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Famiglia Pergolo

una famiglia italiana perseguitata dal regime comunista in Crimea

Testimonianza di Francesco Pergolo – Genova, 11/11/2005

L’origine, a Trani
Trani, 30 Gennaio 1851
Nasce Antonio Pergolo (il bisnonno). Sappiamo, dai racconti tramandati in famiglia, che Antonio divenne uomo di mare. Navigando su un battello da carico sulla rotta da Trani al Mar Nero, decise di fermarsi in Crimea (allora Russia), a Kerch, dove sposò Teresa Mureten, una giovane francese la cui famiglia, originaria di Avignone, eserciva a Kerch una pasticceria. 

Due generazioni nascono in Crimea, a Kerch
Kertch, 27 Ottobre 1879
Nasce Giuseppe (il nonno), figlio di Antonio Pergolo e di Teresa Mureten. Viene battezzato il 30 Ottobre nella chiesa cattolica di Kertch, secondo l’atto certificato dal Parroco, don Giovanni Arazoff (il 28 Aprile 1898). Il documento in italiano porta, con la translitterazione del nome dal russo all’italiano, al cambiamento dell’ultima vocale, per cui il cognome cambia da Pergola in Pergolo. Giuseppe si sposa poi con Antonina Evangelista, appartenente alla colonia italiana di Kertch, da cui ha cinque figli: papà Antonio (1902), zio Bartolomeo (1904), zio Gaetano (1907), più Francesco e Giorgetta, morti in giovane età per un’epidemia di tifo o di malaria. Giuseppe lavora fino al 1910 a Ekaterinovka come capo elettricista per una società francese e in seguito, fino al 1919, per una società belga, in qualità di capo della locale centrale termoelettrica a vapore. Il fratello di Giuseppe, Gaetano, sposa – sempre a Kertch - Lina Bassi, da cui ha due figli: Antonio e Nicola, padri dei nostri cugini Alla e Pietro. La famiglia mantiene la fede cattolica, testimoniata dalla prima comunione di Antonio nella chiesa di Novorossisk il 5 aprile 1915.

I preparativi per la fuga dalla Russia, dopo l’instaurazione del regime comunista bolscevico, e il viaggio verso l’Italia
Giuseppe lascia la ditta belga “per motivi politici” e inizia a programmare il ritorno in Italia con la moglie e i figli. Il primo a partire è Antonio, appena terminati gli studi liceali nel 1920, (insieme alla cugina del padre, Agostina Leconte). I genitori invece rimangono in attesa della conclusione degli studi degli altri due figli, Gaetano e Bartolomeo, con i quali lasciano la Russia in qualità di profughi soltanto nel 1922, per raggiungere Antonio a Genova.

Ora la famiglia è riunita e inizia un lento e faticoso inserimento nella vita sociale e civile in Italia
Giuseppe trova lavoro a Genova come elettricista presso l’Ansaldo prima e la Società di Navigazione Generale dal 1925. I figlio Antonio entra all’Ansaldo dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria Navale, mentre Gaetano e Bartolomeo raggiungono il successo imprenditoriale con una società di impiantistica navale per navi militari e civili. Il radicamento a Genova si conclude con il matrimonio dei tre figli di Giuseppe tra il 1935 e il 1941.

Intanto in Russia, per gli italiani rimasti, la vita è tormentata prima dal “terrore xenofobo” - scatenato dal regime sovietico di Stalin - e poi dalla guerra
I parenti e conoscenti della famiglia Pergolo rimasti in Russia sono:

  • Gaetano (prozio), fratello di nonno Giuseppe e la moglie Lina Bassi (con i figli Nicola ed Antonio) ed i cugini 
  • Angelina Evangelista (sorella di nonna Antonina) ed il marito Michele De Martino
  • La loro figlia Rina De Martino che sposa Marino Di Fonzo, arrestato e fucilato a Odessa nel 1937 (riabilitato nel 1989)
  • La loro figlia Nina De Martino che sposa Saverio Parenti, arrestato a Kertch e fucilato nel 1938 (riabilitato nel 1958)
  • Saverio Evangelista (fratello di Antonina) 
  • Il figlio Bartolomeo Evangelista che sposa Anna Di Fonzo

Con la guerra - nel 1942 e 1943 – dopo la ritirata dei tedeschi, vengono deportati nei gulag i cugini Bartolomeo Evangelista (in Siberia), Nicola Pergolo (in Kazakhstan, a Tagil) e Antonio Pergolo (negli Urali, a Krasnoiarsk). Nel 1942 , quando la Crimea cade sotto il controllo delle truppe tedesche, le zie “russe” Rina De Martino Di Fonzo, Nina De Martino Parenti, Anna Di Fonzo Evangelista con i loro figli riescono a fuggire e arrivano a Genova, dove vengono accolte dai cugini Pergolo. 

Il disgelo
1956: in URSS Kruscev, a seguito del XX° congresso del PCUS, inizia la “destalinizzazione”. Con la riabilitazione delle vittime e dei prigionieri politici perseguitati dal regime comunista, anche gli italiani ritornano dai gulag. Negli anni ’60 riprendono i contatti epistolari con i parenti rimasti in Russia (le lettere erano comunque soggette ad attenta censura, si evitavano attentamente riferimenti a situazioni politiche o sociali) 

1965: vengono a Genova su nostro invito:

  • Nicola Pergolo e la moglie Mira (lasciando “in ostaggio” i familiari: era il vecchio metodo sovietico per evitare che gli espatriati non tornassero in URSS) ospiti di papà Antonio in Via Trento
  • Bartolomeo Evangelista, minato nel fisico per le sofferenze della lunga prigionia in Siberia.

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Storie di vittime italiane

del totalitarismo sovietico

Nel corso degli anni Venti e sino ai primi anni Trenta del Novecento, all'emigrazione tradizionale delle comunità italiane di Kerc’ e di Mariupol, in Crimea, si affiancò quella cosiddetta politica, composta da comunisti, anarchici, socialisti e antifascisti in generale. Mosca divenne meta di continui pellegrinaggi politici: vi si recavano spesso, ma per brevi periodi, i dirigenti del PCI di medio e alto livello, i militanti che venivano inviati a lavorare come funzionari negli organismi di partito e, infine, i quadri che dovevano studiare alle scuole di partito. Si può calcolare che vi fossero in URSS, all'epoca, circa 4000 italiani.
Complessivamente furono circa 1020 quelli che vi subirono qualche forma di repressione tra il 1919 e il 1951: fucilazione, internamento in un campo di lavoro forzato, confino, deportazione, privazione dei diritti civili, perdita del lavoro, emarginazione. Almeno 110 furono fucilati e 140, condannati al lavoro forzato, mentre una cinquantina di essi fu inviata al confino, mentre più di 550 membri delle comunità italiane in Crimea furono deportati nel Kazachstan del Nord nel 1942.
Molti, nonostante tutto, hanno continuato a credere nell’ideale del comunismo e chi di loro è riuscito a salvarsi, spesso è tornato alla vita civile con rassegnazione e senza speranza. Alcuni invece hanno sentito il dovere di denunciare il sistema totalitario sulla cui natura si erano illusi, soprattutto per onorare i compagni scomparsi. In questa missione hanno incontrato enormi difficoltà, hanno rischiato nuove persecuzioni e sono stati oggetto di discriminazione e di ostracismo.
Le loro storie solo ora cominciano a venire alla luce, con l’apertura degli archivi sovietici e l’impegno del gruppo Memorial a Mosca.