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Julij Daniel' 1925 - 1988

denuncia la violenza del re­gime stalinista sull'uomo comune

Daniel' nella copertina di "Lettere dalla prigionia"

Daniel' nella copertina di "Lettere dalla prigionia"

Insegnante di letteratura russa, scrittore e traduttore, pubblica in Occidente alcuni racconti (Qui parla Mosca, L'espiazione, Mani) con lo pseudonimo di Nikolaj Arzhak. Smascherato e arrestato, viene tradotto in giudizio insieme ad Andrej Sinjavskij e condannato nel febbraio 1966, al termine di un processo che desta sensazione nella società sovietica e in Occidente, anche perché gli accusati si dichiarano non colpevoli e ribadiscono anzi con forza che la letteratura non è di competenza dei tribunali. Viene condannato a 5 anni di lager, ma continua a lottare per i diritti dei prigionieri subendo spesso la cella di rigore. Riesce anche a far uscire dal campo un ciclo di poesie (Versi dalla prigione, 1971). Scontata la pena, gli è proibito di vivere a Mosca e si stabilisce a Kaluga, dove rimane fino alla morte, rifiutando l'opzione di emigrare fuori dai confini sovietici. Recentemente, a cura del figlio, è uscito un grande volume di Lettere dalla prigionia.

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L'ardua difesa della dignità umana

nel totalitarismo comunista

Il GULag come organizzazione del sistema dei lager sovietici è stato un potente strumento di sterminio di intere categorie di cittadini nelle mani del totalitarismo comunista, in URSS dalla metà degli anni Venti e per imitazione negli altri paesi del blocco comunista, sia in Europa che in Estremo Oriente, nella seconda metà del Novecento.
Attraverso il terrore il regime ha esercitato un ferreo controllo sociale e la sottomissione completa della popolazione.
Per chi voleva opporsi non si trattava di rischiare la vita per salvare un altro essere umano, ma di salvare la propria identità anche a costo della vita. Solo così, indirettamente, altre vite sono state salvate e questa coraggiosa resistenza morale ha contribuito al disfacimento dell’impero sovietico, fino al crollo del 1989.