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Ruth First (1925 - 1982)

la sociologa e militante anti-apartheid che denunciò l’apparato repressivo del regime di Pretoria

Una lettera-bomba ad alto potenziale il 17 agosto 1982 esplose nelle stanze del dipartimento di sociologia dell’università di Maputo, in Mozambico, uccidendo sul colpo la sociologa e militante bianca anti-apartheid Ruth First. Ma le sue ricerche e le sue analisi politiche avrebbero dato una spinta decisiva al percorso del Sudafrica verso la libertà.

Il patrimonio di valori di Ruth First arrivava da lontano, da un passato remoto che aveva visto i suoi nonni vivere un’esistenza fatta di povertà e privazioni alla fine dell’Ottocento, quando abbandonarono la Lituania approdando in Sudafrica per sfuggire alle persecuzioni anti-ebraiche dell’impero zarista. Fin da giovane Ruth First aveva preso le distanze da quella media borghesia bianca di cui faceva parte per diritto di nascita. Avrebbe potuto facilmente ottenere i benefici che il regime dell’apartheid garantiva alla minoranza afrikaner, invece scelse la via più difficile e rischiosa: quella del dissenso e della lotta politica. All’università frequentò assiduamente le riunioni delle associazioni studentesche, partecipando a manifestazioni, dibattiti e assemblee animate da grandi speranze che si sarebbero però rivelate fatali illusioni.

La sua scelta politica e morale contro il razzismo divenne un impegno concreto nella tragica estate del 1946. Nell’agosto di quell’anno circa ottantamila minatori neri sfruttati scioperarono per una settimana paralizzando la federazione capitalista più grande del mondo, la Camera delle Miniere. Le loro richieste vennero respinte dalla società mineraria e la rappresaglia dello Stato si rivelò spietata. I lavoratori furono rinchiusi in recinti sotto il controllo dell’esercito, i capi del sindacato vennero arrestati e la polizia attaccò brutalmente un corteo uccidendo dodici operai e ferendone oltre un migliaio. Quella protesta soffocata nel sangue convinse la giovane Ruth First a intraprendere la carriera di giornalista per denunciare i soprusi del regime. A poco più di vent’anni abbandonò il lavoro alla divisione ricerche del comune di Johannesburg e varcò per la prima volta la soglia della redazione locale del Guardian, un settimanale all’epoca vicino al partito comunista.

Suo marito, Joe Slovo (1926 - 1995), anche lui di origini lituane, sposato nel 1949, era una figura di spicco del Partito comunista sudafricano (SACP), che nel 1989, pur rimanendo convinto degli ideali socialisti, ruppe con il comunismo di stato. Giocò un ruolo importante, nel 1992, nelle trattative per la fine dell'apartheid e dopo le elezioni del 1994, fu ministro nel governo di Mandela.
I coniugi, che ebbero tre figli, furono tra i primi a venire etichettati come pericolosi nemici dello Stato e a essere tenuti costantemente sotto controllo da parte della polizia. Il regime li considerava un’incomprensibile anomalia che squadernava l’asettica organizzazione dello stato sudafricano, dove i bianchi prosperavano e comandavano mentre i neri erano depredati, affamati, schiavizzati, incarcerati e infine ammazzati. Per i fautori dell’apartheid e tutti coloro che ne beneficiavano era assolutamente normale che vi fossero neri come Nelson Mandela e Walter Sisulu che cercavano di ribellarsi, assai meno comprensibile era invece che esistessero dei bianchi che avevano scelto le lotte per l’uguaglianza e i diritti civili dell’intera popolazione.

Negli anni, per limitare la sua attività, le venne proibito di lasciare Johannesburg, di entrare nelle municipalità africane, di partecipare a riunioni, infine persino di scrivere articoli da lei firmati. Ma la sua attività di giornalista militante proseguì anche dopo la definitiva messa al bando del Guardian stabilita dalla legge per la soppressione del comunismo. Ruth First divenne in breve tempo una delle teoriche più stimate della lotta all’apartheid. Non aveva ancora compiuto trent’anni quando entrò nel ristretto gruppo di attivisti incaricati di lavorare alla stesura della Carta della Libertà, la storica dichiarazione d’intenti che aveva l’obiettivo di creare un Sudafrica “unito, democratico e non razziale”.

