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Il Sentiero dei Giusti a Valdieri e la filosofia dei Giusti

il nuovo spazio inaugurato il 6 giugno 2024 nei pressi della Valle Gesso

Il 6 giugno è stato inaugurato a Valdieri (CN) il Sentiero dei Giusti. Si tratta di un percorso ripristinato con grande cura su un vecchio tracciato che parte dalla strada provinciale che porta alle Terme di Valdieri e va verso il fiume Gesso. Il lavoro è stato condiviso dal Comune, dal Parco delle Alpi Marittime e soprattutto dagli insegnanti e dagli studenti della Scuola Media di Valdieri. Lungo il sentiero una bacheca con QRcode illustra il progetto con una citazione di Etty Hillesum:

Certo che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione -, allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza, oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti. Per questo mi sembrava così pericoloso sentir ripetere: «non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, la cosa migliore è diventare insensibili a tutta questa miseria». Come se il dolore – in qualunque forma ci tocchi incontrarlo – non facesse veramente parte dell’esistenza umana.1

Il significato dell’esperienza di una giovane donna straordinaria, Etty Hillesum, è stato volgersi verso il futuro, il futuro dell’Europa, vivendo il suo tragico destino come uno spazio di attesa, di orientamento verso ciò che non è ancora. Ciò è tanto più importante se si pensa che si sta aprendo una nuova fase per quanto riguarda le iniziative legate alla memoria e il rischio delle celebrazioni è quello di isolare gli eventi dalla catena dell’accadere, di lasciare alle vittime solo le lacrime e a chi ricorda un’emozione passeggera. Chi non comprende il passato è condannato a ripeterlo.

Il Sentiero dei Giusti nasce dall’esempio dei Giardini dei Giusti ormai diffusi in tutto il mondo e con la sua inaugurazione si apre un nuovo cammino della memoria e della speranza, uno spazio di dialogo e di educazione alla responsabilità personale situato in un ambiente naturale in cui alberi, fiori, pietre e montagne partecipano alle storie umane e al loro ricordo. Non è un caso che gli studenti abbiano scelto la stella alpina come simbolo del sentiero.

La Valle Gesso ha visto gli ebrei in fuga da St. Martin de Vésubie attraverso i Colli di Finestra e di Ciriegia intorno all’8 settembre 1943. Molti di essi furono deportati e morirono a Auschwitz. Le loro storie sono state ricostruite e ricordate nel Memoriale allestito nella vicina Borgo san Dalmazzo.2 Alcuni ebrei in fuga furono ospitati, nascosti e, ove possibile, sottratti al loro tragico destino dalla popolazione di Valdieri e Entracque e delle frazioni della Valle. Le targhe con i nomi di coloro che hanno compiuto questi gesti di aiuto sono fissate sulla ringhiera di legno che delimita il sentiero.

Alberto Cavaglion ha portato l’attenzione sui paesaggi contaminati che recano il segno indelebile delle violenze e dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale. La loro topografia include i lager dell’Europa centro-orientale, teatro di eccidi di massa e molti luoghi italiani meno conosciuti, tra i quali c’è la Valle Gesso.3 Cavaglion ammonisce che quei terreni non li si può calcare come se nulla fosse perché, oltre allo sgomento, essi ricordano i mille fili che legano la Shoah e il totalitarismo al presente e alle sue malattie, le discriminazioni, le guerre, le disuguaglianze, le migrazioni. Cavaglion s’interroga sulla necessità di letture approfondite, di un’ “attesa sulla soglia” che prepari soprattutto le giovani generazioni allo choc del contatto diretto con i “luoghi insanguinati”. Questo lavoro di studio e di letture è stato compiuto dagli insegnanti Francesca Palmiero e Luca Borello insieme agli studenti, che sono diventati così protagonisti del progetto del Sentiero dei Giusti. Il messaggio inviato da Cavaglion in occasione dell’inaugurazione è stato letto da un ragazzo e una ragazza molto emozionati.

Un fardello pesa sulle giovani generazioni in un mondo in un vorticoso mutamento e per questo motivo è necessario continuare ad approfondire l’attualità dell’esperienza dei Giusti.

