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Věra Čáslavská 1942 - 2016

l'atleta ceca che si voltò in segno di protesta durante l'inno sovietico

Poteva avere tutto: soldi, fama, carriera, eppure, dicendo quel no, il no dei Giusti, ha scelto di perdere tutto pur di non perdere se stessa e la propria dignità e integrità morale. Nata a Praga nel 1942, Věra Čáslavská è stata una straordinaria atleta ceca capace di vincere in soli 11 anni di carriera 11 medaglie olimpiche, tra cui 7 ori, cui vanno aggiunte le dieci medaglie dei Campionati del mondo e le tredici di quello europeo. Quattro volte atleta dell’anno in Cecoslovacchia e, nel 1968, migliore atleta del mondo. Ma non fu solo con i suoi prodigi ginnici che questa donna formidabile stupì tutto il mondo.

Ai Giochi Olimpici di Città del Messico del 1968, poco dopo l’invasione della Cecoslovacchia delle armate del Patto di Varsavia, inviate da Mosca a soffocare la Primavera di Praga, sul podio, durante l’inno sovietico, Věra Čáslavská dimostrativamente si voltò rischiando la squalifica dal primo posto. Tornata in patria, preferì rinunciare a tutto e lavorare come donna delle pulizie piuttosto che approvare l’invasione sovietica come il regime chiese a lei, e a migliaia di cecoslovacchi, di fare per spezzarne l’integrità morale. Nonostante le pressioni del marito e dell’allora presidente Gustav Husák, la Čáslavská non revocò mai, a differenza di altri grandi atleti quali Raška o Zátopek, la propria firma sotto la petizione Duemila parole, uno dei due documenti più importanti della Primavera di Praga, nato nell’ambito dell’Accademia delle Scienze per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle crescenti pressioni sovietiche volte a fermare la stagione di riforme che la Cecoslovacchia stava vivendo. Ma coraggiosa e integerrima non lo fu soltanto nei tempi difficili. Dopo la Rivoluzione di Velluto, infatti, riconquistata la libertà di gestire la propria vita, rifiutò sia l’offerta interessante di diventare ambasciatrice in Giappone, paese che amava, che la poltrona da sindaco di Praga. Scelse, invece, di lavorare per Václav Havel che stimava profondamente ma che, com’era nel suo stile, non mancò di criticare duramente quando lo riteneva opportuno. Mai gli perdonò, infatti, di aver scelto dopo la Rivoluzione la via della riconciliazione con gli esponenti del vecchio regime e di non aver vietato per legge il partito comunista.

Un’onda spontanea di cordoglio accompagnato dalla memoria delle sue posizioni ferme ha seguito la notizia del suo decesso, avvenuto nella sua Praga natia il 30 agosto di quest’anno all’età di 74 anni. E anche questa volta, come purtroppo sta accadendo sempre più spesso, il presidente ceco Miloš Zeman non ha mancato di cercare di cancellare dalla memoria del paese la storia dell’oppressione totalitaria sovietica e della coraggiosa lotta della dissidenza cecoslovacca. Infatti, in ricordo di questo straordinario personaggio, si è limitato ad un mero riconoscimento dei suoi meriti sportivi: “i suoi straordinari successi sportivi rimarranno nella mente di tutti noi per sempre,” omettendo volutamente e colpevolmente quel coraggio civile e quella fierezza morale che, oltre alla fama, costarono alla Čáslavská anche la famiglia. Una strategia ben concertata con la quale parte dell’establishment politico ceco sta cercando, tramite l’oblio o la deformazione della memoria storica, di spingere il paese nella vecchia sfera d’influenza orientale. Dimostrazione, ancora una volta, di quanto sia importante la conservazione della memoria delle gesta di coloro che ebbero il coraggio di dire no.

Biografia scritta da Andreas Pieralli 

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I dissidenti del totalitarismo

nei regimi comunisti dell'Europa centrale

Il cosiddetto “dissenso” nei regimi comunisti dell’Est europeo non è riducibile alla semplice connotazione di “opposizione” suggerita dalla definizione, ma deve essere considerato innanzitutto come il tentativo di costruire una “polis parallela” basata sulla responsabilità di ogni cittadino e volta a occupare gli spazi di libertà culturale, sociale e umana strappati al regime totalitario all’interno del tessuto sociale. Gli esponenti di Charta ’77 e di Solidarnosc, come Vaclav Havel, Radim Palous, Jacek Kuron, Adam Michnik, hanno sempre sottolineato che il “il potere dei senza potere” consiste nel vincere la paura attraverso la forza creata da un’assunzione collettiva di responsabilità, testimoniata dall’esortazione a “vivere la verità” in una società basata sulla menzogna. Molto spesso la loro azione di “dissenso” consisteva nel reclamare l’applicazione delle leggi, come quella sulla libertà di coscienza, e degli accordi internazionali sottoscritti dai loro Paesi, come gli Accordi di Helsinki. Da qui è nato un ampio movimento in grado di influire sui comportamenti e sulla mentalità dell’opinione pubblica, al punto che - a parte la Romania – il sistema totalitario è stato rovesciato in modo pacifico, senza spargimento di sangue, con una nuova classe dirigente riconosciuta dalla maggioranza della popolazione, pronta ad assumersi la responsabilità della cosa pubblica.