English version | Cerca nel sito:

Ugo Citterio 1900 - 1943

il comunista torturato in Italia dal regime fascista e perseguitato in Urss dal regime comunista

Testimonianza del nipote Giuseppe Brenna – Milano, 11/11/2005

Ugo Citterio è nato l’11 ottobre 1900 a Seregno (MI) da una famiglia operaia. Rimasto orfano di padre in tenera età, viene mandato in collegio e a dodici anni inizia a lavorare come garzone apprendista in una fonderia. Durante la prima guerra mondiale, all’età di diciassette anni, si arruola volontario nell’Esercito Italiano, combattendo al fronte sino alla fine del conflitto guadagnandosi i gradi di sergente.

Finita la guerra, torna a lavorare in fonderia e nel 1922 si iscrive al P.C.I. Nello stesso anno viene arrestato una prima volta per aver organizzato uno sciopero. Negli anni a seguire, a causa della sua militanza comunista, viene più volte incarcerato, picchiato, torturato e processato dal Tribunale Speciale. Perde il lavoro e la moglie ottiene la separazione legale.

Temendo per la sua vita, nel 1934 il Soccorso Rosso lo fa emigrare clandestinamente in Francia. Si stabilisce a Parigi, dove tuttavia non riesce a trovare lavoro, a causa delle precarie condizioni di salute, retaggio delle torture subite nelle carceri fasciste. Per questo nel 1935 viene inviato in URSS a curarsi. Qui sposa una cittadina sovietica e nel 1937 partecipa alla guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali. Ferito in combattimento, viene ricoverato in un ospedale di un campo di concentramento in Francia. Rientrato nuovamente in URSS, riprende a lavorare presso una fonderia di bronzo, ma si rifiuta di acquisire la cittadinanza sovietica, preferendo mantenere lo status di apolide. 

A metà del 1940 viene arrestato a Mosca con la solita accusa di appartenere a un’organizzazione trockista che svolge attività controrivoluzionaria. Imprigionato in un carcere della polizia politica, viene interrogato e torturato per diverse settimane, sino a quando “spontaneamente” si dichiara colpevole di tutte le accuse addebitategli. Viene condannato a otto anni di lavori forzati in un gulag della Repubblica dei Comi, dove arriva nel gennaio 1941.

Dagli atti ufficiali risulta che muore di tubercolosi (più verosimilmente per le feroci percosse subite) il 23 luglio 1943 nell’ospedale interno del gulag. È stato riabilitato il 12 febbraio 1955.

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Storie di vittime italiane

del totalitarismo sovietico

Nel corso degli anni Venti e sino ai primi anni Trenta del Novecento, all'emigrazione tradizionale delle comunità italiane di Kerc’ e di Mariupol, in Crimea, si affiancò quella cosiddetta politica, composta da comunisti, anarchici, socialisti e antifascisti in generale. Mosca divenne meta di continui pellegrinaggi politici: vi si recavano spesso, ma per brevi periodi, i dirigenti del PCI di medio e alto livello, i militanti che venivano inviati a lavorare come funzionari negli organismi di partito e, infine, i quadri che dovevano studiare alle scuole di partito. Si può calcolare che vi fossero in URSS, all'epoca, circa 4000 italiani.
Complessivamente furono circa 1020 quelli che vi subirono qualche forma di repressione tra il 1919 e il 1951: fucilazione, internamento in un campo di lavoro forzato, confino, deportazione, privazione dei diritti civili, perdita del lavoro, emarginazione. Almeno 110 furono fucilati e 140, condannati al lavoro forzato, mentre una cinquantina di essi fu inviata al confino, mentre più di 550 membri delle comunità italiane in Crimea furono deportati nel Kazachstan del Nord nel 1942.
Molti, nonostante tutto, hanno continuato a credere nell’ideale del comunismo e chi di loro è riuscito a salvarsi, spesso è tornato alla vita civile con rassegnazione e senza speranza. Alcuni invece hanno sentito il dovere di denunciare il sistema totalitario sulla cui natura si erano illusi, soprattutto per onorare i compagni scomparsi. In questa missione hanno incontrato enormi difficoltà, hanno rischiato nuove persecuzioni e sono stati oggetto di discriminazione e di ostracismo.
Le loro storie solo ora cominciano a venire alla luce, con l’apertura degli archivi sovietici e l’impegno del gruppo Memorial a Mosca.