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Cambio climatico e terrorismo

due nemici da battere insieme

Harriet Lamb è Amministratore Delegato di International Alert, un'organizzazione non governativa europea che si occupa di peace-building nei Paesi devastati da catastrofi ambientali e guerre. Insieme al suo Responsabile Ambiente Janani Vivekananda ha scritto per il Guardian un articolo, intitolato Il cambiamento climatico accende gli animi sul terrore: bisogna combatterli insieme, che illumina il tema complesso del rapporto tra riscaldamento globale, conflitti ed estremismi. Ne presentiamo di seguito i passaggi salienti, che richiamano alla necessità di sviluppare quella che nel mondo anglosassone si chiama resilience, ovvero una speciale forza di resistere alle avversità, assieme a un clima di pace. 

Lamb e Vivekananda scrivono in particolare che a Parigi i leader mondiali sono chiamati a trovare strategie per lottare sia contro i gas serra responsabili dell'innalzamento della temperatura del globo, sia contro il terrorismo che proprio nella capitale francese ha mietuto recentemente oltre 140 vittime. Non si tratta solo di rispondere all'attacco dello scorso 13 novembre, ma anche di delineare strategie per il futuro, perché l'analisi dei dati rivela una forte correlazione tra i due elementi. 

Osservano che il riscaldamento già presente nel mondo adesso avrà effetti per i prossimi vent'anni anche se la Conferenza - detta Cop21 - sarà coronata da successo. Il clima, proseguono, ha influenze sui conflitti del Mali e del Darfur, e sulle carestie che colpiscono il Sahel. Inoltre, per via della siccità, è una concausa importante (benché certo non unica) della guerra in Siria.  Questo perché le condizioni ambientali esacerbano fattori come la disoccupazione, i prezzi del cibo e lo scontento politico, rendendoli più difficili da gestire. 

Questo è quanto contenuto nel rapporto 2014 del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), ricordato anche di recente da Michael Klare in un articolo per The Nation, riportato dalla rivista cartacea Internazionale. Anche l'enciclica di Papa Francesco Laudato si ha contribuito a ridestare l'attenzione sull'ecologia, dopo anni di malintesi che perduravano anche a causa delle storiche fratture ideologiche nate tra Ottocento e Novecento. 

Quanto all'ONU, il suo Relatore speciale per Diritti Umani e Ambiente John Knox ha ricordato che "tra gli obblighi degli Stati alla tutela dei diritti rientra anche quello a difendere l'ambiente".  

Per fare un esempio concreto di come esso influisce nei processi politici, la Siria nel 2006-2011 è stata colpita da una siccità che ha reso impossibile la vita ai contadini, molti dei quali si sono ammassati nelle periferie di città come Daraa, premendo su infrastrutture deboli e servizi di base carenti. La guerra non è nata per la siccità, ma essa ha sicuramente inasprito le tensioni esistenti a livello sociale, economico e politico. 

La maggiore frequenza di uragani, i cambiamenti di lungo periodo della caduta delle piogge e delle temperature e l'innalzamento del livello del mare si vanno a combinare con fattori umani già in gioco come la povertà, lo scarso governo dei fenomeni ambientali e sociali e conflitti latenti, e comportano una moltiplicazione delle minacce. 

Di solito le persone che vivono in presenza di questi grandi cambiamenti climatici sono residenti in Stati deboli, che faticano a uscire dal sottosviluppo. In Inghilterra per esempio è difficile che le inondazioni causino scoppi di violenza, ma nello Stato indiano del Tamil Nadu invece è possibile che si abbiano conflitti e instabilità politica, perché gli effetti del riscaldamento globale, uniti alla povertà e alla corruzione di molti dirigenti, contribuiscono al sentimento di emarginazione di molte persone. 

A Parigi emerge, oltre all'auspicio che sia raggiunto il miglior accordo possibile, la necessità di agire contro le cause della vulnerabilità ambientale e sociale dei gruppi umani, e di aiutare la resilienza e l'adattamento delle popolazioni.  Bisogna assicurarsi che politiche come quelle educative, occupazionali e formative, siano "a prova di ecologia". Purtroppo, anche provvedimenti di un certo appeal come l'investimento nella diffusione delle energie rinnovabili, secondo Lamb e Vivekananda, non rappresentano politiche sempre percorribili perché, ad esempio, dal 2007 a oggi avrebbero fatto aumentare i prezzi del cibo - e dunque anche le rivolte per esso - in più di 40 Paesi del mondo. 

A Parigi, concludono i due esperti, saranno sicuramente stanziati più soldi per l'ambiente, e se questo denaro andasse a garantire lo sviluppo sostenibile di Paesi come il Mali o a contrastare la volatilità dei prezzi del cibo come in Yemen - assicurando anche che rimangano in piedi reti di previdenza sociale, ad esempio nelle aree più isolate dell'Egitto dove si stanno rimuovendo i sussidi -, si agirebbe in modo efficace contro la vulnerabilità e insieme contro l'estremismo.  

Bisogna che i leader mondiali concordino una riduzione globale delle emissioni. Occorre finanziare la resilienza e l'adattamento dei più poveri. Bisogna fare in modo che i Paesi in via di sviluppo usino poco carbone per crescere. Infine, bisogna investire sullo sviluppo, sull'aiuto umanitario e sul peace-building, ovvero le opere di ricostruzione post-conflitto e formazione di sistemi democratici, per creare un clima di pace duratura, che nel messaggio umanistico di molte culture (simboleggiato per esempio dal pensiero di Immanuel Kant) si è a volte voluto immaginare come una pace perpetua

Carolina Figini, Redazione Gariwo

9 dicembre 2015

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Ambiente e cambiamenti climatici

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Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.
Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.

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