Simbolo dell’intellettuale engagé, convinto che la Letteratura non possa essere distinta dalla Politica, lo scrittore e attivista Kenule Beeson Saro-Wiwa, detto Ken, nasce il 10 ottobre 1941 a Bori, città della Nigeria meridionale, quando il Paese è ancora una colonia del Regno Unito.
Già durante gli anni in cui frequenta le scuole elementari e, più tardi, il liceo, Saro-Wiwa matura una certa sensibilità per gli Ogoni, una minoranza etnica di circa 500 000 persone che abitano la regione del Delta del Niger, la cui esistenza e cultura rischiano di essere cancellate. Si laurea nel 1965, quando la Nigeria ha ottenuto la completa indipendenza dal Regno Unito da cinque anni ed è organizzata amministrativamente in una federazione di tre regioni con un sostanziale margine di autogoverno, e inizia a insegnare presso lo Stella Magris College a Port Harcourt. L’anno dopo, assieme al suo compagno d’infanzia Edward Kobani, allora presidente della Ogoni Divisional Union, è tra coloro che chiedono la creazione per decreto del Rivers State, un’unità territoriale, con capitale Port Harcourt, che ospita, oltre agli Ogoni, anche altre minoranze etniche.
Quando le province sudorientali del Paese dichiarano l’indipendenza e la nascita della Repubblica del Biafra, il 6 luglio 1967, la Nigeria viene travolta da un conflitto civile armato che si conclude con la vittoria del governo centrale il 13 gennaio 1970. Spinto dal timore che gli Ogoni possano essere ridotti in schiavitù nel nascente, e poi fallito, stato del Biafra, Saro-Wiwa, che è un giovane assistente alla University of Nigeria a Nsukka, abbandona il sogno di una carriera accademica e, nel 1968, entra a far parte del governo federale come Commissario con pieni poteri del Consiglio esecutivo del Rivers State, carica che ricopre fino al 1973. Proprio nel 1968, dà alle stampe The Ogoni Nationality Today and Tomorrow, un phamplet in cui auspica che gli Ogoni, come tutti gli altri gruppi etnici, prendano coscienza degli errori del passato, responsabili del fallimento di ogni tentativo di coesione sociale, e si battano per una piena affermazione identitaria all’interno di uno stato autenticamente federale quale Saro-Wiwa spera si dimostri quello del Rivers State.
Accesso all’istruzione scolastica e universitaria, dalla quale sono stati esclusi fino ad allora, e inserimento nei quadri del servizio pubblico federale e nelle aziende, dove la loro presenza è sempre stata esigua, sono i maggiori diritti per i quali gli Ogoni devono battersi secondo il pensiero dello scrittore nigeriano.
All’incapacità del Rivers State di tutelare gli interessi delle diverse minoranze etniche che abitano il territorio, si aggiunge la forte connotazione militare che assume il governo centrale nigeriano dopo il colpo di stato del 1975, a seguito del quale i presidenti nazionali, pur aderendo formalmente al modello federale nell’ambito dell’unità nigeriana, trascurano le minoranze etniche non adeguatamente rappresentate nel parlamento nazionale. Amministratori federali e dello stato centrale, in accordo con multinazionali straniere – Shell e Chevron-, riescono a impadronirsi delle risorse minerarie presenti nel Delta del Niger, in particolare del petrolio, scoperto nel 1958, accordando alle popolazioni locali solo l’1,5 per cento dei ricavi della produzione.
On a Darkling Plain, pubblicato nel marzo del 1990 ma iniziato a scrivere prima della fine della guerra civile, è il libro in cui Saro-Wiwa stigmatizza i due maggiori problemi che affliggono la Nigeria postcoloniale: la questione etnica e la gestione delle risorse petrolifere. Trecento gruppi etnici differenti abitano il Paese e l’unica soluzione auspicabile per un’esistenza dignitosa per tutti sarebbe la possibilità, per ciascuno di essi, di sviluppare istituzioni politiche proprie mentre, di fatto, si favoriscono forme di colonialismo indigeno a danno dei gruppi minoritari. Le politiche delle diverse amministrazioni federali e delle élite nazionali, oltre ad accordare utili troppo bassi alle popolazioni che vivono nei territori ricchi di petrolio, hanno, inoltre, devastato il Delta del Niger e le terre circostanti da un punto di vista ecologico. Il principale destinatario del messaggio di Saro-Wiwa è Ibrahim Babangida, eletto presidente il 27 agosto 1985, il quale dovrebbe farsi carico di estendere la concessione dei diritti umani a tutte le minoranze e di restituire a queste, con gli interessi, il denaro ricavato dall’estrazione e dalla vendita del petrolio.
