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Non sai come salvare il pianeta? Ecco che cosa puoi fare

di Mike Berners-Lee

Giovani manifestanti per il clima

Giovani manifestanti per il clima Ben Stansall/AFP/Getty Images

Dovremmo diventare vegetariani? Va bene prendere l’aereo? È ora di scendere in piazza, come stanno facendo migliaia di giovanissimi in tutto il mondo, contro il climate change? L’autore di There Is No Planet B, A Handbook for the Make or Break Years, risponde alle grandi domande del nostro tempo sul Guardian del 25 marzo 2019.

Dobbiamo tutti diventare vegetariani? Oppure vegani?

Il nostro cibo contribuisce a formare qualcosa come un quarto della nostra impronta di gas serra. Per dare un taglio a questo enorme contributo all’inquinamento bisogna però allo stesso tempo nutrire la popolazione meglio di quanto facciamo ora, salvando la nostra biodiversità che al momento sta subendo delle vere e proprie emorragie di risorse ed evitando una crisi di resistenza agli antibiotici. Non si sfugge alla chiara evidenza, che gli umani devono ridurre il consumo di carne – specialmente il manzo e l’agnello – come pure di latticini. Quando nutriamo un mucca con semi di soia, ne riceviamo in cambio solo un 10% di nutrimento in carne, e con una dose cospicua di metano (un potente gas serra) e molto probabilmente un certo grado di deforestazione.

Ma non dobbiamo per forza abbracciare tutti la dieta vegetariana o quella vegana – sono le proporzioni che contano. Non dobbiamo neanche cambiare tutto da un giorno con l’altro. Dobbiamo solo iniziare a ridurre le porzioni in modo da imprimere un cambiamento radicale alla nostra dieta nei prossimi 10 anni circa. E la maggior parte delle persone può approfittare di questo per mangiare in maniera più sana.

Va bene prendere l’aereo?

Ecco a voi una realtà scomoda: un aereo a lunga percorrenza tipicamente brucia 100 tonnellate di carburante, trasformandolo in almeno 4 volte tanta anidride carbonica. Per via di alcuni complessi effetti legati all’alta quota, l'impatto del cambiamento climatico su questo fenomeno è circa il doppio di quanto avverrebbe a terra. Ci sono tre opzioni: il carburante biologico (ma l'impatto sulla terra sarebbe enorme), i combustibili sintetici generati dall’energia solare (ma abbiamo già bisogno di tutta l’energia solare che produciamo), e il combustibile fossile controbilanciato da un meccanismo di purificazione dell’aria dal carbone (ma non sappiamo ancora farlo in modo accurato, e quando scopriremo come farlo, dovremo essere molto rapidi per mitigare l’impatto sul clima delle attività diverse dal volo).

I voli elettrici su distanze corte stanno quasi diventando fattibili, ma la necessità di risparmiare peso significa che al momento, gli idrocarburi liquidi sono l’unico carburante adatto per i voli lunghi. Così, prendere l’aereo va ancora bene, ma non troppo.

È realistica l’ipotesi di trasformare le nostre forniture di energia?

La produzione di energia odierna è solo una settecentesima parte dell’energia che il Sole irraggia sul nostro pianeta. Un’area di pannelli solari di 228 mq in una zona soleggiata del mondo potrebbe raccogliere la nostra intera produzione di energia. Né il costo, né l’uso delle risorse sono proibitivi. Ci sono questioni legate alla distribuzione e all’immagazzinamento, ma le soluzioni a questi problemi le stiamo trovando senza difficoltà.

Il preciso mix di energia – molto solare con parti significative di energia eolica, idrica e mareomotrice – varierà da zona a zona. L’Australia ha 200 volte più luce solare per persona del Regno Unito, che è il quinto Paese peggiore del mondo per questo parametro (superando il Bangladesh, il Belgio, l’Olanda e il Rwanda). Ma il Regno Unito ha molto più potenziale eolico e delle maree, così il suo mix energetico sarà più complesso. Riassumendo, la transizione è tecnicamente fattibile se investiamo abbastanza, riduciamo i combustibili fossili e moderiamo il nostro consumo energetico.

