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Valerij Legasov 1936 - 1988

l'uomo che riuscì a mitigare le conseguenze di Chernobyl

Valerij Legasov

Valerij Legasov

Chimico, con le sue pronte decisioni mitigò i danni del terribile incidente nucleare di Chernobyl, giocando un ruolo fondamentale sia nel team che gestì l’emergenza, sia nelle successive indagini sulle cause dello scoppio.

Quando scoppiò la Centrale (26 aprile 1986), Legasov era primo vicedirettore dell'Istituto Kurčatov di Energia Atomica. Fu nominato membro della commissione a cui il governo sovietico diede l'incarico di investigare le cause del disastro e prendere tutte le misure necessarie per ridurre i danni. Era stato scelto perché considerato uno scienziato acquiescente alle direttive del Partito. Di fronte al disastro che si trovò davanti, Legasov fu invece costretto a prendere in mano la situazione, seppure con poco tempo e anche commettendo degli errori, rompendo il muro di silenzio e le bugie ufficiali.

Insisté per l’evacuazione della popolazione di Pripyat, salvando molte vite, e lavorò senza sosta, incurante delle radiazioni a cui era esposto, per cercare di contenere le disastrose conseguenze dell’incidente: una miscela di boro contenente piombo, sabbia e argilla venne gettata dagli elicotteri nel nocciolo del reattore per assorbire le radiazioni. 

Anche di fronte a uno smarrito e confuso Michail Sergeevič Gorbačëv (che molti anni dopo non esitò a confessare che “la tragedia di Chernobyl è stata il segno della fine dell’Unione Sovietica”), e ai suoi colleghi scienziati, non esitò a parlare chiaramente e a mostrare i rischi che l'impianto, seppure distrutto, ancora rappresentava. Per molte settimane rimase sul sito di Chernobyl esponendosi alle radiazioni più pericolose.

Legasov riferì poi all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica a Vienna un resoconto sulle responsabilità umane e dell'Unione Sovietica nel disastro. Il suo intervento calmò la comunità internazionale, ma irritò i colleghi sovietici. Mikhail Gorbachev tolse per ben due volte il suo nome dalla lista di quelli che avrebbero ricevuto una decorazione di Eroe del Lavoro Socialista per l’intervento di risposta all’emergenza di Chernobyl, dicendo che “altri scienziati non raccomandano di premiarlo”.

Dopo la relazione fu emarginato e ridotto al silenzio: venne vietata la diffusione dei suoi dossier veritieri. Nel giorno del secondo anniversario del disastro, Legasov si impiccò, mentre il suo corpo si stava deteriorando per le conseguenze delle radiazioni assorbite. Prima di uccidersi, registrò una cassetta audio nella quale rivelava tutti i fatti relativi alla catastrofe che gli era stato impedito di rivelare. Il suicidio di Legasov ebbe ripercussioni in tutto il mondo del nucleare nell'Unione Sovietica. In particolare il governo dovette ricredersi su quanto detto ed ammise le problematiche strutturali di cui l'impianto di Chernobyl soffriva già prima del disastro. Il 20 settembre 1996, in occasione del primo decennale della tragedia, il presidente russo Boris El'cin gli conferì il titolo tardivo di Eroe della Federazione Russa per il coraggio e l'eroismo dimostrati nell'investigazione del disastro.

Legasov con il suo coraggio e la sua ostinata ricerca della scomoda verità, assieme a pochi altri scienziati, ha salvato l’Europa Centrale da un disastro che poteva assumere dimensioni ancora più grandi (ormai si parla ufficialmente di 93mila morti) e durature. 

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Chi sono questi defenders? Si tratta di persone che, con un’azione pacifica, sono in prima linea nella protezione dell’ecosistema. Persone comuni, che probabilmente non si riferirebbero mai a loro stesse con l’appellativo di “difensori”. Tra loro troviamo indigeni che vivono tra le montagne o le foreste e vogliono proteggere le terre dei loro antenati e le loro tradizioni da multinazionali o catene di hotel di lusso, o ranger che cercano di contrastare il bracconaggio, o ancora avvocati, giornalisti o membri di Ong che denunciano abusi e illegalità.

Il 60% dei crimini ai loro danni avviene in America Latina, in particolare in Brasile, Colombia, Honduras e Perù. L’industria estrattiva è la maggiore causa delle proteste, e di conseguenza delle morti, anche in India e Turchia. In Messico e nelle Filippine gli ambientalisti vengono uccisi principalmente per mano di gang criminali, mentre in Africa la più grande minaccia alla loro vita arriva dal bracconaggio.