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Il cambiamento giusto

una riflessione di Anne de Carbuccia

da One Ocen, di Anne de Carbuccia

da One Ocen, di Anne de Carbuccia

Spesso le persone mi chiedono che differenza c’è tra presentare il mio progetto artistico One Planet One Future a un gruppo di adulti o a un gruppo di studenti. Io documento artisticamente ciò che siamo, ciò che stiamo per perdere e ciò che abbiamo già perduto, e le mie immagini narrano poeticamente le grandi sfide che noi esseri umani come specie dovremo affrontare. Gli adulti spesso sono sorpresi, alcuni avvertono una pena profonda, altri si indignano, oppure si aggrappano alla negazione. Molto di rado vedo un vero senso di accettazione della situazione attuale. Come se il fardello fosse troppo pesante da portare. Gli studenti, invece, anche i più giovani, possiedono un’accettazione innata nei confronti del mio messaggio. Sembra che esso si sia sviluppato in maniera organica in loro – è già parte della loro visione del futuro. Essi sanno che il mondo che abiteranno domani sarà molto diverso da quello di oggi. Quindi i giovani sono molto più curiosi e partecipi della mia arte e del suo messaggio. Stanno già intessendo una nuova narrazione per il mondo di domani. Consapevolmente o meno, si stanno preparando.

Abbiamo perso il controllo del collasso climatico. Possiamo constatarlo dai devastanti incendi delle foreste del pianeta, dai primi uragani sulle montagne ad alta quota o dalle frane e inondazioni letali. Il nostro clima è fuori controllo e la maggior parte dei nostri leader e istituzioni preferirebbero trattarlo come l’elefante nella stanza o come un impossibile “cigno nero”. La nostra specie si sta concentrando, con le sue risorse e capitali che cominciano a scarseggiare, su come far crescere alcune piante sulla luna, mentre contemporaneamente sta trasformando la Foresta amazzonica in una tundra. In nome del “portare l’umanità nello spazio”, ora abbiamo una Tesla satellite artificiale del Sole, ma non siamo ancora stati capaci di sostituire la plastica monouso con materiale eco-compatibile, indipendentemente dal fatto che stiamo già ingerendo questa plastica attraverso il pesce che mangiamo. Guardiamo dagli schermi dei nostri computer gli orsi polari morenti, sentendoci così in colpa per queste magnifiche creature che adoravamo da bambini, e tuttavia non mettiamo in alcun modo in relazione con la loro estinzione i nostri stili di vita consumistici.

Quando ho iniziato il mio progetto educativo, quattro anni fa, cercavo sempre di stimolare i ragazzi di fronte a me, dicendo loro che grazie alla loro nuova consapevolezza appena acquisita, sarebbero stati capaci di trovare le soluzioni a queste sfide. Rimanevo positiva, assicurandoli che tutto era possibile, che la nostra specie possiede uno straordinario senso di sopravvivenza, e di capacità di adattamento e di resistenza alle avversità. Dicevo loro anche che sarebbero riusciti dove i loro genitori avevano fallito. Nel corso degli anni le loro domande sulla responsabilità sono diventate più precise ed è diventato più difficile dar loro una risposta, e le fasce d’età delle persone che partecipano alle mie mostre sono formate di persone sempre più piccole. A un certo punto, l’anno scorso, una bimba di soli cinque anni con forti sintomi di autismo è venuta da me e mi ha abbracciato per alcuni minuti, poi quando ha sciolto il suo abbraccio mi ha detto che la mia arte le piaceva perché mostrava cose che lei sapeva già che sarebbero successe, che mostrava il finale della storia. La piccola ha proseguito spiegando che era importante mostrare la fine per ricominciare di nuovo. Questo è stato un grande punto di svolta per il mio progetto educativo e di tutto One Planet One Future. Fino a quel momento, avevo solamente cercato di riparare i danni, di creare consapevolezza senza davvero giungere ad ammettere il fatto che dovevamo, per lo più, finirla con un sistema nel quale eravamo cresciuti. Mi sono resa conto che una qualche forma di collasso sociale era inevitabile, che come specie avevamo bisogno di ripensare tutto quanto, che un nuovo paradigma era alle porte che ci piacesse o no, e che qualsiasi altra cosa era ridondante.

