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Wa Lone

un giornalista per i Rohingya

Wa Lone

Wa Lone https://www.reuters.com/?edition-redirect=fr

Wa Lone è originario di Kin Pyit, un villaggio di circa 100 famiglie a nord di Mandalay, nell’arida pianura centrale del Myanmar. Figlio di coltivatori di riso, orfano di madre fin da piccolo, ha sempre mostrato un grande interesse per le notizie. Uno dei suoi fratelli lo ricorda, a 10 anni, intento a seguire i notiziari su un televisore condiviso del loro villaggio.

Nel 2004 si è trasferito in un monastero buddista, dove suo zio era monaco, pulendo le celle e preparando il cibo per i monaci in cambio dell’ospitalità e poi recandosi a lavorare in un’azienda di servizi fotografici. Nel 2010 è tornato a Yangon, stabilendo un’attività di servizi fotografici e iscrivendosi a una scuola di formazione online e a un corso di inglese. Nel giro di pochi mesi ottiene il primo lavoro come giornalista, scrivendo sul settimanale People’s Age, ma è solo nel 2014 che la sua carriera compie un vero balzo in avanti: Wa Lone entra infatti nella redazione del Myanmar Times, coprendo con i suoi reportage le elezioni generali del 2015 che hanno portato al potere dopo l’esilio il Premio Nobel per la pace Aung San Sui kyi. "Non appena ho incontrato Wa Lone, ho capito che dovevamo assumerlo. - ha dichiarato l’ex editore del giornale, Thomas Kean - Era premuroso, attento e chiaramente nato per il giornalismo.” Al Myanmar Times incontra quella che sarebbe diventata sua moglie, Pan Ei Mon.

In quegli anni, Wa Lone scrive un libro per bambini, The Gardener, e fonda il Third Story Project, una fondazione benefica che produce e distribuisce storie che promuovono la tolleranza tra i diversi gruppi etnici del Myanmar e supportano gli orfani. Per diffondere queste storie si reca in tutto il Paese, e soprattutto nei poveri villaggi rurali, regalando libri ai bambini o leggendo per loro.

Nel 2016 entra a far parte di Reuters, occupandosi di argomenti delicati come l’appropriazione di terre da parte dei militari e l’omicidio del politico Ko Ni. È per la Reuters che inizia ad occuparsi dei Rohingya, il “popolo senza Stato” originario del Rakhine e oggetto di una vera e propria operazione di pulizia etnica a partire dal 2017. Raccontare le violenze dell’esercito birmano non è semplice, soprattutto in un Paese che ancora sta sperimentando gli strascichi della giunta militare. Il suo reportage lo ha quindi reso un bersaglio: nel dicembre 2017, insieme al collega Kyaw Soe Oo, viene arrestato a Yangon, considerato illegalmente possessore di alcuni documenti ufficiali riguardanti l’uccisione di 10 uomini da parte di un gruppo di soldati e di abitanti di un villaggio a nord del Rakhine e condannato a 7 anni di carcere per aver violato la legge sui Secrets Act.
I due si dichiarano subito innocenti e puntano il dito contro la polizia, che li avrebbe incastrati invitandoli a una cena durante la quale sarebbero stati consegnati loro proprio quei documenti di Stato per cui poi sono stati detenuti. Decine di giornalisti e attivisti hanno manifestato per le strade di Yangon contro quella che ha rappresentato un’evidente minaccia alla libertà di stampa. “Non ho paura, ha detto Wa Lone, non ho fatto niente di sbagliato e credo nella giustizia e nella democrazia”.

Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono stati rilasciati, nel maggio 2019, dopo più di 500 giorni di prigione. La loro liberazione è stata possibile solo grazie a un’amnistia generale, che ha visto il rilascio di 6520 prigionieri.

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