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"Negare il cambiamento climatico è malvagità"

dice Mary Robinson

Mary Robinson

Mary Robinson Johnny Savage/The Guardian

Di seguito proponiamo la traduzione dell'articolo di Damian Carrington sul Guardian che riassume le forti affermazioni fatte dall'ex-presidente della Repubblica Irlandese, Mary Robinson, sul tema del cambiamento climatico mondiale.

Secondo Mary Robinson negare l’esistenza del cambiamento climatico non è solo da ignoranti, ma è da “perfidi e malvagi”, in quanto significa negare i diritti umani alle persone più vulnerabili del pianeta. L’ex alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e inviato speciale per il cambiamento climatico dice anche che le compagnie petrolifere hanno esaurito la loro licenza sociale per l’esplorazione alla ricerca di carbone, petrolio e gas e devono diventare parte della transizione all’energia pulita.

Robinson espresso un duro attacco schietto martedì (25/3/19 n.d.t.), durante un discorso ai Royal Botanical Gardens di Kew a Londra, che le hanno conferito la medaglia Kew International per il suo lavoro “sulla giustizia climatica”. Ha raccontato al Guardian che appoggia le proteste per il clima, inclusi gli scioperi per il clima indetti dalle scuole ideati dalla “superstar” Greta Thunberg, e che “c’è sicuramente spazio per la disobbedienza civile come mezzo di comunicazione, anche se necessitiamo di speranza”. Robinson è anche presidente di Elders, un gruppo indipendente di leader globali fondato da Nelson Mandela che lavora per i diritti umani. Nel suo discorso ha dichiarato: “Credo che negare il cambiamento climatico non sia solo ignorante, ma maligno e perfido, e si traduca nel tentativo di negare i diritti umani ad alcune delle persone più deboli del pianeta”. Ha poi aggiunto: “I dati sul cambiamento climatico sono inconfutabili, e l’aspetto morale per un’azione urgente indiscutibile”.

“Il cambiamento climatico mina il godimento di tutti i diritti umani - dal diritto alla vita, al cibo, a un riparo e alla salute. È un’ingiustizia che le persone che hanno contribuito meno alle cause del problema siano quelle a soffrire maggiormente degli effetti peggiori del cambiamento climatico”, dichiara Robinson. L’ex-presidente della Repubblica Irlandese ha inoltre detto al Guardian che le sue parole cariche di rabbia nascevano dall'aver visto l’impatto del cambiamento climatico sulle vite delle persone. “In Africa ho visto effetti devastanti, causati dall’impossibilità di prevedere l’arrivo della stagione delle piogge, su poveri agricoltori, sui villaggi e sulle comunità”, ha raccontato.

Nel suo discorso ha attaccato anche le grandi compagnie petrolifere, di gas e di carbone, dicendo “Siamo entrati in una nuova realtà in cui le compagnie petrolifere hanno perso la loro licenza e la legittimità sociale ad operare”. Secondo la sua visione, l’esplorazione per nuove riserve deve terminare, dato che la maggior parte delle riserve esistenti devono essere mantenute sotto terra se si vuole affrontare il riscaldamento globale. Robinson condanna inoltre il governo britannico per i £4.8 miliardi dati al corpo finanziario di esportazione per i combustibili fossili dal 2010 al 2016. “Fa riaffiorare memorie dolorose di passati sfruttamenti vedere il Regno Unito ed altri Paesi ricchi e industrializzati proclamare le loro buone intenzioni e agire in maniera progressista a casa, mentre effettivamente stanno esportando ai Paesi più poveri le loro emissioni lasciando loro da pagare il prezzo sociale ed ambientale”, ha dichiarato. Anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato criticato da Robinson per il suo “egregio atto di irresponsabilità climatica”, ovvero il ritiro dall’accordo climatico di Parigi. “Una cattiva leadership ha conseguenze nell’immediato che sono veramente dannose per le persone delle comunità più povere, incluse quelle americane,” ha detto la politica irlandese.

Robinson sostiene infine che oltre ad agire su un piano personale - ha rinunciato al consumo di carne - le persone devono prendersela con coloro che detengono il potere e non si assumono le proprie responsabilità: “Come le suffragette hanno avuto bisogno di abbracciare tattiche militari per vincere la lotta per l’emancipazione femminile, oggi dobbiamo essere ferocemente determinati a sfidare interessi acquisiti, specialmente nel settore del combustibile fossile”.

Negli ultimi mesi ci sono stati parecchi duri attacchi a chi nega il cambiamento climatico, con critiche che hanno dato degli “Stalinisti” a chi negli USA propone un nuovo Panel del Consiglio di sicurezza di negazionisti per il cambiamento climatico. A novembre, il giornalista del New York Times Paul Krugman ha dichiarato: “Il fumo uccide, e le compagnie di tabacco che hanno cercato di confondere il pubblico si sono comportate in maniera meschina. Ma il cambiamento climatico non sta solo uccidendo le persone, potrebbe anche uccidere la nostra civiltà. Cercare di confondere le persone a questo proposito porta la malvagità a tutto un altro livello. Ma queste persone non hanno figli?”.

A settembre anche la BBC ha ammesso di “sbagliarsi troppo spesso” quando si occupa dei cambiamenti climatici, dicendo al suo staff che “non c’è bisogno di un negazionista per bilanciare il dibattito”.

traduzione di Lucia Perletti

1 aprile 2019

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Ambiente e cambiamenti climatici

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Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.
Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.

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