficile, della Storia.

Francesco Ferrari,  Coordinatore del Jena Center for Reconciliation Studies (JCRS)

Analisi di Francesco Ferrari, Coordinatore del Jena Center for Reconciliation Studies (JCRS)

4 maggio 2021

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ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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