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Una "Metodologia educativa dei Testimoni”

di Giovanni Cominelli

Poiché siamo Europei, tendiamo fatalmente ad essere “eurocentrici”; eppure se il mondo è lo stesso per tutti, lo sguardo che su di esso gettiamo è molto diverso da quello, per esempio, degli Africani subsahariani o dei Cinesi. A noi Europei o, anche, Occidentali oggi si presenta pericoloso, genera paure e distopie. Ma non per tutte le generazioni europee allo stesso modo. Le più spaventate sono le generazioni dei nonni – nati sul finire della Seconda guerra mondiale – e dei padri. E si capisce. Hanno vissuto il periodo migliore della storia dell’Europa: pace, sviluppo, libertà, diritti, Welfare, piena occupazione. A loro volta, i loro nonni e padri hanno attraversato, senza uscirne indenni, la Prima guerra mondiale, la febbre spagnola, il fascismo, il totalitarismo comunista a Est, la crisi del ’29, il nazismo, la Seconda guerra mondiale. Dopo il 1945, il duopolio americano-russo, poi condensatosi nella Nato e nel Patto di Varsavia, ha governato il mondo, garantendo a noi Europei la pace. Gli Americani hanno pensato alla nostra sicurezza. Al riguardo, il nostro contributo consisteva nell’acquistare armi americane. Questo mondo è finito, quasi improvvisamente, sotto le macerie del Muro di Berlino e travolto dall’onda della globalizzazione e del Web. L’ingresso nel nuovo Millennio è stato segnato dall’implosione delle Torri Gemelle, dalle guerre in Medioriente, dall’ISIS, dalla crisi finanziaria del 2007, rapidamente diventata crisi economica. E così, in pochi anni, “i settanta gloriosi” si sono dissolti. La vicenda raccontata dai politologi, che cercano di mettere razionalmente in fila cause ed effetti, pare consumarsi lontana dalle nostre vite e dai nostri individuali destini. In realtà, e proprio a causa della globalizzazione e della Rete, gli eventi – che poi gli storici allineano lungo una catena causale – toccano in profondità le nostre vite, destabilizzando la nostra vita interiore, suscitando angosce, rabbie, paure. Di qui in avanti la Storia ci entra in casa come mai prima, da ogni lato, come la radiazione fossile che arriva solo adesso dalle lontananze temporali delle origini dell’universo. Si possono erigere muri, chiudere le finestre, ma non siamo più al riparo. Siamo strattonati e chiamati in causa. In casa arrivano i conflitti, gli attentati, le migrazioni, le catastrofi ambientali, i movimenti politici, le strategie planetarie dei leader mondiali. Non possiamo scegliere di stare o non stare in questo mondo. Qui siamo stato gettati e qui stiamo.

Questo mondo non è un monolite cementato dalla necessità, è un fascio di possibilità; è un mondo storico, prodotto di mille intrecci di libertà e di necessità. Ci sono sette miliardi di individui liberi, che agiscono nel piccolo orizzonte a loro dato e che increspano con le loro scelte il profilo dell’orizzonte dell’umanità. Mai come oggi il “Butterfly Effect”, inventato dal metereologo Edward N. Lorenz, sta diventando una condizione permanente delle vicende umane. Per quanto ciascuno di noi si sforzi di creare un micro κόσμος attorno a sé, di “generare senso a casa propria”, come raccomanda di fare J. Habermas, il moto browniano delle particelle umane genera il macro χάος. Ci eravamo abituati dapprima all’idea di una Provvidenza divina che dava senso e ordine alla Storia, poi abbiamo ripiegato sulla Ragione, poi sulla Scienza, poi sulla Nazione, poi sulla Razza, ora sul Popolo, ma il κόσμος universale non compare, solo il χάος. Di qui l’angoscia individuale della libertà e delle scelte. Io so cosa scegliere qui e ora, nel mio piccolo mondo ordinato, ma sono disarmato e impotente di fronte all’entropia del mondo. Di qui la fatica della libertà e la ricerca dei ripari. Donde la reazione dei compagni di Ulisse - seconda una famosa reinterpretazione moderna dell’Odissea - alla loro restituzione alla specie umana da parte della maga Circe, che li aveva trasformati in maiali: si avventano furiosamente sul loro capo, perché li ha restituiti alle fatiche dell’esercizio delle libertà umane.

