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Come fermare la crisi climatica

sei lezioni prese dalla campagna che salvò l’ozono

Alamy/Guardian Design

Di seguito proponiamo la traduzione dell'articolo di Jonathan Watts sul Guardian sull'atteggiamento che gli Stati potrebbero adottare per affrontare a livello globale la crisi climatica. 

Trent'anni fa tutti i 197 Stati membri delle Nazioni Unite si unirono allo scopo di bandire i gas che danneggiavano lo strato di ozono. Oggi ci dobbiamo unire per combattere una minaccia ancora maggiore. Cosa possiamo imparare dal 1989? Il divieto sui gas clorofluorocarburi (CFC) è la storia di un successo.

Se pensiamo ai prepotenti e anti-globalisti odierni - Brexiters, Donald Trump e Bolsonaro - potrebbe sembrarci impossibile ma c’è stato un tempo, trent’anni or sono, in cui tutti i Paesi del mondo si mobilitarono per affrontare un pericolo comune, fecero un piano d’azione, e l’attuarono.

Il protocollo di Montreal, che divenne effettivo 30 anni fa, venne sottoscritto per affrontare l’allarmante assottigliamento dello strato di ozono presente nella stratosfera terrestre. Fu il primo accordo nella storia delle Nazioni Unite ad essere firmato da tutte le 197 nazioni. Da quando divenne effettivo, il 1 gennaio 1989, più del 99% dei gas responsabili del problema sono stati eliminati e il “buco nell’ozono” - che verso la fine degli anni 80 gareggiava con la Guerra fredda, la principessa Diana e Madonna per i titoloni dei giornali - sta recedendo sia nel cielo che nella memoria. Secondo il più recente studio delle Nazioni Unite i “buchi nell’ozono” (in realtà infatti i buchi sono due: uno sopra ogni polo) si stanno rimarginando ad una velocità tra l'1% e il 3% a decennio e si prevede che quello nell’emisfero nord sarà scomparso entro il decennio 2030, mentre quello nell’emisfero sud entro il decennio 2060. Questo, se da un lato è motivo di orgoglio, dall’altro lo è di frustrazione nel constatare che il mondo non è invece stato in grado di coordinarsi in maniera efficace sulla crisi del clima e della biodiversità.

Di seguito sono elencate alcune lezioni che potremmo trarre dall'intervento attuato nel 1989 e che ci potrebbero aiutare nel presente.

Immagini e linguaggio

Nel 1985, venne mostrata la prima immagine animata satellitare del cambiamento nell’atmosfera sopra l’Antartico ed evidenziava un “buco nell’ozono” in crescita. In realtà, questa immagine non era una descrizione scientificamente esatta dell’assottigliamento che si stava concentrando sopra i poli, ma la metafora del buco nel tetto del nostro pianeta casa catturò l’immaginario del pubblico, e, più importante, veicolò un senso di urgenza. Diversamente, molte persone oggi si sentono lontane dai problemi climatici, che ci vengono normalmente veicolati attraverso immagini di orsi polari e titoloni con etichette vaghe come “riscaldamento globale” - che tutto sommato ha anche un suono benigno (e attraente se si vive in Paesi freddi) - o “cambiamento climatico”, che ci sembra un affermazione scontata.

Prima la sicurezza

Quando i primi scienziati lanciarono l’allarme sui gas clorofluorocarburi (CFC), c’era un’incertezza iniziale sul loro impatto sull’atmosfera, ma i rischi provocati dai raggi solari meno filtrati da uno strato di ozono più fine (cancro, carestie, collasso dell’ecosistema oceanico) erano così grandi che i leader mondiali decisero di non attendere. Invece applicarono il “principio precauzionale”: “nel dubbio, smettere”. Non attesero le conferme scientifiche ma agirono. Così sarebbe dovuto succedere anche per il clima, ma i lobbismi per negare la validità della scienza, particolarmente negli Stati Uniti, hanno ostacolato l’azione.

La velocità conta

I governi accantonarono momentaneamente le ostilità da Guerra fredda e si unirono rapidamente attorno ad una soluzione al problema ozono. Dai dati della prima ricerca del 1973, ci vollero solo 16 anni perché il mondo discutesse, si accordasse e mettesse a punto una soluzione che avrebbe invertito la tendenza. Contrariamente, nonostante il primo avvertimento scientifico sul danno provocato dalle emissioni di anidride carbonica sul clima risalga al 1962 (sui rischi si era speculato molto tempo prima) e nonostante i numerosi accordi internazionali stipulati da allora sull’argomento (Rio 1992, Kyoto 1998, Copenhagen 2009, Parigi 2015), le emissioni continuano a salire.

I conduttori dovrebbero condurre

Negli anni ’80 l’ambiente non era ancora un problema così polarizzante come ora, ma le figure politiche predominanti - tra cui il presidente degli Stati Uniti George HW Bush, il leader sovietico, Mikhail Gorbachev, e il primo ministro britannico, Margaret Thatcher – nonostante dovessero ancora superare interessi finanziari, dubbi di tesoriera e questioni politiche a breve termine, agirono per proteggere la futura salute del pianeta. Si rifiutarono di accettare le tattiche di rallentamento delle compagnie chimiche, alcune delle quali argomentavano sulla necessità di attendere che le informazioni scientifiche venissero confermate. Oggi Trump, Bolsonaro e il presidente russo Vladimir Putin rappresentano gli interessi dei combustibili fossili, negano la scienza e minano la cooperazione internazionale.

