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Francia Márquez 1981

attivista ambientale e leader delle comunità afro-colombiane

Francia Márquez

Francia Márquez Inaki Makazaga

Francia Elena Márquez Mina nasce nel 1981 a Suárez, nel nord del dipartimento del Cauca, in Colombia. Ha quindici anni quando decide di unirsi alle proteste contro il governo colombiano che programmava di spostare il fiume Ovejas verso la diga Salvajina. Il mega progetto avrebbe avuto un impatto negativo sul territorio ancestrale appartenente alle comunità afro-colombiane, eliminandone così la loro identità etnico culturale.

Nel 2009 Francia inizia un processo di lotta e resistenza per impedire che 6000 persone della sua comunità vengano espulse dal territorio, che il governo aveva consegnato a un’impresa transnazionale per lo sfruttamento minerario. Márquez intenta così una causa contro di esso “per violazione dei diritti fondamentali”, documentando che la prima presenza della comunità risaliva al 1636, e che la Costituzione riconosceva il diritto dei popoli indigeni, contadini e afro-discendenti ai loro territori. Dopo un anno vince la causa e viene così ordinato al governo di rispettare i titoli di terra, di paralizzare gli spostamenti e di effettuare una consultazione preliminare per concedere nuove licenze di sfruttamento minerario. Tuttavia, l’estrazione illegale comincia ad assediare la regione. Nel 2010 arrivano le prime terne e con esse le prime malattie dovute all’aumento dei livelli di mercurio nell’acqua. Nei quattro anni seguenti, più di 2000 macchine perforano il fiume in cerca dell’oro. Dopo aver consultato le organizzazioni internazionali, Márquez decide di agire. Nel 2014, insieme ad altre 18 donne, inizia la “mobilitazione delle donne nere per la tutela della vita e dei territori ancestrali”, in seguito ribattezzata “Marcia dei Turbanti”. Camminano dal loro territorio alla capitale visitando lungo la strada altre comunità in via di estinzione. In 10 giorni percorrono 350 chilometri, arrivando a Bogotà con il supporto totale di 150 donne. Le istituzioni le accolgono, ma nessuno mostra un reale impegno a cambiare la situazione. Così decidono di accamparsi in una “assemblea permanente” di fronte al Ministero dell’Interno e alla Presidenza di Stato. Il governo le accusa di “minaccia alla sicurezza nazionale”. Ma nessuno osa toccarle. I media nazionali e internazionali seguono i progressi e le proteste di Francia. Così, il governo è costretto a trovare un accordo, e ordina pubblicamente di distruggere tutti i macchinari che hanno perforato la regione.

Marquez nel 2015 riceve il Premio Nazionale della Colombia e viene invitata a partecipare al processo di pace a L’Avana. Da quando, però, il suo nome appare nella firma di denuncia contro il governo nel 2010, Francia non smette di ricevere minacce. Da qui la scelta obbligata di fuggire e continuare a lottare lontano dal suo Paese di origine. Intraprende così un tour in tutta Europa come riferimento internazionale. Nell’aprile del 2018 a Parigi riceve il Goldman Environmental Prize, per aver sfidato l’estrazione illegale e la costruzione di dighe nel suo Paese. “I privilegi dell’Europa sono sostenuti nel saccheggio di altri Paesi” afferma Francia “vi chiediamo di mettere il vostro sviluppo al servizio della vita delle nostre comunità. Ci stanno uccidendo, è un genocidio”.

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Difendere la Terra, difendere i diritti

Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.

Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.