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Amazzonia, viaggio nelle ferite di una terra depredata

Volti, ricchezze e storie lungo il Rio delle Amazzoni

Nel 2019 il numero di incendi boschivi nell'Amazzonia brasiliana è aumentato del 30% rispetto all'anno precedente. Lo ha reso noto nello scorso mese di gennaio l'Inpe - Istituto Nazionale per le Ricerche Spaziali (www.inpe.br) del Brasile. L'aumento maggiore si è avuto nel Pantanal, la più grande zona umida del pianeta e il santuario della biodiversità, con sei volte più incendi in un anno. Nell’Amazzonia brasiliana nel 2019 sono stati registrati 89.178 roghi, rispetto ai 68.345 dell’anno precedente; solo nel mese di agosto gli incendi sono stati 30.900. La deforestazione nell'Amazzonia brasiliana ha raggiunto livelli record l'anno scorso, superando i 10.000 km quadrati tra agosto 2018 e luglio 2019 (più o meno come l’intera regione Marche), per la prima volta dal 2008.

L’Amazzonia si estende per 7,8 milioni di km quadrati (poco meno dell’intero continente europeo), abbracciando, oltre al Brasile, altri otto Paesi dell’America Latina: Perù, Bolivia, Colombia, Ecuador, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana Francese. Il “Grande fiume”, il Rio delle Amazzoni, attraversa l’Amazzonia per 7.000 chilometri, con 1.100 affluenti principali e un’infinità di canali; qui si concentra il 15% di acqua dolce non congelata, il 34% dei boschi primari e il 50% delle piante e degli animali del pianeta.

Un urlo di silenzio

Ed è proprio l’Amazzonia il grande scenario nel quale si sono mosse le giornaliste di Avvenire Lucia Capuzzi e Stefania Falasca. Hanno seguito la rotta del Rio delle Amazzoni, raccolto storie di luoghi e persone, e osservato a fondo l’intreccio di interessi, umanità, sudore, avidità e passioni in queste terre, mentre avanza la deforestazione. Storie da conoscere. Pubblicate nel volume, “Frontiera Amazzonia. Viaggio nel cuore della terra ferita” (Emi editore, 2019).

“L’Amazzonia è una donna, una donna stuprata”, scrivono le due giornaliste nelle prime pagine del libro. “Ha negli occhi il colore della notte e i capelli lisci come gli strapiombi delle Ande. Volevamo incontrarla, poterla guardare negli occhi. E siamo andate. E siamo entrate in quegli occhi”. Aggiungono le autrici: “C’è un urlo di silenzio che scuote le coscienze di tutti noi, a contatto con le ferite di una terra ricca e violata, piena di risorse naturali, ma espropriata da una parola: depredazione”.

Le tappe del viaggio, dal giallo-oro del Perù

Oro, rame, petrolio, legname, coltivazioni intensive. Ognuna di queste ricchezze amazzoniche ha un colore, da cui prendono il nome i diversi capitoli del volume. Il reportage comincia a Puerto Maldonado, in Perù, nel gennaio 2018. “La piccola cittadina ha una concentrazione di “compro oro” da far impallidire Milano o New York”, scrivono Capuzzi e Falasca. Il Perù è il sesto esportatore mondiale di oro, con circa 160 tonnellate annue. Buona parte del metallo giallo viene estratto a Madre de Dios, senza

che una sola miniera sia legalmente riconosciuta; i 44,5% del Pil regionale dipende dal business dell’oro, il quale al 95% è di origine sconosciuta.”Il libro non tratta solo di rapine del sottosuolo, ma anche di vite e di anime. Per esempio, sempre in Perù, la piazza principale della cittadina di Pampas (5.000 abitanti) ospitava 32 locali a luci rosse. Difficile dire quante ragazze minorenni e quante maggiorenni vi erano costrette a prostituirsi. Le autrici raccontano che le nuove arrivate si distinguevano dai capelli, ancora neri, mentre quelle giunte da tempo erano ormai bionde platino.

Ecuador: Nemo, donna guerriera (con le armi della pace)

Dal giallo-oro al rosso del rame, che è il simbolo delle promesse tradite nella Cordigliera del Condor, in Ecuador, dove a vent’anni dalle prime estrazioni minerarie le baracche dei minatori sono aumentate, invece di scomparire, e il villaggio di Tundayme-El Carmelo ospita cartelli e locali con ideogrammi cinesi. Il percorso in Ecuador prosegue nelle aree dello sfruttamento selvaggio delle risorse petrolifere, nella provincia di Sucumbios, a Nord – Est, quasi al confine con la Colombia, là dove il Lago Agrio ha preso il colore dei pozzi neri di petrolio. Per fortuna in questa area ad opporsi c’è Nemo, donna guerriera che, con le armi della pace, è riuscita a bloccare in parte l’avanzata della frontiera petrolifera nel territorio del suo popolo, gli Waorani. Nel 2008 in Ecuador viene varata una nuova Costituzione che avrebbe dovuto rinnovare radicalmente la politica, l’economia e la società, con l’obiettivo di ampliare la sfera dei diritti dei cittadini. E, tra le altre cose, coinvolgere le comunità per gli investimenti ad alto impatto. Ben presto, però, il coinvolgimento si è trasformato in generico diritto di informativa: spuntano così dal nulla 26 permessi di megaimpianti di estrazioni di petrolio in mano a cinesi, canadesi e australiani. Con gli operai che lavorano a ciclo continuo 24 ore su 24.