Bisogna condividere il fardello

La progressiva messa a bando dei CFC e di dozzine di altri gas dannosi per lo strato di ozono fu un grosso colpo economico per le aziende chimiche, i produttori di frigoriferi, e di spray ad aerosol. I Paesi più ricchi si occuparono internamente dei posti di lavoro persi, dell’upgrade tecnologico necessario ed delle altre conseguenze economiche e fornirono anche un supporto alle nazioni più povere per gestire la transizione. Dal 1991 al 2005, questo impegno costò 3.1 miliardi di dollari. Accordi simili esistono anche per il clima, ma le somme devono essere molto più alte perché le azioni sono molto più costose, le responsabilità delle nazioni industrializzate maggiori, e l’impatto sulle nazioni più povere incalcolabilmente peggiore.

Se vale la pena farlo, vale la pena migliorarlo

Il protocollo di Montreal è stato aggiornato numerose volte in seguito a nuove conferme scientifiche e i nuovi obbiettivi climatici sono stati incorporati. Questo mese, l’ammendamento di Kigali ha aggiunto un piano per tagliare gli idrofluorocarburi di più del 80% nei prossimi 30 anni, riducendo così il riscaldamento globale di 0.4°C per la fine del secolo. In base all’accordo climatico di Parigi, i governi dovrebbero rivedere in aumento le loro promesse per ridurre le emissioni, ma attualmente già faticano anche a raggiungere gli obbiettivi presenti ormai insufficenti.

Vedendo questa lista un millenial potrebbe essere tentato di concludere che il protocollo di Montreal fu possibile perché avvenne durante un periodo d’oro in cui i capi di Stato erano più svegli, i politici più rappresentativi e le popolazioni più suscettibili alle persuasioni scientifiche. Ma chiunque fosse vivo nel 1989 sa che questa è una spiegazione fin troppo semplice. La verità è che l’azione sull’ambiente era più facile perché il mondo aveva più margine ecologico, il capitalismo era meno predominante e il suo controllo sulla politica più debole. Lo strato di ozono era una cosa relativamente semplice da sistemare paragonato al clima, che è la sfida più grande e multidimensionale che l’umanità abbia mai dovuto affrontare. Una cosa è confrontarsi con una manciata di aziende chimiche, ben altra cosa é affrontare le compagnie petrolifere mondiali, i produttori di automobili, i gruppi di produttori di cemento e quelli del settore agroalimentare, che rappresentano centinaia di milioni di posti di lavoro, milioni di miliardi di dollari e circa 200 anni di sviluppo industriale. Bush, Thatcher, Gorbachev e l’allora leader Chinese, Deng Xiaoping, lo sapevano già nel 1989, quando le temperature globali si stavano già innalzando ad un ritmo anomalmente rapido. Un anno prima, in una testimonianza del congresso USA diffusa al mondo intero, l’allora scienziato della NASA, Jim Hansen, dichiarò, che “al 99%” il riscaldamento era il risultato di attività umane. Sapevano anche che il problema sarebbe stato più facile da risolvere allora piuttosto che 30 anni dopo. Inizialmente, Bush promise una risposta globale al cambiamento climatico ma - quando i costi a breve termine di una soluzione a lungo termine divennero evidenti - esitò. Invece di una risposta globale, si limitò a rinforzare la ricerca, preparò la strada ad un processo di negoziazione strascicato e, compiaciuto, mise la sua fiducia nelle future innovazioni e imprese. Potrebbe anche aver rassicurato se stesso che la sua eredità ambientale fosse sicura, grazie all’azione sull’ozono, ma la “lattina climatica” che lui e altri calciarono 30 anni fa sta ancora rimbalzando rumorosamente nei corridoi delle conferenze mondiali. È più arrugginita, ma ancora la stessa mezza risposta ad un problema che diventa più grande e difficile da risolvere ogni anno che passa. Pertanto, l’anniversario di quest’anno dell’applicazione del protocollo di Montreal non dovrebbe solo ispirarci nostalgia per il 1989, ma anche lanciare una maledizione sulla prima generazione di leader che scansò la responsabilità sul clima. E, siccome stiamo già soffrendo per le conseguenze del loro fallimento, ci dovremmo ricordare che ogni giorno di ritardo ha un costo enorme e imminente. Ogni frazione di grado di riscaldamento globale che può essere evitata salverà vite, specie animali e soldi.

Durante le nostre vite il buco nell’ozono della stratosfera si chiuderà mentre la bestia sempre più rabbiosa del clima infuria sotto. Quanto furiosa dipende da noi. Montreal ci ricorda che nulla in politica è inevitabile, che i profitti non devono venire prima delle persone, che problemi globali possono avere soluzioni globali e che noi possiamo creare il nostro futuro. Tutto ciò dipende da quanto lontano siamo disponibili a spingerci, nel 1989 non lo siamo stati abbastanza, nè lo siamo stati da allora. Nel 2003, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, disse che il protocollo di Montreal era a quel momento “forse l’unico accordo internazionale di successo”. Tristemente, questo rimane vero ancora oggi.

traduzione di Lucia Perletti

12 febbraio 2019

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