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Alexander Demidenko (1962 - 2024)

il pacifista russo che ha soccorso e accolto oltre 900 ucraini

Primo marzo 2022, un uomo vaga sulla piazza Sobornaja di Belgorod, nei pressi della cattedrale. Solo, con un cartello totalmente bianco in mano, racconta ai passanti che da casa sua vede volare dei missili diretti in Ucraina, descrivendone anche i modelli. L’uomo si chiama Alexander Demidenko e si dice contrario all’"Operazione speciale".

Alexander Demidenko non è stato sempre un pacifista. C’è un momento preciso in cui lo è diventato. È successo circa quarant'anni prima, a Mosca. Studente del terzo anno all’Università tecnica statale Bauman di Mosca, Alexander si prepara per diventare progettista di razzi. Qualcosa scatta dentro di lui, decide di non voler partecipare allo sviluppo dell’industria bellica dell'Urss. “Forse era deluso dalla dottrina militare dell’Unione Sovietica, forse a causa dell’Afghanistan”, dirà molti anni dopo la moglie Natalia cercando di tracciare i motivi che lo hanno spinto a una scelta così radicale.

Dopo la laurea, Alexander lavora per tre anni in un ufficio di progettazione, poi insegna geografia, storia e informatica a scuola. Un lavoro che ama molto, anche se in Russia è mal pagato e non basta per vivere dignitosamente. Per questo i libri, oltre che a spiegarli, inizia anche a venderli. “Altrimenti non ho i soldi nemmeno per comprare la ricotta a mio figlio”, spiega agli amici. Apre una libreria e poi una piccola casa editrice che pubblica volumi legati all’insegnamento delle lingue straniere. Ed è proprio attraverso il mondo dell’editoria che nel 2014 conosce la sua futura moglie Natalia Vishnevskaya.

Natalia rimane colpita da Alexander: è un uomo colto e brillante, che sa scrivere bellissime poesie. Allo stesso tempo ama sporcarsi le mani e lavorare sodo. Ed è “estremamente testardo”, come racconta di lui il figlio Oleg. Ragionare e affinare i suoi principi e le sue convinzioni sono per lui una attività ossessiva, che gli impedisce di porre attenzione a tutti i pericoli annessi.

Come quella volta in cui il governo russo approva una legge che, con la scusa di limitare gli agenti stranieri, di fatto lede la libertà di espressione e l’attività dei media e lui attacca alla sua auto un biglietto in cui c’è scritto: “Sono un agente straniero”.

Nonostante tutto, la priorità di Alexander e Natalia è un futuro tranquillo per la propria famiglia (lui ha già due figli adulti e due nipoti). Questa tranquillità la cercano a Gremyachi, un villaggio di 41 abitanti e sette strade non lontano dal confine ucraino, dove comprano una piccola villetta. 

Con l’arrivo del Covid Alexander è costretto a chiudere la sua attività e ad accettare lavori part-time. Inizia anche a pensare, ironia del destino, che vicino alla sua casa potrebbe costruire un piccolo ostello. Questi sono i piani di un uomo che vive al confine tra Russia e Ucraina alla vigilia dell’invasione su larga scala.

Il 24 febbraio 2022 parte l’offensiva russa. Lo stesso giorno Demidenko diventa un oppositore della guerra. Scende in piazza, da solo, nel centro di Belgorod, la città più vicina alla sua residenza, per iniziare una protesta individuale contro l’invasione. Il cartello che espone è bianco. “Cosa devo scrivere?”, dice ai giornalisti. “C'è qualcosa che non è chiaro a qualcuno?”

Il picchetto dura mezz’ora. Qualche passante lo sostiene. Poi alcuni sconosciuti si avvicinano a lui e lo accerchiano: uno di loro gli strappa il foglio dalle mani. Quindi arriva la polizia, che lo invita a salire sulla propria volante perché “fuori fa freddo”. Redigono un verbale d’arresto.

Il giorno successivo, Alexander scrive una poesia:

I tuoi nipoti ti chiederanno: “Dove sei stato?
Poiché è arrivato il momento dei guai.
Quando i tuoi fratelli,
i tuoi bambini e le tue donne furono fucilati nello stesso momento”.

