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Guadalupe Campanur

protettrice della comunità indigena e dei boschi del Cherán

Ambientalista attiva nella difesa della comunità indigena del Cherán - situato nella parte nordoccidentale dello Stato messicano di Michoacán, uno dei più colpiti dalla criminalità legata al narcotraffico - lotta strenuamente per la difesa dei boschi, contro i traffici illegali del crimine organizzato. Fonda la Ronda Comunitaria de Cherán, che svolge funzioni di guardaboschi e dà il via al movimento dei comuneros di Cherán: un municipio di 20.000 abitanti che dal 2008 difende il territorio dalle mafie del Michoacán, dichiarandosi poi municipio autonomo nel 2011 con un governo stabilito dalla comunidad, senza partiti politici. Nella zona del Cherán appunto, le collusioni in atto tra i partiti, mafia e polizia sono così forti che, nel 2011, la popolazione - con le donne in prima fila - guida una rivolta per respingere la criminalità al di fuori dei propri confini.

Guadalupe entra nel mirino delle eco-mafie e viene assassinata in Messico nel gennaio del 2018. La comunità chiede di condannare l'omicidio dell'attivista come "femminicidio", in ragione del fatto che il suo corpo è stato trovato senza vestiti e con segni di violenza. Sono le donne ora a occuparsi dell'andamento della regione del Cherán, con un sistema giudiziario che punisce con multe o condanne ai lavori socialmente utili chi si macchia di irregolarità.

La lotta per difendere l’ambiente ha reso Cherán un simbolo della difesa del territorio e delle risorse naturali in Messico. Una lotta già costata la vita a molti.

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Difendere la Terra, difendere i diritti

Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.

Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.