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Una partnership per la Memoria

firma della convenzione

Jacques Fredj, Roberto Jarach e Giorgio Sacerdoti firmano la convenzione

Jacques Fredj, Roberto Jarach e Giorgio Sacerdoti firmano la convenzione

Lunedì 13 gennaio si è tenuto al Memoriale della Shoah di Milano un incontro importante per la memoria internazionale della Shoah: la cerimonia ufficiale che suggella, con la firma di una convenzione, la partnership tra i Memoriali dell'Olocausto di Milano e Parigi e la Fondazione CDEC. Questo incontro d’intenti si fonderà su tre elementi principali: la condivisione di archivi e lo scambio di documenti, la formazione di insegnanti e operatori e una programmazione culturale e scientifica comune. La firma della convenzione è stata accompagnata dagli interventi del Direttore del Memorial de la Shoah di Parigi, Jacques Fredj, del Presidente del Memoriale della Shoah di Milano, Roberto Jarach, e del Presidente della Fondazione CDEC, Giorgio Sacerdoti.

Il presidente Jarach ha aperto la discussione ponendo l’accento sulla memoria formativa e non vendicativa divulgata attraverso le visite al Memoriale di Milano e sulla necessità, in un momento storico delicato, di dare dei contenuti formali utili all’insegnamento che saranno enormemente arricchiti da questa collaborazione - che di fatto già esisteva da molti anni ma che ora è resa ufficiale. Il Memoriale, aggiunge, ospiterà la grande Biblioteca del CDEC.

Jacques Fredj, dopo aver espresso l’importanza d’incontrarsi all’interno di un luogo autentico come il Binario 21, ha parlato delle due anime dell’attività nata in Francia già durante la Seconda guerra mondiale come Centre de documentation juive contemporaine a cui poi si è affiancato il Memoriale: la ricerca storica e il lavoro di memoria. L’archivio francese conta circa 40 milioni di documenti e un numero enorme di fotografie, fondamentali per un quadro storico dettagliatissimo che è alla base della costruzione dell’attività pedagogica del Memorial, che si concentra non solo sulla Shoah ma anche sugli altri genocidi riconosciuti. La formazione degli insegnanti, dichiara Fredj, è poi l’altro elemento fondamentale del lavoro del Memorial: “bisogna dare ai docenti gli strumenti per reagire all’interno della classe quando si pongono questioni intricate o distorsioni”. Significativo è stato poi il dono portato da Fredj: una raccolta di documenti storici fondamentali sulla persecuzione degli ebrei in Francia, tra cui figura il primo testo antisemita del regime di Vichy, che i grafologi hanno attribuito al generale Pétain. “Una raccolta veramente preziosa”, ha dichiarato la storica Liliana Picciotto, “che potremmo comporre anche in Italia, perché in Europa occidentale i meccanismi del genocidio sono stati simili”.

Sacerdoti ha sottolineato come anche il lavoro del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea sia iniziato subito dopo la fine della Guerra, su slancio probabilmente di quello francese. “Da sempre i due Centri collaborano, ma quello di oggi spero sarà un primo passo per essere ancora più efficaci nel nostro lavoro congiunto”.

La cerimonia è poi continuata con un altro contributo, quello della professoressa Antonella Salomoni dall’Università della Calabria, una preziosa ricostruzione - con un particolare sguardo a quanto accaduto in Ucraina - di come i segni della presenza ebraica, i cimiteri, le sinagoghe, le abitazioni, siano stati distrutti e dissacrati nel silenzio dell’Europa intera, anche dopo la Guerra. La Salomoni ha citato a questo proposito L’Ucraina senza ebrei, saggio di Vasilij Grossman, racconto del passato ebraico scomparso dal Paese.

Ha seguito la tavola rotonda moderata da Daniela Dana Tedeschi, vicepresidente dell’associazione Figli della Shoah, a cui hanno partecipato il presidente del Memorial, Milena Santerini, Ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica del S.Cuore di Milano e vicepresidente del Memoriale della Shoah, e Gadi Luzzato Voghera, direttore del CDEC.

