English version | Cerca nel sito:

Andrea Bertazzoni

il “compagno” fortunato che scampò a tutte le purghe di Stalin, ma non a quella del Pci

Testimonianza del figlio Vladimiro – Mantova e Milano, 9 novembre 2005 (intervento a Palazzo Marino in ricordo delle vittime italiane dello stalinismo)

Anche se non perse la vita, mio padre Andrea Bertazzoni, registrato in Urss con il cognome di Mukas, può considerarsi una vittima dello stalinismo italo-sovietico. Più volte mi è stato chiesto come mai mio padre non sia finito in un gulag o fucilato o imprigionato negli anni delle purghe. Gli stessi russi, quando vengono a sapere della permanenza di mio padre in Urss dal 1932 al 1946, mi chiedono incuriositi: “E non l’hanno messo dentro?”. Quando rispondo di no, leggo nelle loro espressioni un senso di incredulità. È mai possibile? Non c’è una risposta a uno stato di cose che sfugge a ogni logica e a ogni criterio. L’immagine più appropriata di quegli anni è “la roulette russa”. Tutti avevano puntata la canna della rivoltella alla tempia, ma non per tutti partì il colpo fatale. 

Un’analoga situazione fu vissuta da mio padre durante la prima guerra mondiale. Condannato per autoferimento, pacifismo, rifiuto di ammazzare e farsi ammazzare, in base all’art. 92 che prevede la pena di morte, si prese 20 anni di reclusorio militare. Un commilitone, per essersi autoferito a un dito fu fucilato (vedi Plotone di esecuzione, di Forsella-Monticone).

In Urss, di “occasioni propizie” per finire dentro ce ne furono parecchie. Se da una parte la polizia segreta russa ci metteva già del suo per scoprire i cosiddetti “nemici del popolo”, i traditori della causa, i sabotatori, i trotzkisti, i rinnegati, i socialdemocratici, dall’altra parte una buona mano gliela diedero i nostri responsabili dell’emigrazione antifascista, segnalando al NKVD quanti dei connazionali, a loro giudizio, non presentavano chiari segni di “purezza ideologica” comunista.

Mai così calzante è stata la frase di Nenni: “C’è sempre uno più puro che ti epura”. Sintetizzo in poche righe alcune delle “occasioni favorevoli” che capitarono a mio padre per finire dentro:

  • L’ormai arcinota storia della produzione del formaggio verde in Urss, che gli procurò la denuncia di essere un traditore e un avvelenatore del popolo per le muffe giallo-verdastre del prodotto (era gorgonzola!). L’episodio è del 1936. Mukas fu scagionato.
  • Una poesia contro Paolo Robotti, sempre del ’36, in cui il cognato di Togliatti viene accusato di autoritarismo così che egli “possa strillar con tutti/”Fate silenzio nel parlar con me”!”. Poesia diffusa tra i nostri connazionali. Reazione alle note caratteristiche inviate alle autorità russe dalla nostra dirigenza nelle quali Mukas veniva descritto come imbroglione e inesperto nel campo caseario.
  • La scheda “segretissima” che Elena Dundovich ha pubblicato nel volume Tra esilio e castigo, dove al nome di Bertazzoni-Mukas si legge, tra l’altro: “È politicamente debole, oscillante. Gli capitano forti residui di ideologia socialdemocratica…”. Documento del 1937: un viatico non trascurabile per il gulag.
  • Gli scontri con i vertici della dirigenza settaria italiana che rende a Mukas la vita difficile, inducono mio padre, alla fine del 1937, a chiedere di lasciare l’Urss per la Francia. Gli risponde la presidente del Soccorso Rosso Internazionale, Elena Stassova, già segretaria di Lenin, che Mukas deve chiedere prima il proscioglimento della cittadinanza sovietica e poi… Cosa che mio padre non fece poiché poteva preludere a un viaggio anziché a Parigi a Kolyma.
  • La nostra casa fu sempre aperta ai familiari di italiani incappati nelle purghe: mogli, figli, conoscenti. Una casa dunque sospettabile.
  • Nelle autobiografie inviate ai nostri vertici Bertazzoni confessa di essere stato passivo in un solo campo, “quello riguardante l’attività apologetica nei confronti di Robotti” (allora incarcerato e torturato). E a Vincenzo Bianco, altro capo del fuoriuscitismo, che scriveva a mio padre: “Cerca di liberarti del fiele che hai contro il partito altrimenti è meglio che non ti rivolgi più…”. E Mukas gli rispondeva che una cosa è il partito inteso come classe operaia, un’altra cosa è la concezione caporalesca che hanno del partito i suoi vertici. Affermazioni e polemiche non certo favorevoli a un futuro tranquillo…

Nel 1939 Robotti, durante gli interrogatori in carcere, fa i nomi degli italiani “che non capivano fino in fondo la politica del Pcus e del governo sovietico… Non accettavano la critica dei loro difetti alla maniera bolscevica…”. Tra questi c’è anche il nome di mio padre. Alcuni dei nomi fatti ebbero triste sorte. E quando, come ricorda Felicita Ferrero, i nostri indiziati dicevano alla polizia di chiedere conto ai dirigenti italiani sulla propria estraneità alle accuse, gli agenti rispondevano: “Ma se sono proprio loro…” i delatori dei connazionali.

