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Raif Badawi

il blogger saudita condannato a mille frustate

Raif Badawi

Raif Badawi

Raif Badawi nasce il 13 gennaio 1984 in Arabia Saudita. Studia fino alla seconda media. Nel 2002 si sposa con Ensaf Haidar, da cui ha tre figli: Terad, Najwa e Miriam. La loro è una vita felice, fin quando lui decide di aprire il blog Liberi Liberali Sauditi. Ensaf comincia a temere per lui perché sa che “le istituzioni religiose in Arabia Saudita erano potenti, feroci e brutali”, come ha scritto in una lettera nella quale dichiara di pregare costantemente il sovrano del regno, Salmān, di graziare suo marito. La prima convocazione di Raif davanti ai servizi di sicurezza arriva nel 2007. In un primo momento, Badawi riesce comunque a compiere viaggi all’estero - compreso quello a Londra nel 2008 -, e si rende conto delle importanti differenze esistenti tra gli Stati di diritto e il regime del suo Paese.

Scrive sulla laicità dello Stato, sulla democrazia, perfino su Israele e Hamas: “Non sono a favore dell'occupazione israeliana di nessun Paese arabo, ma al contempo non voglio sostituire Israele con uno Stato religioso... la cui unica preoccupazione sarebbe quella di diffondere la cultura della morte e l'ignoranza tra la sua gente, mentre noi abbiamo bisogno di modernizzazione e di speranza”. 
Badawi continua a difendere la laicità, scrivendo nel suo blog, ad esempio: “La laicità rispetta ognuno e non offende nessuno… La laicità è la soluzione pratica per fare uscire i Paesi (incluso il nostro) dal terzo mondo e farli entrare nel mondo sviluppato”. Il blogger entrava anche nello specifico, con un riferimento ai Paesi europei: “Guardate che cosa è successo dopo che i popoli europei sono riusciti a rimuovere il clero dalla vita pubblica e restringerne il ruolo alle loro chiese. Hanno costruito esseri umani e promosso illuminazione, creatività e ribellione. Gli Stati basati sulla religione confinano la loro gente in un circolo basato sulla fede e sulla paura”.

Nel 2008 viene arrestato per la prima volta. Viene rilasciato dopo una giornata di interrogatori, ma gli viene vietato di lasciare il Paese. Nel 2009 gli vengono congelati i beni. La famiglia di Ensaf inoltra una domanda di divorzio per costringerla a lasciare il marito “apostata”, ma la donna decide di restare al fianco di Raif. 
In seguito all’arresto di Raif nel 2012, Amnesty International l’ha definito prigioniero di coscienza, “detenuto unicamente per avere esercitato pacificamente il suo diritto alla libertà d’espressione ". Un portavoce del gruppo ha riaffermato che “perfino in Arabia Saudita, dove la repressione dello Stato è implacabile, va oltre ogni logica cercare di condannare a morte un attivista il cui unico ‘crimine’ è stato di animare un dibattito sociale online”. Human Rights Watch ha fatto appello al governo, affermando: “Le accuse contro di lui, basate solamente sul coinvolgimento di Badawi nella creazione di un sito Web per la discussione pacifica sulla religione e le figure religiose, violano il suo diritto alla libertà d’espressione". Raif è infatti comparso davanti a una corte distrettuale a Gedda il 17 dicembre 2012 con l’accusa di avere “messo su un sito Web che mina la sicurezza generale, ridicolizzando figure di religiosi islamici e uscendo dai canoni dell’obbedienza”. Quel giudice ha deferito Raif a una corte di rango più alto dichiarando che “non avrebbe emanato una sentenza in un caso di apostasia”. Il 22 dicembre, la Corte Generale di Gedda ha deciso di procedere con l’accusa di apostasia. La corte più alta di grado si è rifiutata di ascoltare il caso e l’ha rinviato alla corte inferiore.

Il 30 luglio 2013, i media sauditi hanno riferito che Raif Badawi era stato condannato a sette anni di prigione e 600 frustate per aver fondato un forum su Internet che “violava i valori islamici e propagandava il pensiero liberale”. La corte ha anche ordinato la chiusura del sito Web.
Il 7 maggio 2014 Raif è stato condannato nuovamente a 1000 frustate, dieci anni di prigione e una multa di un milione di riyal (circa $267,000). Anche il suo avvocato, Waleed Abulkhair, è stato arrestato, dopo avere fondato l’organizzazione per i diritti umani Monitor of Human Rights in Saudi Arabia.
Il 9 gennaio 2015, Raif Badawi è stato frustato 50 volte davanti a centinaia di spettatori di fronte a una moschea di Gedda, ed è la prima serie delle 1000 fustigate che dovrà ricevere in poco più di venti settimane. Per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, la pubblica esecuzione della sentenza è uno spettacolo “turpe”.

A questa condanna si sono uniti diversi esponenti di Amnesty International, dal Medio Oriente al Canada. Zeid Raad al-Hussein, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha detto che le frustate sono “come minimo, una forma di pena crudele e inumana” che la legislazione internazionale dei diritti umani proibisce.Al-Hussein, della famiglia regnante giordana, ha chiesto di fermare le frustate e di graziare Badawi, e di “rivedere urgentemente questo tipo di pena straordinariamente severa”. Il caso di Raif ha mobilitato anche l’opinione pubblica, arrivando ai social network con l’hashtag #JeSuisRaif.

“È impossibile descrivere come mi sono sentita - ha raccontato Ensaf Haidar -. È stato un misto indescrivibile di tristezza e dolore.. era orribile immaginare quello che stava accadendo a Raif “. La donna ha poi aggiunto: “Apprezzo tutti coloro che si interessano al caso di Raif. Spero che tutti i governi del mondo intensificheranno i loro sforzi per fare pressione sulle autorità in modo che fermino quanto intendono fare a mio marito. Credo che possano riuscirci, se parlano direttamente al governo saudita”. Ensaf ha iniziato a ricevere minacce di morte fin dalle ultime fasi del processo. La donna è quindi fuggita in Canada, dove ha ottenuto asilo politico per se stessa e per i tre figli e ha raccontato la vicenda del marito nel libro Raif Badawi: The voice of freedom. My husband, our story. Ha dichiarato più volte che la gente del Canada ha preso a cuore il caso di Raif in maniera encomiabile, ma che i figli naturalmente saranno “molto più sereni” quando potranno ricongiungersi al padre.

Onorificenze e premi

Premio Sakharov per la libertà di pensiero 2015 del Parlamento europeo
Premio per la Libertà d’Espressione del giornale Deutsche Welle, 2015
Courage Award 2015 dal Geneva Summit for Human Rights and Democracy.
Aikenhead Award 2015 della Scottish Secular Society.
One Humanity Award 2014 dal PEN club Canada.
Netizen Prize of Reporters without Borders 2014.
Membro onorario di PEN Canada, Danimarca e Germania.
Candidato dal partito spagnolo per la Libertà individuale (P-LIB) per il 2014 Freedom Award.
Candidato all’International Publishers Association’s Freedom to Publish Prize 2014.
Candidato al Nobel per la pace.

Coraggio civile

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Il Comitato Foresta dei Giusti vuole far conoscere coloro che si sono battuti e si battono per difendere i perseguitati, le vittime innocenti di crimini contro l'Umanità, per salvaguardare la dignità e i diritti umani ovunque siano calpestati, per affermare la volontà di vivere in pace nella convivenza civile, per rivendicare la libertà di espressione e il dovere della verità.