Esiste un metodo o, almeno, un eserciziario della libertà? Si può insegnare a scegliere? Non credo. Non è possibile. Per quanto appaia e sia un ossimoro, noi siamo imprigionati nella permanente attività dello scegliere, siamo prigionieri della nostra libertà. Scegliamo ogni giorno, ci piaccia o no, nei limiti della nostra costituzione neurobiologica. La forma della scelta, come tale, non è un evento etico. Lo diventano i contenuti contingenti. Si possono insegnare? Si può insegnare a scegliere il Bene? Neanche. La libertà umana è sempre un nuovo inizio, che muove dall’interiorità dell’uomo. Lo ha sottolineato Ratzinger nella Spe Salvi. E perciò non è comprimibile, non a lungo. La libertà è anelastica. Tanto che i regimi che la comprimono, prima o poi esplodono.

Ciò che si può e si deve fare è creare le condizioni, all’interno delle quali le potenzialità della libertà umana possano dispiegarsi al massimo possibile. A queste condizioni appartiene il racconto della verità sul mondo, sulla condizione umana, sulle sfide che ogni essere umano si trova davanti. Afferma il Vangelo di Giovanni “ … e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni, 8,32). A chi voglia aprire il cammino al dispiegamento delle libertà umane, all’assunzione di responsabilità verso il mondo spetta, in primo luogo, il compito di illuminare l’orizzonte, di prospettare e immaginare scenari, di creare mappe, di descrivere i sentieri. Si tratta di un lavoro intellettuale, volto a fornire alla libertà individuale il maggior numero di dilemmi, di alternative. Non perciò, seguirà automaticamente una scelta morale positiva. A differenza dell’intellettualismo etico, che Platone attribuisce a Socrate, per il quale se uno vede la verità, la segue, quasi ne fosse abbagliato, gli esseri umani sono mossi da una triplice elica: passioni, interessi, valori.  È questo composto antropologico che, infine, si trova confrontato con “il mondo là fuori”. Chiunque si proponga di svolgere un lavoro educativo – in primo luogo, verso le giovani generazioni – deve saper portare a quel confronto e là fermarsi discretamente, sulla soglia.

A questo livello, nasce la domanda fatale: che cos’è il Bene? Come si definisce una scelta buona? Non ho le competenze per inerpicarmi sui sentieri di un tale dibattito, del resto battuti da millenni dalle religioni e dalle filosofie, da giusnaturalisti e da contrattualisti. Il teologo svizzero Hans Küng ha proposto, da tempo, “l’etica di specie”, presentata anche come “Weltetik”, “etica planetaria”. Essa indica come valore fondante dei comportamenti individuali – cioè come “il Bene” – la preservazione e la continuazione della specie umana, oggi messa a rischio da nuove minacce radicali (le armi atomiche, le armi biologiche, i cambiamenti climatici indotti dall’uomo, la manipolazione biotecnologica, la creazione di esseri umani nei laboratori ecc…) e da quelle di sempre: violenza, guerra, fame, terrorismo, odio etnico fino al genocidio, inverno demografico in Europa o esplosione demografica in Africa…

Questa etica di specie ha come imperativo categorico l’invito evangelico ad “amare il prossimo come se stessi”, che é un impasto di altruismo e di egoismo, ambedue tendenze “naturali” dell’homo sapiens, per le quali l’amore verso l’altro – l’ἀγάπη – è contemporaneamente anche una forma di amore di sé. L’amore del prossimo ha alle spalle l'idea della condizione umana come quella di una specie animale fragile, esposta, finita. Non molta diversa è la proposta di Hans Jonas, quando assegna al suo “principio di responsabilità” il seguente contenuto: “Mai nelle sfide dell’agire umano, l’essenza o l’esistenza dell’uomo siano le poste in gioco”.

L’etica di specie costituisce un salto rispetto alle etiche precedenti, perché prende atto della novità storica del tempo presente: che la specie umana non è data per sempre, è a rischio di esistenza, più per distrazione o volontà propria e nella misura in cui le potenti forze dell’Universo lascino in pace questa minuscola aiuola, in questo sperduto angolo della Galassia.

Che cosa c’entra Gariwo con tutto ciò? Far crescere la “coscienza di specie”. Questo il ruolo e la missione di Gariwo nel suo ambito specifico, con le sua originale “Metodologia educativa dei Testimoni” volta a suscitare energie di responsabilità e di scelte etiche: tracciare mappe cognitive, con guide viventi, che suscitano interrogazioni etiche. Giacché sono false le conclusioni del fallimento dell’itinerario politico-filosofico di Heidegger: “Solo un Dio ci può salvare”. Ciascuno di noi, venendo al mondo, è portatore di salvezza. 

Giovanni Cominelli, giornalista

Analisi di Giovanni Cominelli, giornalista

18 novembre 2019

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Memoria

ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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