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​Trump, l’attacco in Québec e la Shoah

di Simone Zoppellaro

Un filo rosso, sottile ma preciso, lega il decreto firmato da Trump contro i cittadini di alcuni Paesi musulmani, l’attacco alla moschea avvenuto in Québec e l’evento più drammatico e ineffabile della nostra modernità: la Shoah. Ma prima di spiegare ciò che intendo, qualche precisazione. Non voglio essere frainteso: Trump non è un nuovo Hitler e chi continua a ripeterlo in queste ore, come se niente fosse – magari a suon di hashtag ed emoticon – mente sapendo di mentire. Non solo: fa il gioco di Trump e dei suoi simili, la cui politica priva di contenuti si nutre delle nostre reazioni emotive, soprattutto se negative. Semmai, grazie a quell’enorme apparato digestivo che sono i social media, stiamo finendo per normalizzare ciò che normale non è, e per prepararci ad ingoiare di peggio.

Qui non siamo di fronte a un progetto di distruzione vasto e articolato, come nel caso del Terzo Reich, ma a un fenomeno diametralmente opposto: l’abdicazione della politica, che smette di essere l’arte di comporre (in modo pacifico o violento) i contrasti fra individui e gruppi sociali, per trasformarsi in un organo virtuale di produzione e, al contempo, di gestione di un caos indotto a uso e consumo di pochi. Certo, non è neppure giusto ascrivere a Trump l’origine di un tale nichilismo, che ha radici assai più lontane ed è riscontrabile anche in figure assai più pacate e presentabili.

Un’altra cosa che va subito detta, senza esitazione: Trump non è in alcun modo responsabile della strage avvenuta nella moschea canadese. Ancora una volta, chi continua a ripeterlo affidandosi alle emozioni anziché all’analisi, sbaglia e rafforza Trump, che senza polarizzazioni e attacchi personali finirebbe per scomparire in un attimo, come una bolla di sapone. Eppure, come dicevamo, i punti di contatto fra questi tre eventi non mancano, ed evocarli e rifletterci può fungere da antidoto al declino inarrestabile che stiamo vivendo.

Libri, se ne scrivono ancora. E, nonostante la marea montante dei social che invade e sommerge le nostre coscienze, qualcuno ancora li legge. Fra i più importanti e utili usciti negli ultimi decenni è senza dubbio un saggio breve ma denso, Homo sacer di Giorgio Agamben. Lo porto spesso con me nei miei viaggi, e anche negli otto anni che ho trascorso all’estero, trasloco dopo trasloco. È uno di quei libri, rari ma tanto più preziosi, che ci permettono di vedere la realtà che abbiamo davanti con occhi doversi.

Il titolo allude a una figura del diritto romano arcaico, l’homo sacer appunto, uomo bandito dal consesso umano e che chiunque può uccidere senza subire conseguenze, ma insieme – e qui risiede il paradosso – che non è condannato a morte nelle usuali forme prescritte dal rituale. In questa figura ambigua, “sacra” e insieme sacrificabile, Agamben ravvisa un paradigma della modernità. La usa per definire un’epoca in cui la politica coincide sempre più con la biopolitica, arrivando a investire gli aspetti più elementari ed intimi della nostra vita.

Ebbene, come non pensare a queste pagine dopo la decisione di Trump, una firma che ha decretato la sospensione della normalità per migliaia di musulmani che vivevano o viaggiavano negli Stati Uniti? Pensiamo al caso della giovane Nazanin Zinouri, che ha condiviso la sua esperienza su Facebook. Dopo sette anni di residenza negli USA, al rientro da una visita alla famiglia in Iran, le è stato impedito di tornare alla sua vita, al lavoro, alla sua quotidianità. Una vita sospesa, stretta fra interrogativi che sembrano rimettere in discussione i dati minimi, ma anche i fondamenti della propria esistenza: che fare con la mia macchina parcheggiata in aeroporto? Che fare della mia casa, del mio lavoro, del cane lasciato in America?

Una vita resa sacrificabile dalla politica, all’improvviso, in nome di un’origine etnica e religiosa. Sacrificabile come lo sono, in modo ancora più diretto e drammatico, anche le vite delle vittime colpite dell’attacco contro i fedeli in preghiera a Québec City. E poco importa la matrice dell’attentato, quando il paradigma che vi è implicato è lo stesso del blocco imposto da Trump: permettere che la politica, degradata a cieca violenza, possa arrivare a mettere in discussione le nostre vite in nome di una presunta diversità che ci rende separati, e quindi attaccabili, in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione. Una biopolitica, come ci ricorda Agamben, che trova la sua espressione più drammatica e emblematica nel campo di concentramento, ad Auschwitz, luogo separato per eccellenza, dove vengono rinchiusi e privati di ogni dignità umana coloro che sono stati espulsi dalla società. Lo ripeto: oggi non siamo di fronte a qualcosa di così estremo e lo stesso Trump, ad essere onesti con noi stessi, non può essere accumunato a simili nefandezze. Eppure, il paradigma è lo stesso, nell’America di Trump, con il terrorismo, oppure in un Lager: arrivare con l’esercizio del potere politico a travolgere d’improvviso la vita di alcuni civili, sospendendo diritti che dovrebbero essere universali. E non nascondiamoci il rischio che un domani lo stesso principio sia applicato (ancora una volta) fino a privare qualcuno della cittadinanza.

Ed ecco allora che l’esercizio della memoria diventa fondamentale per decodificare le sfide che abbiamo davanti. Di fronte a una nuova generazione di politici – in Italia, in Germania, e altrove – che affermano che settant’anni sono troppi, che è ora di voltare pagina e dimenticare, dobbiamo rispondere: no, l’esatto opposto. Un mondo che non conosce la sua storia e le sue tragedie non ha un presente, né un futuro. Non avrà neppure la forza di distinguere il male dal bene, che nella nostra epoca, come in ogni altra, convivono uno accanto all’altro e a volte si compenetrano. Fermare provvedimenti come quelli di Trump è fondamentale per molte ragioni, ma per farlo non si può ricorrere a una demonizzazione senza scrupoli, o abbandonandosi al semplice delirio emozionale, liberatorio ma effimero. Non si può pretendere di affrontare Trump, il terrorismo o la xenofobia con le loro stesse armi, sarebbe una sfida persa in partenza. Il delirio del potere, la politica che invade e minaccia le nostre vite, li si affronta con due sole armi, potenti e insieme estremamente fragili: la nostra ragione e la memoria. Da qui è nostro dovere ripartire.

Simone Zoppellaro, giornalista

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

30 gennaio 2017

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Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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