Canali della coca in Colombia

L’inchiesta di Capuzzi e Falasca continua in Colombia, nel dipartimento di Putumayo, dove le vene del fiume sono canali del commercio di droga. Il verde-coca è solo uno dei tanti verdi dell’Amazzonia, ma la sua fisionomia è inconfondibile. “La coca ha letteralmente narcotizzato il tessuto sociale e produttivo”, si legge nel volume a proposito dello strapotere dei “cartelli della morte”, a cui i coltivatori sono costretti a vendersi perché non hanno alternative. Quindi a Sud – Est, verso la “Triplice frontiera” tra Colombia, Brasile e Perù, dove il reportage prende i colori della frode del legname.

Il “paradigma tecnocratico”

“Oggi è evidente che la crisi socio-ambientale dell’Amazzonia riveste un’importanza planetaria. Qui è in gioco il futuro del pianeta e dell’umanità. Senza l’Amazzonia resterà poca o nessuna speranza di vita al mondo”, scrive nella prefazione del libro il cardinale Claudio Hummes, presidente della Rete Ecclesiale Panamazzonica e relatore generale al Sinodo sull’Amazzonia (svoltosi nell’ottobre 2019). Secondo il porporato “La causa profonda della crisi è strettamente collegata con il modello dominante di sviluppo adottato che la Laudato si’ (l’enciclica di Papa Francesco scritta nel 2015, che si occupa in particolare del rispetto per l’ambiente) indica con l’espressione di “globalizzazione del paradigma tecnocratico”. Un modello che induce a considerare il pianeta alla stregua di una merce”.

Gli indigeni nelle baraccopoli di Manaus

Le autrici ne offrono un ulteriore eloquente esempio descrivendo lo scenario dell’affascinante e triste metropoli di Manaus (1,8 milioni di abitanti), all’incontro delle acque del Rio Negro e del Rio Solimões, dove i popoli indigeni sono separati ed espulsi dalle loro terre per scomparire nelle immense baraccopoli che fanno da corona all’altare dello “sviluppo”. Così come – lontano da Manaus - accade nella valle del Javarí.
Un altro faro di Capuzzi e Fallasca fa luce sulla situazione dello stato di Roraima (nella parte settentrionale del Brasile); qui trovano le piantagioni di soia che divorano senza sosta la foresta. E infine nei villaggi degli indios a sud di Parintins (stato dell’Amazonas) nell’isola del “Grande fiume”, per entrare nella ricchezza delle loro culture minacciate dall’omologazione. “Il Rio delle Amazzoni è come un’arteria del continente e del mondo”, scrivono le autrici. “Il ‘Grande fiume’ senza i suoi popoli non ha più nessuno in grado di dargli voce e di restituirgli i contorni”.

Il tripping point, il punto di non ritorno

La comunità scientifica internazionale si è pronunciata più volte sul tripping point dell’Amazzonia, il punto di non ritorno, superato il quale la sua distruzione sarà irreversibile. Secondo alcuni ricercatori il tripping point avverrà al 40% della deforestazione: oggi dovremmo essere circa al 18-20%.
L’ultimo allarme è stato lanciato in gennaio con un approfondito editoriale su Science Advances (pubblicazione scientifica online della American Association for the Advancement of Science) da due scienziati, Thomas E. Lovejoy e Carlos Nobre, che per decenni hanno studiato a fondo l'Amazzonia; il primo è docente presso il Dipartimento di Scienze e politiche ambientali della George Mason University (Virginia, Usa), mentre Nobre è un climatologo, vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2007 assieme ad Al Gore e ad altri colleghi del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici dell'Onu. I due ricercatori affermano che abbiamo già distrutto circa il 17% degli alberi della foresta amazzonica. E che siamo molto vicini a un punto di non ritorno, un processo che potrebbe renderla molto simile all'arida savana africana. Intanto il prossimo 14 marzo saranno due anni dall’assassinio a Rio de Janeiro di Marielle Franco, politica, sociologa, attivista brasiliana. Marielle aveva 38 anni, si batteva per i diritti umani nelle favelas, contro gli abusi della polizia, per i diritti delle donne e delle minoranze etniche in Brasile. 

Antonio Barbangelo, giornalista

20 febbraio 2020

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Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.
Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.

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