Nei primi mesi del 1990, Saro-Wiwa cerca di diffondere i temi della protesta attraverso la rubrica Similia che cura per il settimanale governativo «Sunday Times» e organizza, sotto l’egida della neonata Ogoni Central Union, di cui è presidente, un seminario in cui i maggiori intellettuali Ogoni, attraverso i loro interventi, fanno luce sugli aspetti peculiari della loro cultura. Il 26 agosto 1990, a Bori, viene sottoscritta e approvata per acclamazione la Carta dei diritti degli Ogoni. Il documento, oltre a porre l’accento sul fatto che, prima dell’arrivo degli inglesi in Nigeria nel 1901, non si sono mai registrati episodi di colonialismo interno a danno delle minoranze, punta il dito contro la Shell Petroleum Development Company Limited che, violando quanto previsto dalla legge, non assume Ogoni e, con la complicità delle autorità federali che non effettuano controlli sufficienti, ha condotto il Paese sull’orlo della catastrofe ecologica non adottando gli stessi sistemi di estrazione, rispettosi dell’ambiente, di cui si avvale in altre parti del mondo.
Il viaggio negli Stati Uniti e l’incontro con alcuni ambientalisti di Denver, nel mese di ottobre dello stesso anno, contribuiscono a rafforzare il suo proposito di organizzare gli Ogoni in un movimento. Nel discorso del 26 dicembre successivo, al Kagote Club, richiamando alla memoria i trentamila Ogoni uccisi durante il conflitto civile, sottolinea, per la prima volta in modo manifesto, la necessità di metodi di lotta non violenti e l’apartiticità della sua battaglia, in quanto «la differenza non la fa il partito vincitore» che, a prescindere da quale sia, non vede di buon occhio l’autonomia delle minoranze. Non passa molto tempo da questo discorso che, a Bodo, in casa di Eward Kobani, viene scelto il nome dell’Organizzazione: Movement for the Survival of the Ogoni People (Mosop).
Nell’agosto del 1991, dopo aver ricevuto un iniziale diniego di collaborazione da parte di Greenpeace e di Amnesty International – i primi perché non operano in Africa; i secondi perché non si registrano morti o prigionieri -, decide di aggiungere una postilla alla Carta dei Diritti degli Ogoni, dal titolo Appello alla Comunità internazionale. Ribadendo l’atteggiamento di accondiscendenza delle autorità nigeriane nei confronti delle multinazionali del petrolio e dei loro metodi poco rispettosi dell’ambiente, si invoca l’intervento della comunità internazionale e si delega il Mosop a intervenire in rappresentanza del Movimento presso tutti i consessi delle organizzazioni internazionali come la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, il Segretariato del Commonwealth e l’Unione Europea.
Mentre a sostegno della battaglia del Mosop si aggiungono altre organizzazioni a tutela dell’ambiente, come l’Ethnic Minority Rights Organisation of Nigeria e la Nigerian Society for the Protection of the Environment, nell’estate del 1992, Ken Saro-Wiwa vola a Ginevra e, attraverso il suo discorso presso il Working Group on Indigenous Population delle Nazioni Unite, porta all’attenzione degli astanti, non solo i fatti occorsi in Nigeria a partire dal 1960, ma anche lo stato in cui versa il territorio degli Ogoni, «una landa desolata» in cui «l’inquinamento del suolo, dei fiumi è capillare e continuo [e dove] l’aria è satura di vapori di idrocarburi».
Intanto, si è già messo in contatto con la Unpresented Nations and Peoples Organisation (Unpo), un’organizzazione nata nel 1990 per volere di un giovane olandese – il figlio del diplomatico che ha curato gli interessi del Dalai Lama -, con sede a l’Aja, i cui membri, tutti volontari, condividono la convinzione per cui ogni battaglia per l’autonomia, l’autodeterminazione o l’indipendenza dei popoli deve avvenire attraverso la lotta non violenta. I principi ispiratori dell’Unpo incidono non poco sul libro che Saro-Wiwa dà alle stampe proprio nel 1992, Genocide in Nigeria: the Ogoni Tragedy. A ottobre dello stesso anno, grazie a Glen Ellis e Kay Boshop, che stanno indagando da tempo sull’attività della Shell nel Terzo Mondo, va in onda su Channel 4, in Gran Bretagna, il cortometraggio The Heat of the Moment che mette al corrente il mondo intero della lotta degli Ogoni. Dopo un doppio tour organizzato nei territori Ogoni, il 14 e il 28 novembre, al fine di sensibilizzare giovani alla causa e allargare la base del movimento, il 3 dicembre 1992, il Mosop invia ufficialmente alle tre compagnie petrolifere operanti sul territorio – Shell, Chevron e Nigerian National Petroleum Corporative - una richiesta, ovviamente disattesa, di risarcimento, entro trenta giorni, dei danni ambientali di cui sono responsabili.
