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Narrazione e voce

Federico Batini

Proponiamo di seguito alcuni passaggi salienti dell'intervento tenuto da Federico Batini, Professore associato di Pedagogia Sperimentale presso l’Università degli Studi di Perugia, al Seminario insegnanti di Gariwo 2021 "Il racconto rivela gli eventi. Narrare a scuola le storie dei Giusti: come e perché".

La lettura e le storie veicolate attraverso la lettura ad alta voce, contribuiscono a generare le narrazioni e la capacità di raccontare e raccontarci.

“So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. E vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n'è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n'è una simile.) Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c'è un solo mobile. Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura? D'altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m'infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d'un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole. La verità è che sono unico. Non m'interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l'arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere.
A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi. Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s'avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all'ombra di una cisterna e all'angolo d'un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l'addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m'addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch'egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa.
Con grandi inchini, gli dico: "Adesso torniamo all'angolo di prima," o: “Adesso sbocchiamo in un altro cortile," o: "Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell'acqua," oppure: "Ora ti faccio vedere una cisterna che s'è riempita di sabbia," o anche: "Vedrai come si biforca la cantina." A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi. Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa e un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti.Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l'intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo. Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l'altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me? Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. "Lo crederesti, Arianna?" disse Teseo. "Il Minotauro non s'è quasi difeso." (La casa di Asterione - Jorge Louis Borges, da "L'Aleph", Feltrinelli, 1949).

Questo è il racconto più celebre della storia: Borges ha la capacità di dirigere il nostro pensiero, ci fa assumere e comprendere un punto di vista inattingibile, quello del Minotauro, di un mostro.
Il mito più resistente della mitologia si rovescia e ci consente di fare un esercizio cognitivo: il decentramento, che non è l’uscita da sé ma è l’assunzione di un punto di vista eterodosso. Solitamente capita di assumere il punto di vista di qualcuno che è vicino a noi, difficilmente potremmo comprendere il punto di vista di un mostro terribile che uccide.

Quando abbiamo bisogno di raccontarci o raccontare, un rischio è quello della dimensione narcisistica, “infagottata” e a spirale; la narrazione di sé e la capacità di narrare il mondo e le esperienze sono competenze fondamentali sia per i bambini che per gli adulti.
Queste competenze richiedono apprendimenti di natura cognitiva ed etica: bisogna imparare a non crogiolarsi su se stessi, a non avere un racconto di sé giustificatorio e assolutorio o, peggio ancora,esaltante di se stessi.

L’altra distonia è rimanere prigionieri di una narrazione, più o meno autonoma, come affermava qualcuno: “noi siamo la combinazione dei racconti che facciamo a noi stessi su noi stessi ma siamo anche anche il prodotto delle narrazioni che gli altri fanno su di noi”. Le persone,significative o meno, che ci circondano, ci rimandano continuamente micro narrazioni su di noi che vanno a costituire un pezzo della nostra identità.
Se sono povero di materiali, le narrazioni degli altri su di me, potrebbero schiacciarmi perché non ce ne sono altre disponibili.

La prima funzione delle storie rispetto alle narrazioni e alle auto-narrazioni è quella di fornire materiale da costruzione. Dalle storie (lettura ad alta voce a bambini o gruppo di bambini), i bambini estraggono i significati, tirano fuori anche quelli che non maneggiano bene, e lo fanno in due modi: attraverso le parole, soprattutto quelle che non conoscono (se non spiegate), fanno ipotesi mentali sulla base del contesto nel quale sono inserite. Queste ipotesi consentono di attribuire un significato complessivo alla storie.

I feedback possono essere immediati o tardivi.
Nel primo caso con le ipotesi di significato la storia prende corpo (ovvero conferma l’ipotesi); nel secondo caso quando la parola si rincontra in un altro contesto, per un bambino che ha molto “materiale da costruzione”, è più facile rimettere insieme i pezzi e, con un processo naturale per tentativi ed errori, imparare una grande quantità di parole.

I bambini fanno un’altra operazione: prendono pezzetti di significato, frame, che al di là della storia nella quale sono inseriti, vanno a far parte dell’enciclopedia personale che possiamo immaginare come fosse uno zaino. Quando leggiamo una storia,noi preleviamo materiale dal romanzo e lo mettiamo nello zaino della nostra esperienza. Con un processo circolare, l’esperienza si irrobustisce e a sua volta presta materiale al romanzo e il materiale dello zaino,di conseguenza, diventa più forte.

I romanzi in genere possono mettere in parole un pezzo della nostra esperienza (descrizione di un’ emozione o sensazione), aggiungendo significato.
I romanzi possono anche far scattare delle associazioni con la nostra esperienza ma non solo quando sono uguali: si passa allora dalla singola strategia d’azione ad altre possibilità e si incomincia a capire che le scelte possono comportare esperienze diverse. Le storie sono il regno della possibilità.

La costruzione dell’identità narrativa dipende, per prima cosa, dai materiali che io ho a disposizione: se il materiale a disposizione è fatto da tante storie, con personaggi diversi tra loro che fanno cose diverse, allora il mio materiale diventa tanto, le differenze individuali contano parecchio e da qui si capisce che tipo di identità narrativa posso tirare fuori.

Le storie agiscono attraverso tanti meccanismi cognitivi, entrano in connessione con l’esperienza possibile o già fatta (per somiglianza, per cumulo, per opposizione, per metafora ecc..), le connessioni allenano a pescare materiale dalla nostra esperienza e a renderlo disponibile per nuove storie, aumentano il materiale a disposizione e rafforzano i muscoli cognitivi che adoperiamo per gestire i frame e le narrazioni.

Il punto critico è sintetizzato molto bene dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie nel suo Il pericolo di un’unica storia, Einaudi, 2020.
La scrittrice viveva in una famiglia di ceto medio, aveva accesso all’istruzione e alla possibilità di leggere libri per bambini. Il libri che arrivavano in Nigeria 30anni fa erano libri coloniali inglesi, avevano solo protagonisti bianchi che, per esempio, parlavano del meteo …ma in Nigeria non si parla mai del meteo! Nei primi anni della scuola primaria l’autrice ha iniziato a scrivere dei racconti i cui protagonisti erano bambini bianchi che bevevano the e che parlavano del meteo.
Quello che aveva letto fino a quel momento le fece pensare che una bambina come lei non poteva essere una protagonista di un libro, aveva letto diversi libri, storie differenti ma i protagonisti erano sempre gli stessi: bambini bianchi.

Se mi identifico con tante persone e storie diverse posso scegliere, se invece il modello che mi viene presentato è sempre lo stesso, stereotipato, non ho la possibilità di scelta, conosco solo quel modello, non ho altro materiale disponibile.

Le persone hanno bisogno di immaginarsi “possibili”.

Di notevole importanza sono le storie di seconda possibilità, queste ci insegnano che la vita non è lineare ma fatta di curve e di arresti, dagli errori si può imparare. Sono storie potentissime per i ragazzi ma anche per noi adulti. Occorre quindi una biblio-varietà di storie ma anche una notevole quantità di narrazioni per allenare i muscoli cognitivi, per sviluppare le capacità che consentono di trattare tanto materiale, diversamente si potrebbe ricadere nel pericolo di una storia unica.
Le storie uniche schiacciano le persone negli stereotipi, tante e diverse storie danno dignità alle persone, se sono plurali.

9 novembre 2021

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