Come mentirai ed esiterai?
Dopotutto, sarà un peccato ammettere
di aver partecipato alle esecuzioni.
Beh, come testimone, per così dire.

Sebbene per la propaganda russa l’annessione corrisponda alla liberazione degli abitanti dell’area orientale dell'Ucraina, per chi la vive vuol dire altro. Demidenko vede che più la guerra va avanti, più la regione si riempie di rifugiati ucraini che vogliono scappare verso occidente. Decide che deve fare qualcosa. Lo comunica alla moglie, che - dirà in un’intervista postuma - non ha mai dubitato della sua decisione.

Tutto inizia nel maggio 2022, quando un amico di suo figlio chiede alla famiglia Demidenko di ospitare una ragazza di Kharkiv la cui casa è stata distrutta dalle bombe. La ragazza che bussa alla porta di Alexander in realtà non è sola. Sono tre famiglie, 13 persone. Poi è il turno di una coppia di sposi. È piena estate, lui ha problemi cardiaci e non può attraversare con il caldo i due chilometri dal confine. Alexander lo accompagna, la famiglia rimane a casa Demidenko per altre due settimane.

Ben presto Natalia e Alexander trasformano la loro casa in un alloggio per rifugiati. Centinaia di persone trovano rifugio, a breve e a medio termine, dalla coppia. Secondo i colleghi-attivisti di Alexander, in un anno dalle novecento alle mille persone beneficiano del suo sostegno. 

Una volontaria, anonima, ha raccontato al giornale 7x7 che a muovere Alexander sono due grandi sentimenti: l'empatia per chi soffre e il senso di colpa per quello che il suo governo sta facendo verso gli ucraini.

Olena Primak, una delle donne soccorse da Alexander, ha raccontato al giornalista del Guardian Pjotr Sauer l'incontro con questo buffo uomo, che ha "il più generoso dei sorrisi". La testimonianza riportata da Sauer restituisce l'immagine di una donna  terrorizzata alla stazione ferroviaria di Belgorod, stretta al braccio della sua bambina. Sta collassando per il caldo torrido e il lungo viaggio, da giorni viaggia da città in città - fingendo di essere russa - per sfuggire alla violenza che vissuto a Novaja Kakhova, la sua città in Ucraina. Ad un certo punto appare un uomo con uno sguardo caldo e i capelli brizzolati che si offre di prendere le sue borse. Salgono in macchina, lei è molto tesa. Durante il viaggio verso il confine Alexander la distrae con buffi aneddoti e raccontando la storia di ogni singola città attraversata. “È stato qualcosa di straordinario. Quest'uomo che non avevo mai incontrato prima mi ha fatto sentire a mio agio. Il suo amore per la vita era contagioso”.

Quando nell’estate del 2023 viene fatta saltare la diga di Kakhova, sul Dnepr, la situazione precipita e il flusso di rifugiati aumenta incredibilmente. Nella piccola casa a due piani di Alexander e Natalia vivono insieme fino a 27 persone contemporaneamente. Lo stesso Alexander è costretto a cedere il suo letto e a dormire nella capanna di legno che ospita la banja, un bagno a vapore simile alla sauna che generalmente i russi costruiscono nei pressi della propria casa.

Organizzare il passaggio dei rifugiati verso i territori ancora controllati da Kyiv è una attività estremamente impegnativa. Tutta la vita di Alexander è ormai dedicata a trovare soluzioni per condurre gli ucraini oltre confine. Per farlo organizza la logistica dei soccorsi tramite Telegram, insieme a un gruppo di volontari. Ma non si accontenta di accompagnare e ospitare gratuitamente gli ucraini: inizia anche una sua personale battaglia contro i tassisti, che secondo lui fanno pagare prezzi assolutamente inaccettabili ai disperati che devono raggiungere il confine.