La figura del Giusto fa la sua comparsa nella cultura ebraica, ma se ne trovano echi in tutte le culture umane in ogni epoca e latitudine. Secondo alcune versioni della leggenda dei Giusti, questi sono degli stranieri, quindi non ebrei, che appaiono quando un pericolo incombe sulla comunità israelitica, ritornando nell’oscurità una volta che la minaccia sia respinta. Con la loro sola presenza impediscono la distruzione del mondo. 4 In molte storielle chassidiche compare la figura del giusto nascosto, che spesso conduce una vita poco raccomandabile e forse non sa nemmeno di esserlo. I giusti dunque non sono classificabili secondo lo schema buoni/cattivi, amici/nemici. Essi adempiono però a una funzione decisiva: sono protettori dell’umanità dal pericolo della distruzione. Da questa eredità ebraica prende origine, subito dopo la Seconda guerra mondiale e la Shoah l’appellativo dei “Giusti delle nazioni” la cui memoria è custodita negli archivi dello Yad Vashem di Gerusalemme. Il termine nomina tutti coloro che hanno agito a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista. Anche uno solo, non conta la quantità, ma il valore del singolo essere umano. Il concetto di Giusto è diventato universale e riguarda non solo il genocidio degli ebrei, ma molti altri crimini contro l’umanità. Oggi si parla di Giusti dell’umanità nel testo della legge della Repubblica Italiana (20 dicembre 2017) che istituisce la Giornata dei giusti dell’umanità (6 marzo).

La figura dei Giusti è in continua trasformazione e ciò rende particolarmente attuale il miracolo della loro presenza in circostanze dove niente di buono sembrava possibile. I Giusti hanno agito, hanno fatto ciò che è giusto in un determinato momento, non sono stati né santi né eroi, sono stati persone normali che hanno messo a repentaglio la loro reputazione, il lavoro, la tranquillità familiare spesso senza il ricorso a una fede, a un’ideologia, a una filosofia. Essi hanno interrotto la spirale dell’odio e della violenza con gesti di sollecitudine, di aiuto, di cura, di attenzione verso l’altro.

“L’ho fatto perché non potevo agire altrimenti”: così hanno detto con scrupolosa onestà coloro che si sono privati di un pezzo di pane, che hanno ospitato nelle loro case i perseguitati o non hanno eseguito un ordine in condizioni in cui l’istinto di sopravvivenza, il quieto vivere, gli obblighi professionali non sono riusciti a fermare un moto spontaneo di umanità. Si può pensare che essi, molto semplicemente, abbiano avuto occhi capaci di vedere l’altro, un cuore in grado di gioire e di soffrire. I loro atti furono rivolti a esseri umani concreti, al vecchio perché era vecchio, alla donna perché era una donna, a un bambino perché era un bambino, perché avevano fame, paura, freddo. Aggiungo che i loro atti furono, non importa se inconsapevolmente, atti di orgoglio, di disprezzo per l’ordine imposto.

Nel Sentiero dei Giusti di Valdieri c’è la panchina delle virtù dei Giusti: amicizia, empatia, coraggio (scritto a caratteri cubitali), cura, amore, solidarietà… Questo richiama alla mente una citazione della scrittrice e filosofa Iris Murdoch:

La virtù che eccelle gratuitamente, senza un fine preciso, slegata dalla religione e dalla società, ci sorprende nell’arte così come fa spesso nella vita reale: la gentilezza di Patroclo nel pieno di una guerra cruenta, la fedeltà di Cordelia in una corte di adulatori. L’estrema casualità della vita umana e l’evidenza della morte rendono forse sempre la virtù, nel momento in cui vengono rimossi i suoi illusori fondamenti, qualcosa di gratuito, ma anche qualcosa che è assolutamente in primo piano nella nostra esistenza, insieme a beni evidenti come mangiare e non avere paura. Ed è in questo modo, credo, che essa si manifesta nella migliore letteratura. La bontà è indispensabile, bisogna essere buoni senza secondi fini, per ragioni immediate e ovvie, perché qualcuno ha fame o qualcuno sta piangendo.5

