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Armin Wegner, mio padre

intervista a Mischa Wegner

7 aprile, ore 11.00
Giardino dei Giusti di tutto il mondo - Milano
piazza Santa Maria Nascente
(MM QT8)

Armin Wegner con moltissime fotografie ha denunciato il genocidio armeno e ha avuto il coraggio di scrivere una lettera a Hitler contro le persecuzioni antiebraiche.
I suoi tentativi di fermare lo sterminio degli armeni sono stati vani. Il Comitato Foresta dei Giusti intervista suo figlio Mischa Wegner, architetto.

Perché in questi anni si è tanto impegnato in Italia e in Germania per la memoria di suo padre?

Finché è vissuta mia madre, dodici anni in più di mio padre, era stata lei a occuparsene. Io devo dire apertamente che fino al 1995, quando Pietro Kuciukian mi interpellò per sapere se avessi le foto di mio padre sull’Armenia da qualche parte, non me ne ero mai occupato e la cosa incredibile è stata che quando ho cominciato a farlo ho scoperto che dentro di me portavo una memoria direi genetica, qualche cosa che mi legava a mio padre. È stato quello che ha fatto scattare la molla per cui poi ho cominciato a occuparmene in modo molto intenso, come se nel DNA mi fosse stata trasmessa tutta una serie di dati, di sensazioni, di impegni a sostenere qualche cosa. Ora, se non avessi avuto questo forse non l’avrei mai scoperto. Questa è la cosa incredibile: quante cose portiamo in noi che, se la vita ci mette nella condizione di scoprirle, sono molto interessanti e ci permettono di vivere una vita piena. Chissà quante volte, invece, non riusciamo a saperle o a scoprirle e quindi rimangono cose sconosciute a noi stessi.

Cosa le piace ricordare di suo padre e che cosa vorrebbe che venisse trasmesso ai giovani?

La capacità di non voltarsi mai dall’altra parte e fare finta di non vedere. Siamo troppo abituati, spesso e volentieri viziati da una vita di comodità, che nel contempo è anche una vita già abbastanza dura, già abbastanza difficile per ognuno di noi, se non abbiamo questa innata necessità di capire cosa succede intorno a noi e sentire che la vita degli altri coinvolge anche noi. In fin dei conti in quanto esseri umani facciamo parte di qualche cosa di molto più grande e più vasto. Quello che è l’appartenenza a una famiglia, a una nazione, è determinante. Siamo cittadini su questa terra e siamo tutti quanti nati da una stessa origine, quindi siamo tutti fratelli e per questo dobbiamo occuparci di quello che accade intorno a noi.

Come viene ricordato oggi suo padre in Germania e perché per tanto tempo fu dimenticato?

Perché dopo la guerra la Germania doveva ricostruirsi, non aveva voglia di pensare a quello che era appena successo, e inoltre certamente tante cose sono state anche taciute. Per mio padre non è stato facile tornare dopo la guerra in Germania aspettandosi che il mondo culturale di cui lui aveva fatto parte fosse felice di rivederlo, e scoprire che lui per la Germania era non più esistente, in un senso talmente tragico che al primo PEN Club internazionale che si tenne in Germania dopo il 1945 lui era segnalato insieme a tantissimi e importanti scrittori tedeschi tra quelli non sopravvissuti al nazismo. Nessuno sapeva che cosa fosse successo a quest’uomo e in un certo senso era “morto” nel dimenticatoio, nel silenzio, nell’impossibilità di continuare a parlare.

Ma secondo lei il motivo per cui fu dimenticato era solo la ricostruzione o si deve pensare anche al fatto che quella del Giusto fosse in un certo senso una figura scomoda?

Da quanto tempo si parla di Giusti? È vero che con la creazione del Giardino dei Giusti a Yad Vashem in Israele è nato qualche cosa che poi ha trovato la forza di propagarsi anche ad altre iniziative, ma in realtà anche lì il discorso è nato tardi. Tutto questo interesse a voler capire, a voler comprendere che cosa sono i Giusti nella storia dell’umanità è qualcosa che ha avuto bisogno di tempo. Io ricordo che in realtà le prime interviste che mi sono state fatte, sono avvenute dal 1995 in poi,decenni dopo la guerra. Quindi quello di mio padre non era un caso unico. È un caso di tanti che sono riusciti di nuovo a parlare. Io non dimenticherò mai quando ho sentito per la prima volta parlare di Perlasca, sempre per iniziativa di Nissim. Poi è uscito un film, si sono sapute tante altre cose, ma era il 2000 quando si è cominciato a conoscere la storia di Perlasca! Eppure i Giusti sono persone che hanno fatto moltissimo.
Probabilmente è servita la maturazione di qualche cosa. Spesso non accade che chi ha da dire parla, ma succede che qualcuno scopre che qualcun altro ha qualcosa da dire e quindi comincia a chiedere. Se uno non interroga, l'altro non parlerà mai.

Perché suo padre dopo la fine della guerra preferì continuare a vivere in esilio in Italia? Non voleva più stringere la mano ai tedeschi?

No, questo assolutamente no. Non era un rapporto con la Germania o con la storia del nazismo. Di motivi per cui lui è andato via ce ne sono diversi. Uno è che, quando lui è tornato alcuni anni dopo la guerra, i personaggi che gli erano stati molto vicini e che sicuramente erano tutt’altro che nazisti è come se non avessero tempo per lui, come se tutta la nazione durante la ricostruzione non avesse tempo per ascoltarlo. Poi era legato a mia madre che viveva in Italia. Lei era un’affermata artista e chiudere con l’Italia per lei avrebbe significato chiudere con una vita. Questo fu uno dei motivi per cui mio padre disse di no. Un altro fatto era che c’era ormai una famiglia radicata in Italia perché io sono cresciuto come un ragazzo italiano. prima di acquisre io stesso una partecipazione alla cultura tedesca frequentando il Liceo tedesco a Roma. dove poi ho fatto la Maturità. Questo però avvenne molti anni dopo, alla fine degli anni ’50. Quindi i motivi sono stati sicuramente svariati.