Dal 30 ottobre 2023 il checkpoint Kolotilovka-Pokrovka diventa l’unico valico di frontiera operativo tra Russia e Ucraina. Da lì gli ucraini di Luhansk, Donetsk, Kherson e Zaporozhye possono raggiungere la regione di Sumy tagliando dalla Russia. Alexander, insieme ad altri volontari, intercede affinché i rifugiati fermi al posto di blocco, per la maggior parte donne, anziani e bambini, possano avere panchine e tende per proteggersi dal sole. Le guardie di frontiera cedono alle sue insistenze ed effettivamente montano un punto di ristoro. Ma ad Alexander non basta. Si lamenta con il governatore di Belgorod perché le code sono troppo lente, insinuando che la causa sia la corruzione.

Tutto questo Alexander lo fa alla luce del sole. Un volontario che ha collaborato con lui dirà al Guardian: “Non solo non ha nascosto il suo lavoro, ne è stato molto fiero”.

Tecnicamente accogliere e accompagnare i rifugiati non è contro la legge russa, nemmeno in questi terribili tempi di repressione. Eppure ben presto questo tipo di attivismo diventa insopportabile per le autorità, perché contraddice la narrativa ufficiale per la quale la popolazione ucraina è finalmente liberata.

Il 17 ottobre 2023 è l’ultimo giorno in cui Demidenko riesce a portare qualcuno al confine. Quando viene arrestato da uomini del battaglione ceceno di Akhmat, Alexander sta accompagnando una donna ucraina malata di cancro.

A prelevarlo sono i famigerati uomini di Kadyrov che, dopo aver messo a ferro e fuoco la Siria e aver affiancato il Gruppo Wagner, in questo momento sono di stanza a Belgorod.

Alexander scompare nel nulla. La moglie lo rivede nel pomeriggio del 20 ottobre, quando le forze di sicurezza lo accompagnano a casa per “permettergli di farsi una doccia”. Davanti a sé Natalia ha un uomo deperito e pieno di lividi.

Mentre Demidenko va in bagno per lavarsi, la casa viene perquisita. Gli sequestrano il computer e trovano in casa “una specie di lanciarazzi o pistola per autodifesa”. In realtà Natalia non vede nulla, deve fidarsi del racconto degli agenti. Quindi arriva una comunicazione ufficiale: Alexander Demidenko è recluso a Belgorod per possesso illegale di armi.

Il figlio Oleg, che vive in Repubblica Ceca, riesce a parlare con il padre, che gli dice che le forze cecene lo hanno torturato. Oleg pubblica sui social delle fotografie che impediscono di arrivare ad altre conclusioni. Sottoposto a violenti interrogatori, Alexander è costretto a confessare. 

Intanto, il 24 ottobre, Alexander compie 61 anni. Festeggia nel centro detentivo temporaneo di Bolgorod.

La famiglia è preoccupata, ma non particolarmente. Pensano che a breve verrà rilasciato. A Natalia ha preoccupato molto di più sapere che per accompagnare i rifugiati fino al confine il marito è stato costretto ogni giorno a viaggiare da solo di notte, con il rischio di un colpo di sonno. “Conoscendo il suo carattere, penso che non smetterà di fare volontariato. Ci vorrà solo un po’ di tempo per il recupero mentale e fisico”.

Da qui in poi, niente è chiaro. L'8 aprile 2024 la direzione della prigione di Belgorod informa l’avvocato di Demidenko che Alexander si è suicidato tre giorni prima.

La famiglia non crede a questa versione. “Papà sarebbe ancora vivo se non fosse stato arrestato”, dice Oleg. “Semplicemente oggi, in Russia, non puoi permetterti di essere così libero”.

Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio della guerra oltre un milione e duecentomila ucraini sono entrati in Russia. Il caso di Demidenko fa emergere il lavoro sommerso di decine di volontari russi che hanno aiutato i civili ucraini a trovare una casa, un rifugio temporaneo o ad abbandonare i territori russi per raggiungere l’Europa.

L’azione sfacciata di Demidenko, e degli altri attivisti di confine, può essere rappresentata da questi versi, dedicati da Alexander al governatore di Belgorod:

Dopotutto, anche il presidente dice

che gli ucraini non sono nemici.

Montare le tende per i rifugiati.

Gladkov, come governatore, aiuto!

Joshua Evangelista, Responsabile comunicazione Gariwo

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