Con il giusto investimento (reso possibile dalla ridistribuzione dei combustibili fossili e da una carbon tax, diciamo) è del tutto fattibile sostituire la nostra produzione di energia con una più pulita nei prossimi trent’anni.

Una ‘green tax’ funzionerebbe?

In qualche modo il combustibile fossile del mondo deve stare nel terreno. Per renderlo possibile deve essere troppo costoso per poterlo estrarre. Questo richiede che il carbone abbia un prezzo. Io penso che il modo più semplice di realizzarlo è una carbon tax, anche se mi piacerebbe anche un tetto unito a un accordo commerciale – in ogni caso le due soluzioni hanno lo stesso effetto.

Una tassa potrebbe essere esatta nel luogo dell’estrazione, ma è anche possibile imporla nel luogo di consumo – ad esempio attraverso i contatori domestici e le pompe di benzina. Ciò di cui parliamo è la creazione di un grande fondo per creare nuove infrastrutture green, assistere i Paesi e gli individui che altrimenti sarebbero perdenti nella transizione verso il mondo a basso contenuto di carbone, come pure sostenere una serie di beni sociali e ambientali.

Bisognerebbe che la popolazione facesse meno figli?

Dodici miliardi di persone attente potrebbero vivere bene assieme sul nostro meraviglioso pianeta. Un miliardo di persone indifferenti possono mandare tutto all’aria in un istante. Non conta il numero delle persone, ma come vivono. Ci vogliono circa 500 abitanti del Malawi per formare l’impronta carbone di solo un cittadino britannico. Ogni nascita in più aumenta il bisogno di ogni altra persona di prestare un po’ più di attenzione.

Così non va bene avere figli? No. È da persone responsabili avere una famiglia numerosa? Forse non più. Ha importanza lo stile di vita dei nostri figli? Assolutamente sì.

C’è qualcosa che posso fare veramente come persona?

Ci sono due aspetti di come le persone possono fare la differenza. Il primo è intraprendere in prima persona uno stile di vita sostenibile, tradizionalmente a basso consumo di carbone. Questo è ancora più importante che mai perché porta integrità e affidabilità a ogni altra cosa che facciamo, dimostra impegno e, se fatto bene, rende facile anche agli altri fare altrettanto.

Il secondo è di premere per il cambiamento culturale e politico di cui abbiamo bisogno, in ogni situazione: come influenziamo i nostri politici (non solo con il voto, e le cose che diciamo e facciamo al lavoro, nei luoghi di svago e, forse, in modo ancora più ambizioso, nelle nostre case). La pressione dal basso può cambiare la politica – l’organizzazione giovanile Sunrise Movement per esempio ha avuto notevole successo nel promuovere un Green New Deal negli Stati Uniti, costringendo ogni democratico che sperava di poter dire qualcosa sul tema del clima a seguirli. E vent’anni fa, la campagna Giubileo 2000 ebbe il merito di promuovere la cancellazione del debito nei Paesi in via di sviluppo.

È ora che più persone scendano in strada a manifestare?

Dopo decenni di discorsi e negoziati sul climate change, anni di azioni personali e di obiettivi aziendali, un grande dispendio di retorica, di repentine conversioni al tema ambientale e, per essere onesti, anche alcuni momenti di azione sincera da parte del mondo degli affari, non c’è stata alcuna flessione nella curva crescente globale del carbone. Niente è cambiato.

Parlarne non è stato sufficiente. Chiedere provvedimenti ambientali non ha funzionato. Dobbiamo insistere. Penso che dobbiamo agire con la testa. Il tono deve essere costruttivo: è un mondo migliore quello per cui stiamo facendo pressione, e certamente non uno violento. Come e dove iniziare a manifestare deve essere una decisione strettamente personale. Ma dato il punto a cui siamo arrivati, e non lo dico alla leggera, bisogna che ognuno se lo chieda in tutta onestà.

Mike Berners-Lee, professore alla Lancaster University e direttore di Small World Consulting

28 marzo 2019

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Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.
Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.

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