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Cardinale Jozsef Mindszenty 1892 - 1975

oppositore al dialogo tra Chiesa e regime comunista

Nasce, con il nome di Jozsef Pehm, il 29 marzo 1892 a Csehimindzsent, nella regione di Vas, al confine con l’Austria e la Slovenia, nei territori dell’impero austro-ungarico. Il padre era magistrato. Viene ordinato sacerdote il 12 giugno 1915. Nel 1917 pubblica il primo libro Maternità. Il 9 febbraio 1919 è arrestato dal governo socialista di Mihaly Karoly e rimane in carcere fino alla fine del governo comunista di Bela Kun. 

Nel 1941 cambia il cognome per renderlo ungherese, derivandolo dal nome del villaggio natale. Nello stesso periodo si unisce al Partito dei Piccoli Proprietari che si oppone al Partito Fascista delle Croci Frecciate. Il 25 marzo 1944 viene consacrato vescovo della prestigiosa sede di Veszprem. Il 26 novembre è arrestato per essersi opposto al governo delle Croci Frecciate e accusato di tradimento. 

Esce dal carcere nell’aprile del 1945. Il 15 settembre è nominato Primate di Ungheria ed arcivescovo della sede primaziale di Esztergom. Papa Pio XII lo eleva alla dignità cardinalizia il 18 febbraio 1946. Nel 1948 il governo comunista ungherese bandisce tutti gli ordini religiosi e il 26 dicembre Mindszenty viene arrestato ed accusato di tradimento, cospirazione, e oltraggio all’ordinamento dello Stato. Poco prima di essere arrestato aveva scritto una memoria in cui affermava di non essere coinvolto in nessuna cospirazione, e che ogni sua confessione in questo senso gli sarebbe stata estorta con la violenza. Per tutto il periodo della prigionia viene ripetutamente torturato per fargli ammettere i suoi presunti crimini.
Il processo inizia il 3 febbraio 1949. L’8 febbraio Mindszenty è condannato al carcere a vita per alto tradimento. Le autorità rendono noto il cosiddetto Libro giallo, un elenco delle confessioni rese da Mindszenty sotto tortura. Il 12 febbraio 1949 papa Pio XII lancia la scomunica contro tutti coloro che sono coinvolti nel processo. Nella lettera apostolica Acerrimo Moerore il pontefice condanna pubblicamente le torture e l’incarcerazione del cardinale. 

Il 30 ottobre 1956, durante la Rivoluzione Ungherese, il Primate viene liberato e fa ritorno nella capitale. Il 2 novembre parla agli insorti e il giorno dopo trasmette un messaggio-radio di sostegno alla rivolta. In seguito, il governo di Kadar userà questi discorsi per dimostrare l’influenza “clericale, imperialista e contro-rivoluzionaria” sugli eventi del ’56. Quando il 4 novembre l’esercito sovietico invade l’Ungheria, Mindszenty trova rifugio nell’Ambasciata degli Stati Uniti a Budapest. Vi rimarrà per 15 anni, senza alcuna possibilità di uscirne. Dopo molti tentativi diplomatici di risolvere lo spinoso caso della “prigionia” del cardinale portati avanti senza successo sia dal Vaticano che dagli USA (ai quali la sua presenza in Ambasciata creava non pochi imbarazzi), si arriva finalmente ad un compromesso nel 1971: papa Paolo VI accetta di dichiarare Mindszenty una “vittima della storia” (e non del comunismo) e di ritirare la scomunica contro i suoi persecutori e avversari politici. 

Così il 28 settembre 1971 le autorità ungheresi danno finalmente a Mindszenty il permesso di lasciare il Paese. Il cardinale si trasferisce a Vienna, ma rifiuta di andare in pensione e rimane quindi formalmente Primate di Ungheria fino al 1973, all’età di 82 anni. Per riguardo al vecchio cardinale, il seggio primaziale rimane vacante fino alla sua morte, il 6 maggio 1975. All’inizio del 1976 papa Paolo VI nomina Primate d’Ungheria il vescovo Laszlo Lekai, che dimostrerà un atteggiamento di forte sottomissione al governo Kadar. 

Il giudizio sul cardinal Mindszenty è controverso: da un lato è indubbio il suo coraggio nell’opporsi sia al totalitarismo nazista che a quello comunista; d’altro canto hanno destato perplessità alcuni atteggiamenti aristocratici e la sua intransigente chiusura a ogni dialogo con la nuova realtà del comunismo, che ha privato la Chiesa ungherese di un chiaro punto di riferimento autorevole, lasciandola in balia del Potere, che si è infiltrato a tutti i livelli nella struttura ecclesiastica, sia attraverso l’Ufficio per gli Affari Religiosi, che controllava le nomine di vescovi e parroci, sia attraverso l’organizzazione del clero filo-governativa dei “Preti per la Pace”.

BIBLIOGRAFIA
Jozsef Mindszenty, Memorie, Rusconi, Milano, 1975.

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I dissidenti del totalitarismo

nei regimi comunisti dell'Europa centrale

Il cosiddetto “dissenso” nei regimi comunisti dell’Est europeo non è riducibile alla semplice connotazione di “opposizione” suggerita dalla definizione, ma deve essere considerato innanzitutto come il tentativo di costruire una “polis parallela” basata sulla responsabilità di ogni cittadino e volta a occupare gli spazi di libertà culturale, sociale e umana strappati al regime totalitario all’interno del tessuto sociale. Gli esponenti di Charta ’77 e di Solidarnosc, come Vaclav Havel, Radim Palous, Jacek Kuron, Adam Michnik, hanno sempre sottolineato che il “il potere dei senza potere” consiste nel vincere la paura attraverso la forza creata da un’assunzione collettiva di responsabilità, testimoniata dall’esortazione a “vivere la verità” in una società basata sulla menzogna. Molto spesso la loro azione di “dissenso” consisteva nel reclamare l’applicazione delle leggi, come quella sulla libertà di coscienza, e degli accordi internazionali sottoscritti dai loro Paesi, come gli Accordi di Helsinki. Da qui è nato un ampio movimento in grado di influire sui comportamenti e sulla mentalità dell’opinione pubblica, al punto che - a parte la Romania – il sistema totalitario è stato rovesciato in modo pacifico, senza spargimento di sangue, con una nuova classe dirigente riconosciuta dalla maggioranza della popolazione, pronta ad assumersi la responsabilità della cosa pubblica.