La virtù di Iris Murdoch, radicata nel contesto reale dell’esistenza umana sullo stesso piano dei bisogni primari – mangiare, non avere paura – non ha certo nulla dell’agire virile, eroico richiamato dalla parola latina virtus (composta da vir, uomo). L’ “essere buoni”, “per ragioni immediate e ovvie, perché qualcuno ha fame o qualcuno sta piangendo”, non assomiglia nemmeno all’idea greca di aretè, l’eccellenza dell’agire (il cui modello era spesso atletico, agonistico) qualificata, non dal raggiungimento di un risultato, bensì dalla qualità del suo compiersi. Si tratta piuttosto dell’irruzione nella realtà più reale e sconsolante che ci sia – la guerra, il potere, la fragilità umana – di qualcosa che si colloca su un altro piano: il volto di una persona che ha bisogno di aiuto. Come se la realtà si animasse e improvvisamente annunciasse la possibilità che ognuno di noi scopra l’esistenza di altri, apra la propria esperienza a nuove possibilità d’essere, metta anche in comune le energie per predisporre spazi di libertà e di giustizia. Iris Murdoch, che su questi temi si ispirava a Simone Weil, chiama tutto questo il Bene. Non il Bene come entità astratta, ma il bene che viene riconosciuto nelle cose e nelle persone. Non un gesto di obbedienza alla norma, alla legge, a un codice di valori, bensì un atto di libertà, di una libertà che è capacità di giudizio, di dire sì o no, in una parola, di scoprire, a partire dalla propria sensibilità e esperienza, che in ogni cosa e persona ne va di ciò che è più importante, di ciò che amiamo e non vogliamo che venga perduto.

L’esempio dei Giusti illustra uno dei più profondi cambiamenti di prospettiva avvenuti nel panorama dell’etica contemporanea. L’idea di una bontà immediata e spontanea ha infatti una sorprendente capacità di aderire alla concretezza della vita morale e soprattutto permette di radicarla nelle relazioni, nella fragilità e dipendenza propria e altrui, nell’esigenza di soccorrersi vicendevolmente sul piano dei bisogni primari. Dobbiamo insistere su questo spostamento di prospettiva perché ciò permette di gettare un nuovo sguardo sul paesaggio inquietante dell’epoca attuale, in cui l’estremo si è stemperato in un’ordinaria routine.

L’amore, la compassione hanno un’importanza decisiva nella vita umana in quanto riportano le persone al contatto diretto con il corpo, con le emozioni, con il bisogno dell’altro, anche quando questi la pensa diversamente da noi. Proprio per questo non possiamo limitarci a considerarli l’ultima spiaggia dell’umanità, l’estrema risorsa quando tutto è perduto. I Giusti sono esistiti, ricordiamolo sempre, e hanno segnato una nuova direzione, un’interruzione della logica del male e un riorientamento verso il Bene.

Credo che uno dei bisogni più diffusi oggi sia quello di non essere solo spettatori di processi che ci passano sulla testa (la geopolitica, la finanza globale, l’emergenza climatica ecc.), ma attori, persone che pensano con la propria testa, che escono dalla fila (oggi le echo chamber dei social, lo show permanente) e hanno il coraggio di affermare la propria presenza, di dire sono qui, eccomi.

Con i Giardini dei Giusti che popolano il mondo e con il Sentiero dei Giusti tutto questo può diventare possibile.

Bibliografia


1 E. Hillesum, Lettere 1942-1943, Adelphi 1990, pp. 44- 46.

2 Vedi A. Muncinelli-E. Fallo, Oltre il nome. Storia degli ebrei stranieri deportati dal campo di borgo san Dalmazzo, Le Chateau Edizioni, Aosta 2021.

3 Vedi A Cavaglion, Decontanimare le memorie. Luoghi, libri, sogni, Add Editore, Torino 2021.

4 Vedi A. Tagliapietra, Il pudore dei Giusti, Cafoscarina, Venezia 2022.

5 I. Murdoch, “Esistenzialisti e mistici”, tr.it. in Esistenzialisti e mistici. Scritti di filosofia e letteratura, a cura di P. Conradi, Il Saggiatore, Milano 2006, p. 241.

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