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Guido Romanelli

il comandante della Delegazione Militare italiana per l'Armistizio in Ungheria

Guido Romanelli fu inviato a Budapest come comdandante della delegazione italiana per l'Armistizio con la mansione di osservatore: doveva vigilare la conformità dell'operato della neo-repbblica magiara alle norme sancite dall'Armistizio di Villa Giusti.

Il clima politico nel quale Romanelli si trovò a operare era carico di tensione: la neo repubblica era goveranta da Béla Kun, il quale stava trasformando il paese in una dittatura di stampo bolscevico.

Il 24 giugno del 1919 una parte dell'esercito cosiddetta "bianca", decise di sollervarsi conro il governo; a questo moto controrivoluzionario decisero di prendere parte anche i cadetti dell'Accademia Ludovica. Il governo di Kun riuscì a sedare la sollevazione, assicurando che i colpevoli non sarebbero rimasti impuniti: decretò che tutti i partecipanti fossero arrestati e puniti con l'impiccagione ai pali della luce in piazza Oktogon, la più famosa e centrale.

Appena Romanelli venne a conoscenza di ciò che stava accadendo nel paese, decise di agire, rompendo così le rigide regole armistiziali; il suo gesto umano riuscì a salvare molti insorti. Con l'instaurarsi della dittatura, le rappresaglie contro gli anti-bolscevichi si fecero sistematiche: ogni giorno giungevano presso la Delegazione Militare Italiana richieste di aiuto da ogni parte del paese dato che Romanelli era diventato l'unico protettore degli indifesi.

Alla caduta della dittatura, il 1 agosto 1919, Romanelli con il suo grande spirito , si occupò anche della sorte dello stesso Béla Kun e di altri politici rossi. Le forze bianche stavano dando inizio alla "caccia all'ebreo", e Romanelli si sentì in dovere di aiutare Kun e svariati membri dell'ex governo, dato che quest'ultimo era composto per il 60% da esponenti di origine ebraica.

L'impegno di Romanelli continuò per svariati anni: si spese contro gli arresti ingiustificati degli ebrei ungheresi, e cercò di ottenere condizioni di vita migliori per tutti i carcerati, indistintamente dal credo religioso e politico.

Gli ungheresi hanno dimostrato la loro profonda gratitudine conferendo a Romanelli i massimi onori con la consegna di una spada di onore, conservata oggi presso il Museo del Risorgimento di Roma. Ai grandi onori ungheresi, seguì purtoppo la fine della carriera militare in Italia. 

Nonostante ciò Romanelli mai si pentì di aver operato umanamente e aver aiutato gli indifesi; fino al suo ultimo respiro si prodigò per i bisognosi aiutando, per esempio, gli italiani immigrati in America, aiutando le missioni italiane in Africa o chi semplicemente, bussava alla sua porta.

Gariwo ringrazia Viviana Stacco per il materiale fornito alla redazione

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