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I rifugiati climatici non esistono

ancora nessuna normativa

A causa del clima che sta cambiando, famiglie e comunità intere sono costrette a lasciare le loro case in cerca di un nuovo inizio. Sono, infatti, circa 258 milioni i migranti per ragioni ambientali. Secondo l’International Organization for Migration, i cambiamenti climatici potrebbero far spostare fino a un miliardo di persone entro il 2050. Purtroppo, però, in termini legali i “rifugiati climatici” non esistono. Secondo la Convenzione relativa allo statuto dei Rifugiati del 1951, si può beneficiare, per esempio, dello status di rifugiato se si è perseguitati per motivi politici, religiosi e di razza. Ma il clima o l’ambiente non qualificano una persona come rifugiata e non garantiscono così la sua protezione. In merito a ciò, le Nazioni Unite propongono due iniziative: il Global Compact on Refugees, per dare più diritti ai rifugiati e assistere i governi ospitanti, il Global Compact for Migration per far capire che i cambiamenti climatici sono tra i “fattori sfavorevoli e i fatti strutturali che costringono le persone a lasciare il loro Paese di origine”. Dare forma legale al concetto di “rifugiato climatico” è difficile, in quanto non è semplice isolare il fattore climatico dalle concause che spingono le persone a migrare. Ad esempio, nel Darfur, la guerra è scoppiata a causa di dispute per l’utilizzo di terre fertili e di acqua dolce. La stessa guerra civile in Siria ha avuto origine in seguito a una forte siccità che ha colpito il Paese tra il 2006 e il 2011.
Dall’altro lato, inoltre, i cambi climatici hanno forme più lente e graduali rispetto alle catastrofi naturali, pertanto è più difficile definire la causa di una migrazione.
Cercare di superare queste difficoltà e riempire questo vuoto normativo è necessario perché strettamente legato alla sicurezza della persona. Come afferma Greenpeace, “L’obiettivo è quello di aumentare la resilienza di coloro che abitano in zone vulnerabili per prevenire le migrazioni non volute e favorire quelle desiderate. Uno dei focus delle ricerche attuali è capire che opportunità può offrire la migrazione alle comunità (e agli Stati) che perdono popolazione come a quelle che accolgono i migranti”.

25 ottobre 2018

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Ambiente e cambiamenti climatici

difendere la Terra, difendere i diritti umani

Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.
Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.

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La storia

Guadalupe Campanur

protettrice della comunità indigena e dei boschi del Cherán