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Dag Hammarskjöld 1905 - 1961

Segretario generale dell'Onu, Nobel per la pace, "al servizio dell'umanità"

Dag Hammarskjöld

Dag Hammarskjöld

Nato a Jönköping in Svezia, Dag era il più giovane dei quattro figli di Agnes Almquist e Hjalmar Hammarskjöld, che fu primo ministro della Svezia, membro del Tribunale dell'Aia, governatore dell’Uppland e presidente del Consiglio della Fondazione Nobel. Trascorse gli anni della propria infanzia e adolescenza seguendo gli spostamenti del padre: dapprima in Danimarca, poi a Uppsala, poi a Stoccolma, nei tre anni in cui Hjalmar Hammarskjöld fu a capo del governo. “Da generazioni di soldati e funzionari governativi, da parte di mio padre, ho ereditato la convinzione che nessuna vita fosse più soddisfacente di quella del servizio disinteressato al proprio Paese o all'umanità. Da studiosi ed ecclesiastici da parte di mia madre, ho tratto la certezza che tutti gli uomini fossero uguali come figli di Dio”, dichiarò nel 1953 in veste di Segretario generale Onu.

Il suo principale interesse intellettuale e professionale, per diversi anni della sua giovinezza, fu l'economia politica, vissuta sempre con riguardo verso i propri ideali. Laureato in economia e in giurisprudenza, fu per trent’anni negli affari finanziari svedesi e internazionali, poi sottosegretario al ministero delle Finanze e capo della Banca di Svezia. Insieme a suo fratello maggiore, Bo, che allora era sottosegretario al Ministero della previdenza sociale, Hammarskjöld redasse inoltre la legislazione che ha aperto la strada alla creazione dell’attuale “stato sociale” e, come negoziatore finanziario internazionale, attirò l’attenzione ai colloqui che organizzarono il Piano Marshall. Hammarskjöld fu poi una presenza importante nel Ministero degli Affari Esteri del proprio Paese, portando avanti una politica di cooperazione economica internazionale rimanendo lontano dall'appartenenza a qualsiasi partito.

Hammarskjöld rappresentò la Svezia per la prima volta come delegato alle Nazioni Unite nel 1949 e di nuovo dal 1951 al 1953. Ricevendo cinquantasette voti su sessanta, fu eletto Segretario generale delle Nazioni Unite nel 1953 per un mandato di cinque anni e rieletto nel ’57. Dedicò tutto se stesso a questa causa, cercando di costruire una solida base operativa per l’Organizzazione; scrisse per il suo Segretariato una serie di regolamenti che definivano le responsabilità dei membri nei confronti dell'organizzazione internazionale di cui facevano parte e affermavano la loro indipendenza da interessi di tipo strettamente nazionale.

Durante quegli anni, intervenne in favore delle popolazioni minacciate in diversi conflitti, attraverso quella che amava chiamare "diplomazia preventiva”, cercando di stabilire una maggiore indipendenza morale di scelta nella stessa carica di Segretario generale. Negoziò personalmente il rilascio dei soldati americani catturati dai cinesi nella guerra di Corea; durante la crisi del Canale di Suez del 1956, lavorò per convincere le Nazioni Unite a invalidare l'uso della forza da parte di Israele, Francia e Gran Bretagna e commissionò la Forza di emergenza delle Nazioni Unite (UNEF), la prima mobilitata da un'organizzazione internazionale; diresse la costituzione del Gruppo di osservazione delle Nazioni Unite in Libano e dell'Ufficio delle Nazioni Unite in Giordania, determinando il ritiro delle truppe americane e britanniche che vi erano state inviate. Dal suo intervento in queste crisi, derivarono procedure nuove per l'ONU: l'uso dell'UNEF, l'impiego di una “presenza” dell'ONU nei punti critici del mondo e una tendenza in costante crescita a fare del Segretario generale l'esecutivo per le operazioni di pace.

Con questo spirito, Hammarskjöld affrontò con le Nazioni Unite i problemi derivanti dalla nuova indipendenza di vari Paesi in via di sviluppo. Il più difficile di questi, quello del Congo appena liberato, sorse nel luglio 1960, quando il nuovo governo locale - di fronte all'ammutinamento del suo esercito, alla secessione della sua provincia del Katanga e all'intervento delle truppe belghe - chiese aiuto all’ONU, che rispose inviando una forza di mantenimento della pace, con Hammarskjöld a capo delle operazioni. La situazione, da subito estremamente complessa e pericolosa, peggiorò quando, nel settembre 1961, arrivando a Leopoldville per discutere i dettagli degli aiuti delle Nazioni Unite con il governo congolese, Hammarskjöld apprese che erano scoppiati combattimenti tra le truppe del Katanga e le forze non combattenti dell’ONU. Il bilancio delle vittime fu stimato tra le 30 e le 200, in gran parte katanghesi, ma anche caschi blu.

Pochi giorni dopo, nel tentativo di ottenere un cessate il fuoco, il Segretario partì in aereo per una conferenza personale con il presidente Tshombe del Katanga e non fece mai ritorno. Era la notte tra il 17 e il 18 settembre 1961. “Hammarskjöld stava per ottenere qualcosa quando l’hanno ucciso. Notate bene, ho detto ‘l’hanno ucciso’”, dichiarò l’ex presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman, allora settantasettenne, all’indomani del ritrovamento dell’aereo che trasportava Hammarskjöld e altre 15 persone nella giungla a qualche chilometro dalla pista dell’aeroporto di Ndola (città nell’allora Rhodesia Settentrionale, attuale Zambia). Ancora oggi, anche alla luce dell’ultima inchiesta Onu compiuta sul caso e conclusa nel settembre 2019 dal procuratore tanzaniano Mohamed Chande Othman, non é provato se si trattò di un incidente oppure no; ciò che è certo è che le circostanze in cui avvenne furono tutt’altro che trasparenti.

Hammarskjöld ricevette postumo il premio Nobel per la pace nello stesso anno, “per aver costruito un Segretariato ONU efficiente e indipendente e portato avanti una linea non subordinata nei confronti delle grandi potenze. Per aver organizzato una forza di mantenimento della pace in Medio Oriente dopo la crisi di Suez e per il suo impegno per la pace durante la guerra civile in Congo.”

Il suo diario, pubblicato nel 1963, Tracce di Cammino, rivelò postuma anche la parte spirituale e interiore del diplomatico integerrimo amante della letteratura, con una punta di delicata ironia.

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