Dal 1952 le vite dei neri sudafricani erano condizionate dalla brutale legge del lasciapassare, che imponeva alla popolazione di colore dai 16 anni in su di esibire un documento speciale per entrare nelle aree urbane riservate ai bianchi. Era una forma di schedatura crudele che consentiva nuovi soprusi ai datori di lavoro determinando uno scenario da incubo in tutto il paese. Le carceri si riempirono fino all’inverosimile: in un solo anno, il 1955, circa 340mila lavoratori neri vennero condannati dai tribunali per reati di natura amministrativa connessi al lasciapassare. Il dissenso nei confronti delle leggi draconiane del governo veniva espresso ancora in modo pacifico ma il regime lo limitò sempre più duramente, non più soltanto attraverso i bandi e la censura. In dicembre scattò la più imponente operazione di polizia mai vista nella storia del Sudafrica. Gli agenti fermarono e perquisirono più di cinquecento persone nelle case e negli uffici di tutto il paese. Alla fine 156 persone vennero arrestate e incriminate con l’accusa di alto tradimento e di cospirazione ai danni dello Stato. Nel gruppo c’erano tutti i principali dirigenti dell’ANC (African National Congress) e una ventina di militanti bianchi, tra cui Ruth First e suo marito Joe Slovo. Il monumentale processo cui venne sottoposto il gruppo durò complessivamente più di quattro anni e si concluse con l’assoluzione per tutti, ma avrebbe avuto conseguenze decisive e inaspettate sullo scontro politico in atto nel paese. Di lì a poco tutti i dirigenti del movimento per l’emancipazione dei neri vennero costretti alla clandestinità o all’esilio, furono imprigionati o assassinati. La repressione fu durissima e culminò nella strage di Sharpeville del 21 marzo 1960. La polizia aprì il fuoco sui manifestanti disarmati che stavano protestando contro la legge sul lasciapassare, colpendo indiscriminatamente uomini, donne e bambini. Alla fine si contarono 69 morti e quella mattanza dimostrò che la lotta nonviolenta non bastava a difendere i diritti e la vita della gente di colore. Il movimento anti-apartheid imboccò così la strada senza ritorno della lotta armata. Fu in quel momento che i destini di Ruth e di suo marito Joe cominciarono a separarsi. Lui, che era stato tenuto in carcere per sei mesi durante lo stato d’emergenza proclamato dopo Sharpeville, entrò nell’Alto comando del gruppo paramilitare (MK) guidato da Nelson Mandela e nei successivi venticinque anni sarà uno dei principali strateghi dell’organizzazione armata. Ruth non era contraria in linea di principio alla svolta armata intrapresa dall’ANC ma ritenne indispensabile che questa restasse subordinata alla lotta politica. Credeva fermamente in uno sbocco rivoluzionario della società ma non fino al punto di farsi sostenitrice di teorie violente. Le sue uniche armi resteranno per sempre lo studio, l’insegnamento e la ricerca sul campo, anche quando continuare a vivere e a lavorare nel suo paese diventerà impossibile.

Nel 1961 riuscì ad aggirare i bandi ministeriali e fuggì per qualche giorno nel territorio dell’attuale Namibia, il piccolo paese che il Sudafrica si era annesso unilateralmente subito dopo la Seconda guerra mondiale. Svolse una minuziosa indagine sul campo per analizzare l’esportazione del modello razziale sudafricano. Anche se le venne negato l’accesso ai documenti d’archivio, per quattro giorni riuscì a sfuggire agli stretti controlli della polizia e a intervistare i neri dell’Africa sudoccidentale, gli abitanti dell’“ultima colonia”, che il governo di Pretoria considerava una semplice appendice territoriale del Sudafrica. Il materiale che raccolse divenne il punto di partenza del suo primo libro, South West Africa, pubblicato a Londra nel 1963. In Sudafrica la sua diffusione sarà rigorosamente vietata e chiunque sarà trovato in possesso di una sola copia del volume rischierà fino a cinque anni di carcere.

