Le storie di due Giuste onorate al Giardino di Neve Shalom Wahat al-Salam, raccontate da Samah Salaime, mostrano come i diritti umani possano fiorire anche nei contesti più difficili.
Quando pensiamo al termine democrazia nel contesto del Giardino dei Giusti di Neve Shalom Wahat al-Salam il concetto non entra in gioco come forma di pratica concreta, ma in riferimento a quelle persone straordinarie che si dedicano, anche a rischio della propria vita, alla lotta per l’uguaglianza all’interno di Paesi che non sono democratici.
Due delle figure onorate nel nostro Giardino sono eccezionali proprio perché agiscono mossi dalla determinazione di aiutare coloro che sono maggiormente colpiti dalla mancanza di democrazia nei loro Paesi e nel mondo.
La dottoressa Alganesh Fessaha lavora con le persone più abusate del Corno d’Africa – la sua terra natale Eritrea, ma anche Etiopia e Sudan – oltre che in Libia e nel Sinai, per assistere le vittime di tortura, violenza di genere e tratta di esseri umani. Si tratta di persone che fuggono dalle peggiori dittature e dai conflitti più devastanti. Cercano sicurezza personale e una via di fuga dall’estrema povertà e dalle violazioni dei diritti umani. La democrazia, nel contesto delle loro vite, è un lusso - che molti di noi danno per scontato, ma che loro non hanno mai conosciuto.
La dottoressa Fessaha ha dedicato la sua vita al salvataggio e alla protezione di queste persone vulnerabili, in particolare donne e bambini, che corrono un rischio elevatissimo di abusi e sfruttamento. Attraverso la sua organizzazione, la Ghandi Charity, con sede in Italia, è stata determinante nel fornire assistenza fondamentale a rifugiati rapiti, torturati o sottoposti a violenza sessuale. I suoi sforzi non solo hanno salvato vite, ma hanno anche portato all’attenzione internazionale la condizione dei rifugiati africani, molti dei quali soffrono nel silenzio e nell’oblio.
Uno dei risultati più significativi della dottoressa Fessaha è il suo lavoro nella Penisola del Sinai, una regione tristemente famosa per il trattamento brutale riservato ai rifugiati. Molti profughi provenienti da Paesi devastati dalla guerra come il Sudan, nel tentativo di raggiungere Israele passando per l’Egitto, venivano catturati dai trafficanti nel Sinai, dove erano tenuti in ostaggio in condizioni orribili per ottenere un riscatto. Le vittime subivano torture, violenze sessuali e persino lavori forzati, e talvolta venivano uccise anche quando le famiglie riuscivano a pagare il riscatto richiesto.
La Ghandi Charity e la dottoressa Fessaha hanno ricevuto riconoscimenti sia in Italia sia nel Giardino dei Giusti per il loro impegno nel salvare vite umane. Tra le altre iniziative, l’organizzazione ha portato rifugiati in Italia affinché potessero iniziare una nuova vita. Oltre agli interventi diretti, la dottoressa Fessaha è anche una convinta sostenitrice dei diritti dei rifugiati e dei migranti. Ha denunciato l’indifferenza globale verso la sofferenza dei rifugiati africani e ha chiesto una maggiore cooperazione internazionale per combattere la tratta di esseri umani. La sua attività di advocacy include la richiesta di cambiamenti politici che affrontino le cause profonde della migrazione, come la povertà, la guerra e le violazioni dei diritti umani, e la creazione di percorsi sicuri e legali per la richiesta di asilo.
Atefa Ghafoory, giovane giornalista nata in Afghanistan, opera anch’essa all’interno di un contesto dominato da un regime totalitario e teocratico, particolarmente duro nei confronti delle donne. Fin dall’inizio della sua carriera giornalistica – scelta proprio per documentare le violazioni dei diritti umani da parte dei Talebani – è diventata un’attivista, organizzando e partecipando a numerose proteste e campagne volte a contrastare le politiche oppressive dei Talebani e a promuovere una maggiore uguaglianza di genere.
Per le donne del suo Paese, la mancanza di democrazia è una questione profondamente personale, che riguarda il diritto di studiare o di sposare la persona che si ama.
Nel 2021, consapevole che la sua vita era in pericolo, Ghafoory ha preso la difficile decisione di fuggire dall’Afghanistan. Quando i Talebani entrarono in città, cercò di salvare venti donne che facevano parte della sezione femminile dell’AJSC, il Comitato Afghano per la Sicurezza dei Giornalisti, che aveva diretto dal 2019. Questa scelta, pur garantendole la sicurezza fisica, non ha fermato il suo attivismo. Dalla sua nuova base in Svezia, continua a lavorare instancabilmente per sostenere le donne afghane e per tenere informata la comunità internazionale sulle continue violazioni dei diritti umani in Afghanistan.
Usa la sua voce per mettere in luce la condizione delle donne afghane sotto il regime talebano. Il suo film, “Bell of Death and Torture in the Morn of Kabul”, vincitore del Best Activist Award al Concorso cinematografico 2024 sulla Libertà di Religione o di Credo, è una potente testimonianza del suo impegno per la giustizia. Il film documenta le esperienze strazianti di Tamana Zaryab Paryani, che, come Ghafoory, ha affrontato conseguenze gravissime per aver protestato contro i Talebani.
La dottoressa Alganesc Fessaha e Atefa Ghafoory, due donne forti, possiedono un senso di giustizia quasi innato. La loro lotta è una lotta per una democrazia globale, in cui tutti godano di diritti umani fondamentali ed eguali.
Sono storie che meritano di essere ascoltate ancora e ancora, da chiunque attribuisca valore alla vita umana.
