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Gino De Marchi e la figlia Luciana 1902 - 1938

storia della "bambina contro Stalin"

Notizie tratte dal libro di Gabriele Nissim Una Bambina contro Stalin

Gino De Marchi nasce a Fossano (CN) il 19 maggio 1902. Perso il padre in tenera età, inizia a lavorare a quattordici anni per aiutare la madre. Partecipa alle lotte operaie di Torino fino all’occupazione delle fabbriche nel 1919. Diventa un militante socialista e conosce Antonio Gramsci nella redazione de L’Ordine Nuovo.  

Nel 1921 aderisce alla “scissione di Livorno” da cui nasce il Partito Comunista d’Italia e assume responsabilità dirigenti nella federazione giovanile. 

A giugno viene inviato a Mosca, ufficialmente come delegato al congresso della Gioventù comunista, in realtà per allontanarlo dall’Italia, e quasi subito arrestato con l’accusa di spionaggio. Il partito non gli perdona di aver confessato alla polizia fascista, sotto la minaccia di arresto della madre, un deposito di armi della federazione piemontese. Rinchiuso per un anno nel campo di lavoro dell’ex monastero di S. Andronico, si ammala di tubercolosi. Liberato per un primo intervento di Gramsci, convinto della sua buona fede, ma costretto al confino a Vladykino, conosce la moglie Vera, giovanissima, da cui ha la figlia Luciana. 

Soccorso dalla madre, giunta appositamente dall’Italia, a cui affida la figlia per il ritorno a Fossano, è richiamato a Mosca per l’insistente intervento dell’amico Gramsci, che ne chiede la riabilitazione. Riunita nuovamente la famiglia, negli anni successivi De Marchi inizia una brillante carriera come regista alla Mostech’film, la casa di produzione cinematografica che realizza i documentari di propaganda del regime con le parole d’ordine sulle conquiste del socialismo e le vittorie della classe operaia stakanovista. 

Nel 1937, con l’inizio delle grandi purghe staliniane, viene inserito nelle liste di proscrizione stilate dai capi dell’emigrazione del PCI e passate al NKVD, la polizia politica, che esegue gli arresti e gli interrogatori, fino alle sentenze di morte o di detenzione nel GULag. Arrestato il 2 ottobre e interrogato per mesi sotto tortura, De Marchi è condannato a morte il 22 maggio 1938 con la solita accusa di trockismo e di spionaggio, sostenuta dalle dichiarazioni delatorie di alcuni colleghi di lavoro. Viene fucilato nel poligono di Butovo, a Mosca, il 3 giugno e riabilitato il 14 luglio 1956, al termine del XX congresso del PCUS in cui Kruscev denuncia i crimini staliniani.

La figlia Luciana, che fin dal momento dell’arresto del padre si rifiuta di credere alla sua colpevolezza e di rinnegarne la parentela, conduce per tutta la vita una battaglia personale per la verità, prima in Russia e poi in Italia. Denuncia le responsabilità dei dirigenti del partito comunista, in particolare dell’amico Germanetto, che si era rifiutato di intervenire a suo favore, e ottiene il riconoscimento dell’innocenza di Gino e della sua lealtà di militante comunista. Nel 2004 scopre la targa della via di Fossano intitolata al padre e nel 2005 partecipa all’inaugurazione a Milano del Parco Valsesia, dedicato alla vittime italiane dello stalinismo. Racconta la sua battaglia a difesa della memoria del padre a Gabriele Nissim, che la descrive nel libro Una bambina contro Stalin (Mondadori, 2007).

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Storie di vittime italiane

del totalitarismo sovietico

Nel corso degli anni Venti e sino ai primi anni Trenta del Novecento, all'emigrazione tradizionale delle comunità italiane di Kerc’ e di Mariupol, in Crimea, si affiancò quella cosiddetta politica, composta da comunisti, anarchici, socialisti e antifascisti in generale. Mosca divenne meta di continui pellegrinaggi politici: vi si recavano spesso, ma per brevi periodi, i dirigenti del PCI di medio e alto livello, i militanti che venivano inviati a lavorare come funzionari negli organismi di partito e, infine, i quadri che dovevano studiare alle scuole di partito. Si può calcolare che vi fossero in URSS, all'epoca, circa 4000 italiani.
Complessivamente furono circa 1020 quelli che vi subirono qualche forma di repressione tra il 1919 e il 1951: fucilazione, internamento in un campo di lavoro forzato, confino, deportazione, privazione dei diritti civili, perdita del lavoro, emarginazione. Almeno 110 furono fucilati e 140, condannati al lavoro forzato, mentre una cinquantina di essi fu inviata al confino, mentre più di 550 membri delle comunità italiane in Crimea furono deportati nel Kazachstan del Nord nel 1942.
Molti, nonostante tutto, hanno continuato a credere nell’ideale del comunismo e chi di loro è riuscito a salvarsi, spesso è tornato alla vita civile con rassegnazione e senza speranza. Alcuni invece hanno sentito il dovere di denunciare il sistema totalitario sulla cui natura si erano illusi, soprattutto per onorare i compagni scomparsi. In questa missione hanno incontrato enormi difficoltà, hanno rischiato nuove persecuzioni e sono stati oggetto di discriminazione e di ostracismo.
Le loro storie solo ora cominciano a venire alla luce, con l’apertura degli archivi sovietici e l’impegno del gruppo Memorial a Mosca.