Subito dopo il suo ritorno a casa, il governo di Pretoria le vietò di lasciare Johannesburg, di produrre qualsiasi forma di ricerca o di lavoro giornalistico, nonché di comunicare con altre persone messe al bando. Il lavoro di giornalista le era già di fatto precluso, poiché tutte le testate per le quali lavorava erano state nel frattempo censurate e poi chiuse per ordine ministeriale. In un pomeriggio d’agosto del 1963 venne infine arrestata sulla base alla famigerata legge dei 90 giorni che dava un potere assoluto alla polizia, consentendole di trattenere i sospettati di reati politici anche in assenza di capi d’accusa. Venne sottoposta a tre mesi di pressioni e di torture psicologiche, con interrogatori che si susseguirono per settimane, nei quali i poliziotti le chiesero informazioni su Joe, sugli altri leader e sulle strategie del movimento. Allo scadere del periodo di detenzione previsto dalla legge fu rilasciata ma fece appena in tempo a uscire dalla stazione di polizia che l’arrestarono di nuovo, usando ancora una volta la legge dei 90 giorni come pretesto per perseguitarla. Quando tornò in libertà, si convinse che la via dell’esilio era ormai inevitabile anche per lei, perché nel frattempo i pochi leader del movimento rimasti nel paese erano finiti in carcere o sotto processo. Il 14 marzo 1964 lasciò il Sudafrica, senza sapere che non avrebbe mai più rivisto il suo Paese. Si rifugiò a Londra, in una casa che diventò la base del suo esilio e dove lavorò a ritmi forsennati, producendo saggi, articoli, opuscoli, interventi. Tra la fine degli anni ‘60 e i primi ‘70 curò le biografie di Nelson Mandela, Govan Mbeki e del leader keniota Oginga Odinga. Nel 1965 pubblicò Un mondo a parte, un libro biografico nel quale documentò con una lucidità disarmante i mesi trascorsi in isolamento in carcere e si rivelò un successo tale da spingere la Bbc ad acquisire i diritti per realizzare una trasposizione cinematografica. Il film intitolato 117 Days, con Ruth che recita nel ruolo di sé stessa, uscì in Gran Bretagna nel 1966 nonostante i vani tentativi dell’ambasciata sudafricana di bloccarne la proiezione.

Quando non scriveva teneva conferenze in giro per la Gran Bretagna. Partecipò a decine di incontri pubblici contro l’apartheid, nei quali denunciò senza mezzi termini l’apparato repressivo del regime di Pretoria, gli omicidi extragiudiziali, le stragi di civili inermi. Tra il 1964 e il 1968 viaggiò a lungo in Africa per analizzare i motivi del fallimento delle lotte indipendentiste in Nigeria, in Ghana, in Sudan, in Egitto e in Algeria, e per cercare di comprendere perché quei paesi fossero così vulnerabili ai colpi di stato militari. Un’attività che la consacrò come studiosa di livello internazionale. Dopo aver trascorso un anno sabbatico in Tanzania, all’università di Dar es Salaam, si spostò in Libia per studiare le cause e le possibili conseguenze della rivoluzione che aveva rovesciato una monarchia corrotta e filo-occidentale. Ma è a Maputo, in Mozambico, che Ruth First trascorre gli ultimi e i più fecondi anni della sua attività di intellettuale impegnata al servizio di un progetto d’emancipazione umana. Nel 1977 viene chiamata a dirigere il Centro di studi africani dell’università della capitale mozambicana. Le idee politiche, la passione e il potere gentile che esercita anche negli anni dell’esilio continuano a rappresentare un pericolo per il governo del Sudafrica, che non cessa mai di considerarla una obiettivo da eliminare. La portata rivoluzionaria del suo lavoro di studiosa è una minaccia per il regime. 

Il fatale ordigno che il regime sudafricano fa esplodere in un caldo pomeriggio d’agosto del 1982, nelle stanze dell'università di Maputo, riuscirà a ucciderla ma non a zittire la sua voce. Dieci anni più tardi, mentre stava per concludersi uno dei periodi più drammatici della storia del Sudafrica dell’apartheid, si tenne a Johannesburg un’affollata cerimonia per ricordare Ruth First nel decimo anniversario della sua morte. “La sua vita, e la sua morte – affermò Nelson Mandela in quell'occasione - restano un faro per tutti coloro che sono impegnati nella lotta per la libertà”.

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