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Stephen "Steve" Bantu Biko (1946 - 1977)

l'attivista simbolo del movimento anti-apartheid in Sudafrica

Stephen "Steve" Bantu Biko nasce il 18 dicembre 1946 a King William’s Town, nella Provincia del Capo Orientale in Sudafrica, da una famiglia xhosa di umili origini. Terzo di quattro figli, Biko rimane orfano di padre all’età di 4 anni; studente brillante ma povero, nel 1963 riesce a iscriversi al prestigioso Lovedale Missionary Institute ad Alice, grazie a una borsa di studio che gli procura padre Aelred Stubbs, docente del Federal Theological Seminary of Southern Africa. Qui conosce Barney Pityana, che diventerà poi il leader dell’organizzazione degli studenti del Sud Africa, con cui organizza un’incisiva azione di sabotaggio delle lezioni,  a seguito della quale viene espulso dal college. Ancora per intervento di padre Stubbs, frequenta il St. Francis College, una scuola cattolica, a Marianhill, non lontano da Durban, e nel 1966 intraprende gli studi di Medicina, immatricolandosi presso la UNNE (University of Natal Non–European Section) di Durban, dove rimane per tre anni senza, però, conseguire il titolo di laurea. 

Si iscrive all’organizzazione studentesca dello SRC (Student Representative Council), che lo elegge tra i suoi rappresentanti presso la NUSAS (National Union of South African Students), in qualità di responsabile in Freedom in Society & International Affairs. Nel luglio del 1967, proprio presso il congresso nazionale della NUSAS, alla Rhodes University presso Grahamstown, in qualità di delegato della sua università, Biko nota che agli studenti neri è riservato un trattamento diverso rispetto a quello previsto per quelli bianchi. Ciò, unito alla constatazione del clima di repressione instaurato dal governo e dalle forze dell’ordine in tutto il Paese, a seguito del Massacro di Sharpeville del 1960, per cui i movimenti di liberazione dei neri ANC e PAC vengono messi al bando, determina in Biko la convinzione che i tempi siano maturi per fondare un’associazione alternativa a NUSAS, pronta ad adottare nuovi metodi di lotta. Sono i giorni del Durban Moment: inizia a farsi strada, tra coloro che si battono per i diritti in Sud Africa, la convinzione che una società autenticamente non razzista non faccia distinzione fra gli oppressi e, da quel momento, il termine Black designa tutte le etnie oggetto di discriminazione nel Paese: Coloured, Indians e Bantu o Nativi. Biko diventa leader indiscusso di un gruppo sempre più nutrito di studenti, che iniziano a riunirsi per discutere le idee sulla decolonizzazione, il razzismo e i diritti civili dei neri espresse da pensatori come Du Bois e Fanon.

Oltre a partecipare a una conferenza della NUSAS a Johannesbourg, nel luglio del 1968, Biko interviene al raduno dell’UCM, il Movimento Universitario Cristiano, a Stutterheim: gli studenti neri, vittima del Group Areas Act, che impedisce loro di sostare in una zona urbana oltre le 72 ore senza permesso, non sono sufficientemente supportati da quelli bianchi con un’azione di protesta decisa e così, per la prima volta, decidono di riunirsi da soli. A seguito di tali eventi, nel dicembre del 1968, viene indetta la prima conferenza della SASO (South African Students’ Organization), di cui fanno parte esclusivamente studenti neri. Biko ne è eletto presidente per l’anno 1969.

Nel 1970, Biko lascia a Barney Pityana la carica di presidente della SASO e diventa responsabile delle pubblicazioni dell’organizzazione, realizzando una rubrica mensile dal titolo I write what I like, per la quale firma gli articoli con lo pseudonimo di Frank Talk. Nello stesso anno, grazie soprattutto alla diffusione delle idee contenute nel manifesto studentesco della SASO, pubblicato nel 1969, nasce il BMC, Black Consciousness Movement, un movimento che reputa indispensabile, nella lotta contro la discriminazione razziale, un processo di coscientizzazione dei neri, che li porti a condurre in modo autonomo e consapevole, senza il supporto dei bianchi, la battaglia contro le politiche segregazioniste e discriminanti dei governi dell’Apartheid.

