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Storie italiani nel GULag

Storie di vittime italiane

del totalitarismo sovietico

Nel corso degli anni Venti e sino ai primi anni Trenta del Novecento, all'emigrazione tradizionale delle comunità italiane di Kerc’ e di Mariupol, in Crimea, si affiancò quella cosiddetta politica, composta da comunisti, anarchici, socialisti e antifascisti in generale. Mosca divenne meta di continui pellegrinaggi politici: vi si recavano spesso, ma per brevi periodi, i dirigenti del PCI di medio e alto livello, i militanti che venivano inviati a lavorare come funzionari negli organismi di partito e, infine, i quadri che dovevano studiare alle scuole di partito. Si può calcolare che vi fossero in URSS, all'epoca, circa 4000 italiani.
Complessivamente furono circa 1020 quelli che vi subirono qualche forma di repressione tra il 1919 e il 1951: fucilazione, internamento in un campo di lavoro forzato, confino, deportazione, privazione dei diritti civili, perdita del lavoro, emarginazione. Almeno 110 furono fucilati e 140, condannati al lavoro forzato, mentre una cinquantina di essi fu inviata al confino, mentre più di 550 membri delle comunità italiane in Crimea furono deportati nel Kazachstan del Nord nel 1942.
Molti, nonostante tutto, hanno continuato a credere nell’ideale del comunismo e chi di loro è riuscito a salvarsi, spesso è tornato alla vita civile con rassegnazione e senza speranza. Alcuni invece hanno sentito il dovere di denunciare il sistema totalitario sulla cui natura si erano illusi, soprattutto per onorare i compagni scomparsi. In questa missione hanno incontrato enormi difficoltà, hanno rischiato nuove persecuzioni e sono stati oggetto di discriminazione e di ostracismo.
Le loro storie solo ora cominciano a venire alla luce, con l’apertura degli archivi sovietici e l’impegno del gruppo Memorial a Mosca.