Suo padre scrisse a Nasser per cercare di fermare la spirale della violenza tra arabi ed ebrei. Oggi a chi scriverebbe? A Gheddafi? Ad Ahmadinejad?

La cosa incredibile è che lui ha scritto sempre pensando che questo potesse aprire gli occhi agli altri, anche ai dittatori. Questa sua caratteristica incredibile, Gabriele Nissim la descrive molto bene ne La Bontà insensata quando parla del fatto che mio padre sentiva dentro di sé una tale energia e forza di esprimere qualcosa che possa essere di aiuto in momenti molto tragici. Questo lo portò a scrivere ai dittatori. Dire se oggi avrebbe potuto scrivere a Gheddafi o ad Ahmadinejad è difficile … forse, se fosse oggi un uomo di 30 o 40 anni sarebbe anche immaginabile. È il confine tra il giornalista, che mio padre è stato, e qualcosa di poetico, il limite tra la realtà dei fatti e qualcosa che va ben oltre, che diventa appunto l’aspetto poetico dell’esistenza stessa dell’umanità. Si tratta di un passo molto più avanti se uno lo possiede. È come un mandato a fare qualche cosa: se non hai il mandato non scriverai, se hai il mandato non puoi fare a meno di scrivere.

Qual è stato il grande rimpianto di suo padre?

Probabilmente l’incapacità di tornare a scrivere come negli anni del suo grande successo, gli anni della gioventù fino al periodo del nazismo perché possiamo dire che gli hanno tappato la bocca in un modo molto profondo e talmente distruttivo che riuscire poi a parlare è stato una cosa molto difficile. Quando anni e anni dopo, io ritengo che questo sia stato a metà degli anni ’70. ci fu un giornalista tedesco che faceva degli articoli molto intensi di più pagine ogni volta su un singolo scrittore tedesco dimenticato, mio padre disse questa tragica frase: “Perché siete venuti così tardi?” e di nuovo è la stessa cosa: chi ha da dire purtroppo non parla finché non gli viene chiesto e quando quel qualcuno arriva tardi purtroppo è tardi.

Perché si ricorda suo padre solo in modo unilaterale e non lo si vede come una figura universale contro tutti i genocidi, lo stalinismo e altri?

Perché ci vuole il tempo. La società tende a ricordare di una persona solo un determinato aspetto o caratteristica. Nel caso di mio padre è ricordato perché le sue fotogafie del genocidio armeno costituiscono una documentazione essenziale, non soltanto perché sono tra le non tante foto, ma perché sono foto scattate con un occhio poetico. Una foto può essere una documentazione, ma può essere anche qualcosa che parla, che colpisce. Queste foto hanno ricevuto una grande importanza nella storia del riconoscimento del genocidio armeno e naturalmente la nostra società è abituata, quando ha dato una caratteristica a uno, di mantenere quella. Ma in realtà a parte la lettera a Hitler, mio padre nel 1927 scrisse “Cinque dita su di te” sull’Unione Sovietica e scrisse ciò che vedeva e ciò che prevedeva di quel regime, quindi anche i gulag. Ricordare mio per questo è stato molto più difficile perché poi molti hanno cercato di racchiudere la sua figura in schemi rigidi, come se il fatto che fosse stato comunista rendesse difficile capire che aveva scritto quel libro. Chi scrive dopo degli eventi spesso usa scrivere delle figure di quell’epoca come gli fa comodo. È molto difficile essere obiettivi, ed è anche per questo che sono grato all’enorme capacità di Gabriele Nissim di scrivere nel suo modo totalmente distaccato. Non ci sono momenti per qualcosa e di distanziamento per altri aspetti, ma solo una incredibile una capacità di prendere gli aspetti umani e reali di quello che è successo senza per questo pensare di racchiuderli in qualche cosa di ben preciso che poi non lascia spazio ad altro.

C’è qualche scritto di suo padre che vorrebbe ricordare in particolare e che le piacerebbe che i giovani conoscessero?

Di mio padre c’è talmente tanto… Io vorrei che il più possibile fosse tradotto in altre lingue, prima di tutto in italiano, affinché i miei figli, i suoi nipoti potessero un giorno leggere quello che il nonno ha scritto. Questa è una cosa a cui terrei moltissimo. Credo che come tutto quello che poi diventa vera arte tra le cose più importanti di mio padre siano le poesie. Molto interessante perché sono poesie di una vita tragica. Tra l’altro lui ha scritto delle poesie dedicate a me nell’ultimo periodo della sua vita. È un fatto molto personale e anche molto commovente, ma la cosa particolare è che lui le ha scritte ma non me ne ha mai parlato. Le ho scoperte solo dopo la sua morte. Qui forse c’è qualcosa che sottolineerei.Mi è capitato di sentire altri genitori che dicevano: “Sai, io ho delle difficoltà, con i miei figli non riesco a parlare, non gli interessa di me…”. Io dico loro in quei casi: “Lei scriva, perché un giorno vorranno leggere e se non saranno i suoi figli saranno i suoi nipoti, ma questo non ha importanza finché qualcuno avrà voglia di scrivere”.

28 marzo 2011

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