Nell’ottica della formazione di una coscienza nera, Biko si impegna nella promozione di programmi comunitari di sviluppo e, nel 1972, favorisce la nascita della BPC (Black People’s Convention); lo scopo è quello di dar vita a un sistema economico regolato dai valori di uguaglianza e giustizia sociale e a una politica educativa gestita da neri e ad essi esclusivamente rivolta. A tale scopo, lavora assiduamente per i BCP (Black Community Programmes), una serie di progetti, riservati e gestiti solo alla componente nera della popolazione sudafricana, volti all’acquisizione progressiva della consapevolezza di essere capaci di portare avanti progetti e attività in modo autonomo.

Il 26 febbraio 1973, per volere del governo nazionale, guidato da Balthazar Johannes Vorster, Biko, assieme ad altri membri del BCM, viene sottoposto al bando per 5 anni. Costretto a trasferirsi a King William’s Town, grazie all’aiuto di un giovane prete anglicano, David Russel, Biko trasforma un vecchio edificio religioso della città in sede organizzativa del BCM e dei BCP e, sebbene sottoposto a dure restrizioni che lo portano a essere costantemente vigilato dalla polizia e gli impediscono di incontrare più di una persona alla volta, continua nel suo impegno di guida del Movimento.

La notizia del cessate il fuoco dell’8 settembre 1973 - che mette fine alla guerriglia in Mozambico per l’indipendenza dal Portogallo, portata avanti dal Fronte di Liberazione per il Mozambico (FRELIMO) - innesca un’ondata di entusiasmo in molti stati africani, convinti che l’esperienza del Mozambico possa essere esportata anche nei loro Paesi: a Biko si deve l’iniziativa della grande manifestazione Viva Frelimo, organizzata il 25 settembre presso il Curries Fountain Football Stadium. Biko viene chiamato a testimoniare, presso la Suprema Corte di Pretoria, al processo BCP/SASO, a carico di nove leader del BCM, che devono rispondere all’accusa di cospirazione e incitamento all’odio razziale, a seguito della dimostrazione del 25 settembre del ’73. Il processo, iniziato nel luglio del 1975, dura ventitré mesi e si conclude con la condanna a 5 anni di carcere per gli imputati.

Dopo la tragedia di Soweto del giugno 1976, in cui vennero uccise da parte della polizia diverse centinaia di neri, gli interrogatori e gli arresti da parte della polizia sudafricana si fanno più frequenti nei confronti di chi, a parere del governo afrikaner, minaccia l’ordine pubblico. Anche Biko viene arrestato e detenuto presso la stazione di polizia di East London. Rilasciato dopo 101 giorni, la sera del 18 agosto 1977 viene sorpreso in auto a Grahamstowm. Il giorno prima, violando le prescrizioni del bando, si è recato a Città del Capo, per incontrare altri leader della lotta anti-apartheid. Arrestato nuovamente dalla polizia di sicurezza di Port Elizabeth, si spegne il 12 settembre 1977, a Pretoria, dove è giunto qualche ora prima in stato di iperventilazione e completamente nudo, a bordo di una Land Rover e privo di qualsiasi assistenza medica. L’inchiesta che segue la sua morte accerta che le cause del decesso sono da imputare a una lesione cerebrale, ma non vengono chiarite le circostanze per cui Biko si è procurato tale lesione, né vengono identificati eventuali colpevoli. La cerimonia funebre è celebrata dal reverendo Desmond Mpilo Tutu. Solo nel 1997, una commissione istituita per volere dello stesso Tutu, è giunta ad appurare la verità: cinque ex agenti della polizia segreta di Pretoria hanno confessato di aver torturato e ucciso Stephen Bantu Biko. Oggi, le sue spoglie sono custodite presso lo Steve Garden of Remembrance, nei pressi di Ginsberg.

Biko non ha mai fatto ricorso alla violenza nella sua lotta contro le ingiustizie dei governi dell’apartheid; l’acquisizione di una “coscienza”, che egli propugnava presso i neri e le altre etnie discriminate del Paese, era volta alla realizzazione di una società multietnica in cui fosse evitata la fase transitoria di rivalsa violenta dei neri contro i bianchi.

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