Avevo progettato di scrivere questo MANIFESTO per la prossima generazione, per dire loro tutte le piccole cose che si possono fare nella vita quotidiana per essere parte di quello in cui credo di più: contribuire alla crescente catena che ci lega a questo cambiamento sistemico. Ci sono così tante cose che possiamo compiere, per fare la differenza per il pianeta. *Stiamo definendo il futuro dell’orso polare proprio in base alla nostra scelta di che cosa metteremo nel piatto oggi.

Invece, sto scrivendo agli adulti, specialmente agli insegnanti, agli assistenti dell’infanzia e agli educatori. Ho assistito a una rabbia crescente, qualche volta una vera e propria ira, espressa dagli allievi durante i nostri incontri. Ripetutamente, alla fine della sessione dedicata alle domande e alle risposte, mi hanno domandato perché venisse loro chiesto di aggiustare cose che la mia generazione sta continuando a distruggere. Il fatto è che nessuno sa veramente che cosa funzionerà in questo nuovo mondo precario. L’unica certezza è che tutti noi dovremo adattarci. Per esempio, i disastri del clima hanno un grande impatto sull’agricoltura che si alimenta dalla pioggia nell’emisfero settentrionale, e ci porteranno vicino a un collasso sociale se i fenomeni come El Niňo continuano a essere così ravvicinati fra loro. Sappiamo questa cosa, ma non sembriamo in grado di affrontarla. Le persone sono accecate dalla paura invece di abbracciare l’accettazione. Molto presto, dovremo abbracciare ciò che amiamo di più, e ricostruire ciò che riterremmo utile riavere. Come società, dovremo ripensare il valore che attribuiamo alla nostra crescita su scala globale.

Traendo ispirazione dalle azioni dei Giusti nella storia, Gariwo vuole educare i giovani a distinguere il bene dal male e alla responsabilità individuale. Allo stesso modo, i Giusti per l’ambiente possono svolgere un ruolo fondamentale per informare e accompagnare i giovani nella loro ricerca di un pianeta sostenibile e vivibile. La prossima generazione è molto consapevole della situazione. I suoi atti sempre più diffusi di disobbedienza civile, le sue marce contro la globalizzazione dell’indifferenza, la sua rabbiosa presa di posizione contro un sistema che maschera la perdita dietro un’immagine di abbondanza. In Europa, decine di migliaia di giovani stanno marciando ogni settimana per il loro futuro. Stanno dichiarando la propria rabbia pubblicamente, in parole molto semplici che spesso vengono derise dalle generazioni più anziane proprio per via di tale semplicità. Quando saltano la scuola per protesta le loro istituzioni disapprovano la loro assenza dalle lezioni. Ma essi rispondono chiedendo se vale veramente la pena andare a scuola per imparare cose che secondo loro saranno dimenticate nel futuro.

Sono i giovani leader europei di domani e, ancora più che nella mia generazione, non sono mai stati esposti a società totalitarie e a movimenti politici o leadership estremi. Rischiano di volere sperimentare qualcosa di diverso dalla democrazia e dai suoi fallimenti. Proprio come c’è una crisi climatica, c’è una crisi sociale. Oggi, gli adulti e specialmente gli insegnanti e gli educatori possono svolgere un ruolo fondamentale come accompagnatori e narratori per gli studenti, riconoscendo l’importanza della situazione, abbracciando il dibattito, sostenendoli e mostrando loro gli esempi di grandi donne e uomini che sono venuti prima di loro; essi possono guidare questi giovani leader verso un nuovo cammino nella democrazia e prevenire il fatto che la loro ricerca generi soltanto rabbia.

La rabbia è importante e dovrebbe essere onorata. Se arde abbastanza forte, può accendere un fuoco d’artificio in grado di illuminare il pianeta. Aiutiamoli a non bruciare la terra, ma a farla splendere luminosa.

Anne de Carbuccia, artista ambientale

11 marzo 2019

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Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.
Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.

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