Altra “occasione” propizia ci fu in Uzbekistan, quando mio padre fu chiamato a fare l’interprete nel campo n. 26, dove erano rinchiusi 2000 prigionieri italiani. Siamo nel 1944. Un ufficiale sovietico denunciò mio padre per essere caduto sotto l’influenza dei fascisti, perché si opponeva alle vessazioni che certi ufficiali, non rispettando gli accordi internazionali, compivano nei confronti dei nostri militari. La denuncia ebbe un seguito…il degrado dell’ufficiale. Le conferenze che teneva mio padre ai prigionieri cominciavano così: “Carissimi amici connazionali”. Il “carceriere” che tratta così i carcerati! Molti prigionieri, al rientro in patria, testimoniarono nei loro ricordi l’atteggiamento umano e comprensivo del “commissario Mukas”.

Se gli anni di stalinismo vissuti in Urss non ebbero drammatiche conseguenze per ragioni imperscrutabili, anche se causarono momenti di grave tensione e di vera e propria disperazione, lo stalinismo “made in Italy” non tardò a produrre i suoi effetti. Rientrato in Italia nella primavera del 1946, Bertazzoni (già perseguitato dal fascismo, incarcerato, fuoriuscito in Francia per 7 anni e in Urss per 14) nel 1951 venne espulso dal Pci, che titolò quel provvedimento sulla stampa “Vigilanza rivoluzionaria” e lo motivò così: “Bertazzoni ha dato prova di non possedere ideologia comunista, ma di essere sostanzialmente imbevuto di gretta mentalità socialdemocratica”. Sembra di leggere le note caratteristiche stilate dai vertici del Pci in Urss.

Erano gli anni della vicenda dei “rinnegati” Magnani e Cucchi (partigiani, parlamentari emiliani critici verso i vertici togliattiani asserviti a Mosca). Non si trattò solo di atti disciplinari, ma di persecuzione, isolamento, licenziamento dal lavoro. Una situazione vissuta dalla nostra famiglia e analogamente dal Magnani e da altri, ben descritta da Franca Magnani nel suo libro Una famiglia italiana, quando parenti, zii, cugini, erano sollecitati dal Pci ad additare come infame il proprio familiare.

Ormai sono passati tanti decenni, ma è giusto non dimenticare… nella direzione così spesso invocata da Nella Masutti, Pia Piccioni, Dante Corneli e tanti altri che invano hanno chiesto il riconoscimento degli errori, delle complicità, dell’abbandono al tragico destino di connazionali, a un Pci per tanti anni rimasto sordo agli appelli, un Pci che non ha mai fatto proprio il grido di disperazione di Emilio Guarnaschelli: “Compagni, ci siamo sbagliati! Coraggio”. Oggi, con le vittime, ricordiamo anche i loro familiari, che subirono le conseguenze di una concezione dispotica della vita civile, sociale e politica.

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Storie di vittime italiane

del totalitarismo sovietico

Nel corso degli anni Venti e sino ai primi anni Trenta del Novecento, all'emigrazione tradizionale delle comunità italiane di Kerc’ e di Mariupol, in Crimea, si affiancò quella cosiddetta politica, composta da comunisti, anarchici, socialisti e antifascisti in generale. Mosca divenne meta di continui pellegrinaggi politici: vi si recavano spesso, ma per brevi periodi, i dirigenti del PCI di medio e alto livello, i militanti che venivano inviati a lavorare come funzionari negli organismi di partito e, infine, i quadri che dovevano studiare alle scuole di partito. Si può calcolare che vi fossero in URSS, all'epoca, circa 4000 italiani.
Complessivamente furono circa 1020 quelli che vi subirono qualche forma di repressione tra il 1919 e il 1951: fucilazione, internamento in un campo di lavoro forzato, confino, deportazione, privazione dei diritti civili, perdita del lavoro, emarginazione. Almeno 110 furono fucilati e 140, condannati al lavoro forzato, mentre una cinquantina di essi fu inviata al confino, mentre più di 550 membri delle comunità italiane in Crimea furono deportati nel Kazachstan del Nord nel 1942.
Molti, nonostante tutto, hanno continuato a credere nell’ideale del comunismo e chi di loro è riuscito a salvarsi, spesso è tornato alla vita civile con rassegnazione e senza speranza. Alcuni invece hanno sentito il dovere di denunciare il sistema totalitario sulla cui natura si erano illusi, soprattutto per onorare i compagni scomparsi. In questa missione hanno incontrato enormi difficoltà, hanno rischiato nuove persecuzioni e sono stati oggetto di discriminazione e di ostracismo.
Le loro storie solo ora cominciano a venire alla luce, con l’apertura degli archivi sovietici e l’impegno del gruppo Memorial a Mosca.