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Milan Simecka 1930 - 1990

Critico del pensiero utopico e del socialismo reale

Nasce a Novy Bogumin; dal 1949 al 1953 studia Letteratura russa e céca all’Università di Brno, l’anno seguente si trasferisce a Bratislava dove insegna Filosofia marxista alla facoltà di Medicina e Farmacia e poi al Conservatorio. Negli anni ’60 inizia ad analizzare le utopie sociali a cui nel 1963 dedica il primo libro, Le utopie sociali e gli utopisti, e anche il volume del 1967, La crisi dell’utopia.

Per Simecka l’utopia consiste in una concezione regressiva della storia, in una visione falsata della conoscenza, nell’idealizzazione della ragione, della povertà e dell’uguaglianza, in una forma di determinismo morale e in una sorta di esaltazione para religiosa. Analizzando l’essenza del pensiero utopico, ne ritrova molti elementi nella pratica sociale e politica del sistema comunista. Studiando l’utopia riconosce “nella forma contemporanea del socialismo (…) l’influenza delle vecchie immagini utopiche” fra cui comprende anche i tentativi “di creare un unico e indiscutibile schema di socialismo e comunismo”, inteso come l’ideale sommo cui aspira il mondo intero. Vede un futuro per il socialismo solo nel ritorno al valore dell’uomo e nell’abbandono delle “immagini semplicistiche del secolo scorso”. Questa sua posizione è in conflitto con il modello leninista di socialismo e anche con il determinismo storico marxista, per questo egli si colloca nella corrente revisionistica rappresentata negli anni ’60 da molti intellettuali marxisti. 

Tra il 1967 e il 1968 lavora all’Istituto di Storia dell’Europa di Magonza, approfondendo soprattutto lo studio della Scuola di Francoforte e della “nuova sinistra”, in particolare il pensiero di Marcuse. 

Dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968, è espulso dal Partito comunista, gli viene proibito di insegnare e fare ricerca. Lavora come muratore, sua moglie Eva è licenziata dall’Università e al figlio minore, Martin Milan, è precluso l’accesso alle scuole superiori. Negli anni '70 pubblica grazie all’editoria clandestina numerosi articoli e saggi che spesso vengono tradotti all’estero. Tra il 1977 e il 1979 scrive Il ritorno dell’ordine. Contributo alla tipologia del socialismo reale, in cui analizza il processo di “normalizzazione” dopo il 1969 ed esprime il proprio scetticismo verso ogni costruzione ideologica: “l’ideologia è sempre servita a conferire una dimensione sovrumana ai crimini, così da dare l’impressione che essi non siano commessi dalla mano dell’uomo, ma dalla potente ed imperscrutabile mano della storia”. È continuamente vessato dalla polizia, di fronte alla minaccia di espulsione dall’università del figlio maggiore non firma la Dichiarazione di Charta ’77. Nel 1981 è arrestato e rimane in prigione per oltre un anno con l’accusa di “attività sovversiva”. 

È scarcerato nel maggio 1982, anche per le numerose proteste dell’opinione pubblica all’estero ma la sua salute è gravemente minata dalla reclusione. Nel 1984 pubblica il saggio Il Winston Smith céco, un commento al libro di Orwell 1984, in cui confronta il mondo del romanzo con il socialismo reale. Nello stesso anno scrive insieme a Miroslav Kusy Esperienze europee di fronte al socialismo reale, una raccolta di saggi di politologia in cui analizza lo sviluppo del pensiero utopico e ne fa una lettura critica. In altri libri ripercorre la storia del pensiero marxista e la sua messa in pratica: i saggi Da Ovest a Est e L’ideologia russa esaminano l’evoluzione del marxismo in URSS, mentre Il commercio delle dittature studia i regimi totalitari in Europa, altri scritti analizzano il comunismo. L’autore afferma che “il sistema socio-economico creato da Stalin è divenuto il fondamento stabile del socialismo reale”, vedendo con ciò la continuità indissolubile tra le diverse fasi di sviluppo dei regimi comunisti. Nel 1985 pubblica nell’editoria clandestina una serie di saggi in cui riflette sul destino dei singoli individui, spesso tragicamente colpiti dal potere e dall’apparato al servizio dell’ideologia, che mirano a far perdere loro la propria identità e individualità. Descrivendo l’azione del regime, che tende al controllo totale della vita del singolo, analizza anche un altro aspetto del socialismo reale: “il tentativo dei sistemi dell’Europa dell’Est di fermare la storia”, costringendo i propri cittadini a vivere solo dentro “una piccola storia”, e studia i metodi con cui i regimi comunisti manipolano la memoria storica spersonalizzandola in modo da ridurre la storia a un processo astratto: “una piramide eretta da costruttori anonimi (…), cosa che a priori esclude la domanda se le pietre avessero potuto essere collocate in modo e secondo un ordine diversi, e soprattutto se tutto l’edificio abbia un senso”. Il volume La fine dell’immobilità del 1988 raccoglie i risultati delle ricerche sulla perestrojka in URSS e sulla ripresa d’iniziativa della società cecoslovacca. 

Dopo il 1989, per qualche mese è deputato al Consiglio Nazionale Slovacco e nella primavera del 1990 diviene consulente del presidente Havel per la politica estera. Muore a Praga per un attacco di cuore.

Milan Simecka, Lezioni per il ristabilimento dell’ordine, E/O, Roma, 1982
Milan Simecka, Miroslaw Kusy, Il Grande Fratello e la Grande Sorella, ovvero la società della paura, CSEO Outprints, Bologna, 1982

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I dissidenti del totalitarismo

nei regimi comunisti dell'Europa centrale

Il cosiddetto “dissenso” nei regimi comunisti dell’Est europeo non è riducibile alla semplice connotazione di “opposizione” suggerita dalla definizione, ma deve essere considerato innanzitutto come il tentativo di costruire una “polis parallela” basata sulla responsabilità di ogni cittadino e volta a occupare gli spazi di libertà culturale, sociale e umana strappati al regime totalitario all’interno del tessuto sociale. Gli esponenti di Charta ’77 e di Solidarnosc, come Vaclav Havel, Radim Palous, Jacek Kuron, Adam Michnik, hanno sempre sottolineato che il “il potere dei senza potere” consiste nel vincere la paura attraverso la forza creata da un’assunzione collettiva di responsabilità, testimoniata dall’esortazione a “vivere la verità” in una società basata sulla menzogna. Molto spesso la loro azione di “dissenso” consisteva nel reclamare l’applicazione delle leggi, come quella sulla libertà di coscienza, e degli accordi internazionali sottoscritti dai loro Paesi, come gli Accordi di Helsinki. Da qui è nato un ampio movimento in grado di influire sui comportamenti e sulla mentalità dell’opinione pubblica, al punto che - a parte la Romania – il sistema totalitario è stato rovesciato in modo pacifico, senza spargimento di sangue, con una nuova classe dirigente riconosciuta dalla maggioranza della popolazione, pronta ad assumersi la responsabilità della cosa pubblica.