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Zandile Nhlengetwa

Attivista impegnata per il dialogo e la riconciliazione

Zandile Zungu Nhlengetwa è ideatrice e promotrice di progetti miranti al consolidamento della pace e alla promozione dei ceti svantaggiati in Sud Africa. Ultima di cinque figli, è nata nel 1955 a Lamontville, una township fuori Durban, da una famiglia di etnia zulu, non povera ma dallo stile di vita molto austero. 
Nel 1975 consegue una laurea grazie alla quale può intraprendere il lavoro dell’insegnamento

Quattro anni dopo, sposa Thamsanqa Nhlengetwa (Thami) contro la volontà dei genitori e ha due figli. Questo rapporto, che negli anni diventerà determinante per le sue scelte di vita, inizialmente si presenta irto di difficoltà. I problemi scaturiscono dall’attività che il marito svolge all’interno dell’African National Congress e che lo costringe a lunghi periodi di assenza dalla famiglia. Zandile è costretta a stabilirsi in casa della suocera, che pretende da lei una sottomissione totale. Ciò che più la angoscia, è il dubbio che il marito non abbia niente in comune con lei. I principi evangelici ai quali è stata educata, infatti, mal si conciliano con i metodi violenti dell’ANC. Questi dubbi si dissolvono quando Thami smette di peregrinare da un paese all’altro e si stabilisce definitivamente in famiglia, con la quale si trasferisce nel 1981 alla periferia di Soweto: Zandile sembra aver realizzato il sogno di una vita familiare serena e appagante. 

Nel 1989 il sogno si spezza brutalmente: Thami viene ucciso ed è subito evidente che si tratta di un assassinio politico. A partire da questo evento traumatico, la vita intera di Zandile subisce un capovolgimento. La priorità da lei precedentemente data alla dimensione privata lascia il posto a un impegno pubblico, che si accompagna alla presa di coscienza dei problemi del proprio popolo. Mette in secondo piano l’iniziale approccio religioso e abbraccia la fede politica del marito. Anche il lavoro di insegnante viene piegato alla necessità di fare dei suoi studenti dei cittadini responsabili e consapevoli dei propri diritti. Non si tratta di un compito facile, perché occorre innanzitutto incanalare verso mete positive la violenza che pervade la grandissima maggioranza dei giovani. Agli occhi dei conservatori il lavoro di formazione di Zandile ha una dimensione squisitamente politica ed è per questo che, nel 1993, la sua casa viene incendiata e distrutta fin dalle fondamenta. 

Zandile non si sente più sicura a Soweto, soprattutto per l’incolumità dei figli. Decide quindi di ritornare nel paese natale, nel KwaZulu-Natal, dove tuttavia trova una situazione di guerra civile fra le due forze, entrambe espressione del popolo nero, dell’African National Congress e dell’Inkatha Freedom Party. Le vittime si contano a centinaia, così come le comunità distrutte. Zandile si impegna allora nell’organizzazione “Sopravvissuti dalla violenza”, dove utilizza la competenza acquisita nella precedente attività di educazione dei giovani alla pace. Viene inviata nella zona di Bhambayi, centro di raccolta di migliaia di profughi in fuga dalla guerra civile. Il suo compito è di rintracciare le persone traumatizzate dalla violenza e di trovare per loro qualche forma di assistenza. Un anno dopo la riconciliazione nazionale e l’elezione di Nelson Mandela, questa regione desolata è la più violenta del Sud Africa e del mondo. 

Qui, dopo aver superato la diffidenza del “Development Forum”, un organismo istituito per promuovere la riconciliazione, dove cooperano pariteticamente esponenti dell’ANC e dell’IFP, Zandile affronta il problema della violenza giovanile. Il suo metodo è pragmatico: avvicinare i giovani gli uni agli altri e far vedere come, dietro un “nemico”, si celi un essere umano. L’esperienza dei giovani con cui Zandile entra in contatto è contrassegnata da episodi di atrocità compiute o subite, che suscitano sentimenti di vendetta e di costante paura, inducendo la totalità di loro, maschi e femmine, a portare sempre un’arma con sé. In un decennio Zandile riscuote la fiducia della popolazione e, anche se fra gravi difficoltà, resistenze e perfino assassinii, ottiene grandi successi nel porre un freno agli episodi di violenza.

Nel 2004 suo figlio adottivo viene ucciso da due giovani criminali. Questo tragico evento, dopo averla gettata in un profondo sconforto, determina anche, indirettamente, una svolta importante nelle sue future attività. Dopo essersi battuta per far condannare i due giovani criminali alla massima pena, benché minorenni, viene fortemente scossa dall’accusa della madre di uno di loro di essere una donna di potere. Zandile si pente di aver agito unicamente sulla base del proprio dolore e cerca di entrare in contatto sia con i ragazzi in prigione che con le madri. Le occorre un lungo tempo affinché le due donne si aprano alle sue offerte di dialogo e riconciliazione. Zandile fa di questo dialogo un’occasione per affrontare i problemi, soprattutto di povertà e ignoranza, delle giovani madri. Poco a poco attira intorno a sé altre donne e, alla fine, costruisce un gruppo femminile che mette al primo posto l’aiuto alle donne in difficoltà, facendone anche un’occasione di riflessione e di crescita culturale e politica, formalizzata nel 2006 con la costituzione del “Harambe Forum delle donne”. 

Dal 2008 Zandile collabora al Peace Makers Program del Joan B. Kroc Institute For Peace & Justice dell’Università di San Diego negli Stati Uniti. Altri due campi che la vedono attiva sono quelli del recupero e della formazione dei ragazzi di strada e del sostegno delle comunità con malati di AIDS.

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La lotta contro l'apartheid

nel Sudafrica degli anni '90

Le prime proteste contro il regime di apartheid coinvolsero sia i neri che bianchi, con manifestazioni e sabotaggi contro obiettivi strategici come centrali elettriche e altre infrastrutture. Le forze di sicurezza del regime sofforcarono brutalmente questa ondata di dimostrazioni. Nei primi anni ’60 venne formato l’African National Congress, con l’ala armata Umkonto we Sizwe (“spada della nazione”), che cominciò a usare la violenza. Per reprimere le proteste le autorità sudafricane ricorsero a provvedimenti molto duri: nel 1975 fu sancita l’obbligatorietà di usare l’afrikaans in tutte le scuole; i neri furono privati di tutti i diritti civili e politici, sfrattati dalle loro case e deportati nelle “homeland del sud”. I negozi dovevano servire per primi i clienti bianchi, e i neri per muoversi nelle zone dei bianchi dovevano avere speciali passaporti. Per via di questo regime di discriminazione il Sud Africa negli anni ’80 venne fatto oggetto di sanzioni ed escluso dalle Olimpiadi. Figura chiave del movimento anti-apartheid fu Nelson Mandela, uno studente di legge che aveva ascoltato da giovane le storie dei neri che avevano resistito alla colonizzazione e sognava di contribuire a realizzare la libertà del suo popolo.