Il 4 gennaio 1993, una marcia di protesta, alla quale partecipano trecentomila persone, inaugura ufficialmente la resistenza non violenta degli Ogoni. Le immagini della marcia fanno il giro del mondo grazie alle pagine del «Times» e ai servizi della CNN. «[…] fu un vero giorno di liberazione […] Avevamo superato la barriera psicologica della paura» scrive più tardi Saro-Wiwa ripensando a quel giorno. Nel discorso per la cerimonia di inaugurazione dell’One Naira Ogoni Survival Fund (Onosuf), il 27 gennaio successivo, Saro-Wiwa afferma che la filosofia sociale su cui si basa il Mosop è l’Erectism: autodeterminazione, democrazia, giustizia sociale, competitività e progresso sani. Dal 15 marzo al 23 aprile, lo scrittore viene arrestato tre volte, l’ultima delle quali rilasciato in libertà vigilata con l’obbligo di non lasciare Port Harcourt; il 29 aprile, i giovani Ogoni, che hanno aderito al Movimento, organizzano una lunga marcia di protesta pacifica, tenendo in mano la Bibbia e chiedendo che i loro leader non siano perseguitati.
L’amministrazione del presidente Babangida approva il Treason and Treasonable Felony Decree che dispone la pena di morte per chiunque usi l’espressione «autonomia etnica» o che sia sospettato di cospirazione o tentativo di alterare i confini stabiliti dalle autorità militari; contemporaneamente, la Shell emana una “nota informativa” che accusa Ken Saro-Wiwa di cercare l’«autodeterminazione politica» per gli Ogoni. Il 2 giugno 1993, il Comitato del Mosop vota per boicottare le elezioni politiche del 12 giugno successivo: Edward Kobani e altri membri del comitato, su pressione del governatore Ada George e spinti da ambizioni politiche personali, tentano di convincere Saro-Wiwa ad annullare la decisione e minacciano le dimissioni.
Lo scrittore, fermo nel suo proposito, tiene una conferenza stampa per spiegare il motivo del boicottaggio: la costituzione della Repubblica federale di Nigeria del 1989, oltre a non essere stata sottoposta a referendum, non rispetta le minoranze etniche del Paese. Nonostante un falso comunicato stampa, firmato in realtà da Kobani a nome Saro-Wiwa e diramato dai giornali, in cui si invitano gli Ogoni a partecipare alla tornata elettorale del 12 giugno, questi non si recano alle urne. Il 13 giugno, Saro-Wiwa viene arrestato per la quarta volta; è accusato di boicottaggio delle elezioni e responsabilità dei tumulti verificatisi durante il fermo e il trasferimento da parte della polizia di alcune persone che si trovano in territorio Ogoni. Rinviato a giudizio il 21 giugno ma affidato alla custodia cautelare, viene rilasciato il 22 luglio; resta in carcere “un mese e un giorno” durante i quali - lui scrive - «ho potuto verificare l’efficienza del male».
Il 21 maggio 1994, Edward Kobani e altri tre personaggi di spicco della comunità Ogoni vengono barbaramente uccisi; con ogni probabilità, i mandanti sono i servizi segreti nigeriani ma la responsabilità viene fatta ricadere sul Mosop; il giorno successivo, Saro-Wiwa e altri otto dirigenti del Movimento vengono arrestati, tenuti in isolamento in un campo militare alla periferia di Port Harcourt e torturati. Mentre è in detenzione, in attesa del processo, nell’aprile del 1995, gli viene conferito il Goldman Environmental Prize, in riconoscimento della sua attività in favore dell’ambiente. Condannato all’impiccagione dal giudice Ibrahim Auta, assieme agli altri otto dirigenti del Movimento, prima che ogni ricorso in appello sia formalizzato, la sua condanna viene eseguita nel carcere di Port Harcourt il 10 novembre 1995, nonostante il presidente nigeriano, Sani Abacha, succeduto a Babangida il 17 novembre 1993, abbia rassicurato personalmente al telefono Nelson Mandela che la condanna non sarebbe stata eseguita. Le ultime parole dello scrittore nigeriano sono state: «Dio prenda pure la mia anima, ma la lotta continui».
Nel maggio 2009, su iniziativa di Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York, inizia il processo contro la Shell per dimostrare il suo coinvolgimento nell’esecuzione di Saro-Wiwa. La compagnia petrolifera patteggia subito accettando di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari ma precisando che ha accettato di pagare questa cifra non perché colpevole del fatto, ma per aiutare il «processo di riconciliazione».
Al giudice che lo ha condannato, Ken Saro-Wiwa avrebbe voluto leggere una sua dichiarazione in cui, tra le altre cose, afferma: «Signore, siamo tutti di fronte alla storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Io non rinuncio a protestare contro l’ingiustizia e l’oppressione […] Ci siamo adeguati a standard sotto la media, accettando il doppio gioco, mentendo, imbrogliando apertamente, difendendo l’ingiustizia e l’oppressione, svuotando le nostre aule scolastiche, screditando i nostri ospedali, riempiendoci lo stomaco di fame e scegliendo di renderci schiavi di coloro che scelgono per sé standard più alti […]».
