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Valeria Valentin

una suora in soccorso dei perseguitati in Cile

Il Palazzo della Moneda in Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973

Il Palazzo della Moneda in Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973

Valeria Valentin era una suora - la segretaria del vescovo Fernando Ariztià - e l’11 settembre 1973, durante il golpe del generale Augusto Pinochet, si trovava a Santiago del Cile. Durante la sua permanenza nel Paese che fu costretta a lasciare quattro anni dopo, Valeria si impegnò - rischiando la vita e subendo diversi interrogatori - in difesa dei perseguitati dal regime.

Centro della sua attività era l’ambasciata italiana a Santiago, che divenne rifugio e salvezza per centinaia di cileni. “All’ambasciata italiana - ha ricordato la donna nell’unica intervista rilasciata per raccontare la sua storia - c’era allora il console Roberto Toscano, che ci fu di grande aiuto e venne in nostro soccorso. Quando i controlli si fecero più stringenti, arrivavamo di notte ed io mi mettevo con le spalle al muro e li aiutavo a scavalcarlo. Al telefono, dall’interno dell’ambasciata, mi indicavano anche la marca di sigarette: era dove si doveva scavalcare il muro. Io telefonavo ai nostri amici all’interno dell’ambasciata e loro mi dicevano ‘due Marlboro, tre Hilton…’, la cifra indicava il numero di quelli che potevamo far scappare. Così abbiamo salvato più di 300 persone”.

Nei giorni successivi al colpo di stato militare, centinaia di persone furono arrestate e trasportate nei due stadi della capitale Santiago - lo Stadio Nacional venne infatti trasformato in un enorme campo di raccolta degli oppositori politici. Tra il 1973 e il 1990 circa 40mila persone vennero imprigionate e torturate; le vittime furono più di 3mila, i desaparecidos 1200. Il governo cileno creò la DINA, la polizia segreta, con il compito di effettuare arresti sistematici nei confronti di presunti oppositori del regime: gli agenti sequestravano le persone dalle loro case, al lavoro o in strada, e spesso nessuno sapeva più nulla di loro.

“Il vescovo Ariztià aveva dato vita al Comitato della Pace all’indomani del golpe - ha raccontato Valeria Valentin, e noi, che eravamo un gruppo molto unito di missionari, decidemmo di costituire una rete clandestina per salvare la gente perseguitata. Avevo il compito di organizzare, coordinare, dirigere e ampliare la nostra rete di collaboratori. Il nucleo centrale era composto da una decina di persone. Una delle tecniche era quella di nascondere i ricercati nelle case o all’interno della baraccopoli, o in ospedale o nei conventi, e poi di notte farli raggiungere le ambasciate e la Nunziatura, aiutandoli a oltrepassare il muro di cinta. A quel punto erano in salvo”.

Lo stesso Roberto Toscano, allora console a Santiago, ha ricordato l’azione di Valeria Valentin, che inizialmente si recava nel suo ufficio e “lasciava pacchi e lettere che dovevo portare agli asilados, i rifugiati. Ma veniva un po’ troppo spesso, così capii che non solo aveva indirizzato da noi la gente in pericolo ma li aveva accompagnati, e persino aiutati a saltare il muro”.

La suora venne scoperta dalla polizia del regime dopo aver soccorso il sindacalista Nelson Gutierrez e la sua famiglia. Sottoposta a diversi interrogatori, venne liberata solo dopo l’intervento diretto del cardinale - che telefonò a Pinochet minacciando una crisi diplomatica - e fu costretta a lasciare il Paese.

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