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Una rubrica sulla cultura black

di Anna Laura Miszerak

Apollo Theater New York City

Apollo Theater New York City

Mi chiamo Anna Laura, sono una ragazza italoamericana di 24 anni a fine mese. Sono cresciuta con il mito italiano da una parte e il mito americano dall’altra, i due Paesi a mio avviso più belli del mondo, per motivi estremamente diversi. Ho avuto come modello mio padre, che incarna perfettamente il sogno americano. Nato in una famiglia di immigrati polacchi, è riuscito a realizzarsi e conquistarsi tre lauree nelle università tra le più prestigiose al mondo potendo contare solo su duro lavoro e determinazione. Sono cresciuta con questo filtro, vedendo soprattutto il lato più splendente dell'America.

Nel 2015 sono andata a vivere da sola a New York City, ho iniziato a farmi amici nuovi e sono venuta a contatto maggiormente con la cultura Afroamericana. Ho iniziato a capire meglio cosa significhi essere un nero in America oggi. Camminando per downtown Manhattan, una sera un amico nero mi ha detto “quando arrivo nelle vicinanze del palazzo dove abito inizio sempre a far tintinnare le chiavi per far capire alle persone che abito proprio qui”. Questa frase, che mi ha turbato particolarmente, per Corey era la cosa più naturale di questo mondo, nulla in confronto a tutto ciò che un nero deve o non deve fare per vivere in “pace”. Da quel momento, ho iniziato a leggere e informarmi il più possibile sul problema del razzismo nei confronti delle persone di colore e anche, soprattutto, sulla Mass Incarceration (incarcerazione di massa), ad esso strettamente collegata.

In tutto il fermento che si è giustamente creato attorno alla morte di George Floyd, facendo una piccola analisi personale sulle persone che seguo su Instagram e Facebook, ho potuto constatare con un po’ di amarezza che molti non si rendono conto di cosa stia succedendo e perché. C'era chi parlava di un caso di atrocità isolato; chi additava le proteste solo come violente e quindi sbagliate; chi si esprimeva con la frase All Lives Matter (tutte le vite contano), sottolineando l’inutilità di dire Black Lives Matter (le vite dei neri contano), facendo indirettamente una dichiarazione di ignoranza riguardo al problema razziale. E quest'ultimo punto non è certo eccezionale, perché, purtroppo, ancora oggi in America il messaggio è: All lives matter BUT black lives (tutte le vite contano tranne quelle dei neri). Per questo motivo è fondamentale, anche se paradossale, che si dica BLACK Lives Matter

Durante questa mia riflessione, ho percepito che manca molta informazione sulla storia degli Afroamericani e sugli eventi che hanno portato all’esplosione delle attuali proteste in America e nel mondo. Mi sono così interrogata su cosa potessi fare io, nel mio piccolo, per essere d’aiuto. Volevo contribuire in modo attivo alla causa, perché mi sono accorta che essere non-razzisti in maniera passiva non era e non è più sufficiente, né per me e né per rispetto delle numerose persone nere che hanno perso la vita o un proprio caro, o sono costrette a vivere in uno stato perenne di oppressione e paura. Penso che i bianchi che vogliono essere solidali in questo momento debbano usufruire del proprio privilegio (perché sì siamo privilegiati in questa società) per creare consapevolezza e informazione, per trasmettere quella voce troppo spesso ammutolita per via del colore della pelle.

Ho deciso quindi di fare una piccola rubrica su Instagram e su Facebook dove per otto giorni ho parlato di otto temi diversi, raccontando di storie di persone, di musica, di attivisti, di arte, di Mass Incarceration e di cultura black. Il mio intento era quello di aprire una finestra sulla storia dei neri, costellata di eventi drammatici, e sulla loro meravigliosa cultura. Tra le altre cose, ho parlato di 5 ragazzini tra i 14 e 16 anni che sono stati in prigione dai 7 ai 14 anni per un reato che non hanno commesso. La loro unica colpa? Avere la pelle nera. Ho parlato del fatto che un nero in America preferisce accettare un patteggiamento di 4-5 anni di prigione, anche se innocente, perché consapevole del fatto che, se andasse in tribunale, con grande probabilità perderebbe il processo solo perché nero. E questo spiega perché oggi ci siano più neri in prigione che nelle università. Ho Parlato di James Haward Meredith, al quale hanno sparato perché aveva intrapreso una marcia solitaria per indurre i neri del Sud ad iscriversi ai seggi e a votare, ma ho anche parlato della musica, di Duke Ellington, di James Brown e Stevie Wonder, dell’Apollo Theatre, dei pittori e scrittori dell'Harlem Renaissance e della cultura, lingua universale che ha il potere di unire. Come ha detto l’attivista Angela Davis “I think the most important work is done by artists” (penso che il lavoro più importante sia fatto dagli artisti).

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Anna Laura Miszerak

22 giugno 2020

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