I problemi della trasmissione della memoria della Shoah oggi sono due opposti”, ha dichiarato Santerini, “fare della Shoah solo una narrazione degli eventi slegata dall’insegnamento dei diritti umani e dalla lotta al razzismo e all’intolleranza, e, al contrario, leggerla solo con gli occhi del presente, in funzione magari di una specifica causa che oggi appare importante, perdendo la singolarità dell’Olocausto, rischiando di strumentalizzarlo o banalizzarlo”. “Non è possibile”, continua, “insegnare la storia della Shoah prescindendo dall’antisemitismo e dall’ideologia razzista che permeava il regime nazionalsocialista. La memoria della Shoah è oggi la più chiara lezione contro tutte le forme di pregiudizio e di odio”.

“Dopo la ricostruzione e la riconciliazione è venuta la necessità di educare”, è intervenuto il direttore Fredj. Al Memorial sono stati realizzati dei percorsi per gli studenti con caratteristiche diverse a seconda della loro età e il tutto è punteggiato da dati storici. È stato pensato senza la volontà di educare attraverso l’orrore delle immagini peggiori - così come è stata tendenza per molti anni tra chi voleva spiegare la Shoah -, cercando di stimolare il pensiero e non l’emozione.

“Viviamo in una società dove si compara tutto, perché interdire la comparazione della Shoah, soprattutto nel momento in cui vogliamo fare educazione?”, ha poi aggiunto parlando del diffuso rischio, molto sentito dal Memorial, di banalizzazione e deformazione della storia del genocidio ebraico. “Compararla con gli altri genocidi permette di mostrare i punti in comune e le differenze. Invece di dire che la storia della Shoah non è paragonabile, analizzandola insieme agli altri crimini le sue specificità emergeranno subito in maniera naturale e pedagogica. È anche un modo di mostrare che gli ebrei non hanno vinto il palmarès della sofferenza, e infine di costruire una vera prevenzione dei genocidi, che vanno inseriti in una prospettiva storica per comprenderne i meccanismi”. Nonostante questo però, specifica Fredj, l’insegnamento della Shoah purtroppo non è l'antidoto contro il male, perché anche gli studenti che visitano il Memorial non è detto che poi si impegnino a migliorare il proprio comportamento rispetto all’altro, nella vita di tutti i giorni.

Il direttore del CDEC Gadi Luzzato Voghera ha chiuso la serata con una riflessione che apre la strada a un nuovo e crescente impegno. Dopo 20 anni di Giorno della Memoria si registrano ancora distorsioni dei fatti e picchi di fenomeni di antisemitismo in questo periodo. “Cosa non ha funzionato?”.

La ricchezza della memoria storica e degli studi sulla Shoah rappresenta una risorsa inestimabile per individuare e indagare i meccanismi del male nel mondo, che si ripetono in teatri diversi con modalità simili, e che, se riconosciuti, possono essere prevenuti o contrastati in tempo per non incorrere in nuove tragedie. La comparazione tra i genocidi della Storia ci aiuta allora a individuare i germi della cultura del nemico, che nel caso della Shoah sono stati analizzati nel profondo da menti illustri. Non basta quindi, come detto dalla vicepresidente Santerini, “fermarsi al solo racconto”, bisogna individuare metodi e strumenti che stimolino una riflessione costruttiva e in evoluzione, così come evolvono le società. Quali possono essere?

Come Gariwo abbiamo pensato a un modo che aiuti a rendere la memoria accessibile senza banalizzarla, ovvero quello di educare attraverso il racconto delle storie dei Giusti, insieme al contesto in cui hanno agito. Sono coloro che durante i momenti più bui non si sono piegati al pensiero comune ma hanno preso una strada diversa, che esiste sempre esattamente come il male. Le persone continueranno a sbagliare e ad essere egoiste, ma chi conosce i Giusti forse avrà una consapevolezza in più: ciascuno ha uno spazio di responsabilità nel quale essere guardiano della dignità umana.

I Giusti perciò non si ergono a bontà assoluta, ma celebrano il dialogo e la capacità personale di scelta di ognuno, contro l’indifferenza. La loro umana imperfezione ci insegna che non basta condannare il pensiero pericoloso o pretestuoso di chi incorre nella colpevolizzazione dell’altro o nella fascinazione del potere forte, bisogna rispondere proponendo un’alternativa al male, che trova nei gesti di bene degli uomini Giusti la sua essenza.

15 gennaio 2020

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Memoria

ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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