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Il bisogno di Giusti

commento di Nando Dalla Chiesa

Sul quotidiano La Repubblica il commento del promotore della Settimana internazionale dei diritti di Genova.

Il bisogno di Giusti

Il paradosso eccellente è questo: che da ogni luogo fisico e sociale sale la domanda di diritti e al tempo stesso si moltiplicano le invocazioni di donne e uomini che facciano il proprio dovere. La cultura reazionaria frusta il desiderio di diritti esortando (i più deboli, in genere) a rispettare prima di tutto i propri doveri. Mentre la cultura della sinistra più ideologizzata -che non vuol dire più radicale- reagisce con diffidenza ai richiami al dovere, perché la sola parola le sa di disciplina e autoritarismo.Ma il mondo va avanti e vuole una cosa e l’altra. Perché le due nozioni si tengono come gemelli siamesi. Non c’è diritto esigibile, né nuovo né vecchio, se non c’è chi fa il suo dovere in qualche ufficio, in qualche ospedale, in qualche scuola o amministrazione o redazione, o anche per strada (si pensi alla scelta di testimoniare in un processo, di assistere una persona investita). E non c’è dovere che, assolto con diligenza e starei per dire con amore, non si riverberi anche senza saperlo nella tutela di uno o più diritti altrui. Forse è per questo che la recente Settimana Internazionale dei Diritti genovese, dedicata nella sua quarta edizione alla figura dei Giusti, ha riscosso tanto interesse di critica e pubblico. Perché ha afferrato al cuore una questione che serpeggia sempre più nella nostra sensibilità. Il giusto in fondo è colui che non chiude gli occhi, che non si volta dall’altra parte davanti a soprusi o violenze. Che sente il dovere di difendere, anche pagando prezzi alti, i diritti di altre persone, come per otto giorni ci è stato suggestivamente ed efficacemente spiegato attraversando i registri del teatro, del cinema, dei dibattiti filosofici, di eccezionali testimonianze di vita. Egli, cioè, ha egualmente alti il senso del dovere (proprio) e dei diritti (altrui).Genova si è ritrovata così dentro un dibattito di frontiera che può incidere molto sul futuro della nostra cultura civile. Abbiamo imparato tanto in forme nuove. L’importanza dei testimoni anonimi e “piccoli” nella difesa dei principi più grandi , la voglia di non stare come fuscelli nella storia; e quel ruolo della memoria impossibile da recintare e che si infilava in ogni incontro, anche quando non era ospite prevista. O ancora il rapporto stretto tra i temi che lacerano il mondo (si pensi al genocidio rwandese o alla tragedia attuale dei narcos messicani) e le nostre quotidiane e invisibili rivoluzioni (la costruzione paziente e tenace del “distretto della legalità” alla Maddalena o il vino negramaro giunto dai terreni confiscati alla Sacra corona unita in Puglia). Sono grandi cammini collettivi, questi. Perciò è stato tanto più significativo che il comune di Genova si sia trovato spontaneamente accanto a movimenti come il Comitato internazionale per la foresta dei giusti, Annaviva (a cui si deve la campagna per non fare dimenticare Anna Politkovskaja), Amnesty, Libera, i Magistrats européens pour la démocratie et les libertés e molte altre associazioni locali, a partire dalla Comunità di San Benedetto al Porto (auguri, don Gallo!!). Senza averlo programmato, ci si è trovati a congiungere i nodi, a unire le forze. Per la forza immediata delle cose. Perché la traversata di questo tempo bisognoso di Giusti non sarà facile affatto.

tratto dal quotidiano "La Repubblica" del 18 luglio 2011

21 luglio 2011

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